ROGER FRY, Andrea Mantegna e l’Adorazione dei Magi

Leonardo da Vinci, Adorazione dei Magi, 1481 ca., olio su tavola, 243 x 246 cm. Firenze, Uffizi.

 

Da: Mantegna; collana Carte D’Artisti, n° 81, Milano 2006, pp. 49-50.

«Solo nell’interpretazione di Leonardo da Vinci tale soggetto si fece espressione del sommo dramma spirituale, ma accanto a quella di Leonardo credo si debba porre la versione di Mantegna, la più profonda e significativa tra tutte le interpretazioni quattrocentesche del tema.
Qui non vi è alcuna ridondanza, alcun elemento insignificante. A meno di una perdita non si potrebbe sottrar nulla, a nessun costo si potrebbe costringere qualche altro elemento in questa composizione condensata. Non piccola parte del suo senso di mistero deriva infatti, come nel quadro di Ludwing Mond, dalla singolare compressione delle figure nel minor spazio possibile. Tale metodo compositivo è estremamente raro nell’arte quattrocentesca, sebbene sia divenuto caratteristico, come ha rivelato Wölfflin, dell’arte del pieno Rinascimento, e in nessun caso è più evidente che qui. L’effetto di voler affollare tutte queste teste intorno alla figura del Cristo Infante, del far convergere tutte queste direzioni di movimento e di sguardo su un punto centrale, è strano e inquietante. Ci impressiona con una sensazione del mistero e dell’importanza dell’evento, trasmessa anche dalla terribile intensità dell’espressione degli stessi re, dalla profondità penetrante del loro sguardo».

Nota di Caroline Elam: Fray si riferisce alla versione di Johnson della composizione (una copia), ma riproduce l’originale allora di proprietà di Lady Ashburton e ora custodito al J. Paul Getty Museum di Los Angeles.

 

Andrea Mantegna, Adorazione dei Magi, 1495-1505 ca., tempera su tavola, 48,6 x 65,5 cm. Los Angeles, J. Paul Getty Museum.

VIAGGI E INCONTRI DI UN ARTISTA DIMENTICATO. Il Rinascimento di Francesco Verla al Museo Diocesano Tridentino

Francesco Verla, Madonna con il Bambino in trono, due angeli, san Giuseppe e san Francesco, 1520. Milano, Pinacoteca di Brera.

 

Il legame fra Trento, le terre dell’Impero Asburgico e la pianura veneta è lungo e profondo e si riconduce a quella civiltà sorta lungo le Alpi, che in un’ottica più vasta unisce il Friuli al Piemonte. Nel Trecento il percorso artistico del Padovano Guariento, giunto sino a Bolzano ne è una prova importante, seppur lacerata dal tempo e dalle distruzioni dell’uomo. All’epoca della Riforma e della Controriforma tale collegamento, che fu innanzitutto religioso, oltre che politico, economico e appunto artistico, vide protagonisti due vicentini: Francesco Verla (1470-1521) e Marcello Fogolino (1483/1488-1558). Al primo, pittore “itinerante” che agli inizi del Cinquecento giunse in Umbria, dove conobbe Perugino e poi nella Roma di Alessandro VI, rimanendo colpito dalle meraviglie della Domus Aurea e dalle “anticaglie” (unica data certa, però, è il rientro a Vicenza nel 1508), è dedicata la prima mostra monografica in assoluto al Museo Diocesano Tridentino (Viaggi e incontri di un artista dimenticato. Il Rinascimento di Francesco Verla, 8 luglio – 6 novembre 2017). Curata da Domizio Cattoi e Aldo Galli, sebbene la vera artefice sia un’allieva del corso di Museografia curato dalla professoressa Domenica Primerano, Ivana Gallazzini, essa ha svelato nuovi indizi importanti su questo artista vissuto in un periodo di gravi sconvolgimenti. Francesco Verla morì, infatti, appena quattro anni dopo l’affissione delle “95 tesi” di Lutero a Wittenberg e fu testimone suo malgrado delle dispute tra Impero Asburgico e Repubblica di Venezia, dovendo tra l’altro trasferirsi da Vicenza a Schio e, infine, a Trento, all’epoca del potente vescovo Bernardo Cles.

In tutto in mostra sono presenti sedici opere a riassumere il percorso artistico di Francesco Verla, con alcuni capolavori davvero unici (pale d’altare, affreschi e grottesche) che testimoniano i debiti nei confronti del citato Perugino, tanto che si ipotizza una breve permanenza nella sua bottega tra il 1501 e il 1502, e del maestro vicentino Bartolomeo Montagna. La proposta degli organizzatori non si ferma ad ogni modo al solo Museo Diocesano, poiché questo si è voluto fosse il punto di raccordo con altre realtà territoriali, come la chiesa di San Pantaleone a Terlago e Rovereto, dove l’artista trascorse gli ultimi anni di vita. L’obiettivo è di far conoscere Francesco Verla al grande pubblico, il cui unico studio approfondito risale a cinquant’anni fa e porta la firma di Lionello Puppi, facendolo uscire dall’ombra dei più celebri Fogolino, Dosso Dossi e Girolamo Romanino. Si scoprirà allora che il nostro pittore vicentino, di cui purtroppo molte opere sono andate distrutte, svolse un ruolo per nulla secondario nel traghettare la cultura ancora fortemente tardogotica trentina e dell’area dell’Adige nel Rinascimento italiano. Ciò è dimostrato in mostra da opere come lo Sposalizio mistico di santa Caterina, di sapore centro-italiano nelle architetture e mantegnesco nell’austerità di alcune figure, pur stemperata nella morbidezza tonale tipicamente veneta.

 

Francesco Verla, Sposalizio mistico di Santa Caterina d’Alessandria tra i Santi Lucia, Agata, Giuseppe e Giovanni Battista, 1512, Schio, chiesa di San Francesco.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

M. E. AVAGNINA – M. BINOTTO – G. C. F. VILLA (a cura di), Pinacoteca Civica di Vicenza. Dipinti dal XIV al XVI secolo; Catalogo scientifico delle collezioni, vol. I, Milano 2003.

G. GEROLA, Francesco Verla e gli altri pittori della sua famiglia; estr. da A. VENTURI (a cura di ), L’arte, fasc. 5, Roma 1908.

L. PUPPI, Francesco Verla; in Rivista dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte, Roma 1960, pp. 267-297.

L. PUPPI, Francesco Verla pittore (Villaverla 1470 cr. – Rovereto 1521); Trento 1967.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.museodiocesanotridentino.it/articoli/viaggi-e-incontri-di-un-artista-dimenticato-il-rinascimento-di-francesco-verla-000

http://studioesseci.net/mostre/il-rinascimento-di-francesco-verla-viaggi-e-incontri-di-un-artista-dimenticato/

SAGRA MADONNA DELLA CONSOLAZIONE. Alcuni scatti con Mi.Ra Bijoux

 

Ecco alcune foto scattate con l’amica Rachele Michielin venerdì 8 settembre durante il mercatino
“artistico” (erano esposti capi d’abbigliamento originali, ceramiche, bigiotteria con materiali di recupero e molto altro), organizzato presso la sagra Madonna della Consolazione (Angarano, Bassano del Grappa).
Assieme a noi il diacono Antonio dalla Pellegrina, vera anima dell’evento, persona dal grande cuore che dà sempre tutto sé stesso per la comunità di Angarano, e affinché questa festa sia ogni anno occasione, innanzitutto, per stare assieme, ringraziare per ciò che abbiamo e coinvolgere moltissimi giovani in varie attività (servizio ai tavoli, gestione angolo bimbi, allestimenti…) che trasmettono i valori del servizio e della comunità. La devozione verso la Madonna della Consolazione ad Angarano ha una lunga storia che risale al 1689, quando era nota come Madonna della Cintura (vi era una confraternita omonima),dicitura derivata da una leggenda inerente Monica, la madre di sant’Agostino cui sarebbe apparsa in sogno Maria, per consolarla della dissolutezza del figlio. Nel Novecento il nome cambiò per l’appunto in Madonna della Consolazione, a seguito della Grande Guerra, e si legò alla pregevole statua lignea con Maria che tiene il Bambino eseguita da Romano Cremasco (Santorso 1870 – Schio 1943), il quale non mancò, comunque, d’inserire come attributo iconografico la cintura, in segno di continuità di questa solennità che cade nelle prime settimane di settembre.
Ci ha fatto molto piacere aderire nel nostro piccolo all’iniziativa, e speriamo che dopo questo primo “esperimento”
il gruppo organizzatore possa continuare e crescere, perché “il Bello ha mille volti e può celarsi anche nelle piccole creazioni artistiche oltre che nei capolavori, ma, soprattutto, il Bello si può scoprire nelle relazioni umane più autentiche”.

 

VINCENZO VELA, La Preghiera del mattino

 

«Ed eccoci davanti alla statua di Vela, stupenda opera, e forse, la più ardita novità che siasi tentato a’ nostri tempi nella scultura. Non è più il marmo che noi abbiamo davanti agli occhi, ma qualche cosa di palpitante e di vivo che illude con gli effetti abbaglianti del chiaroscuro. Per poco che la si stia riguardando, noi crederemo di veder sorgere quella leggiadra fanciulla, che prega genuflessa, noi la vedrem muovere le chinate palpebre, e animarsi d’una vita repentina. […] E veramente egli ha ottenuto con lo scalpello gli effetti quasi del colorito, e questa statua veduta dopo le altre, si spicca, per così dire dal luogo in cui si posa, e s’impone agli occhi e all’attenzione di chi osserva». Bastano queste poche parole di Carlo Tenca (1846) per comprendere quanto La preghiera del mattino (Milano, Palazzo Morando) già dalla prima esposizione del 1846 a Brera, cui seguiranno quelle di Londra (1862) e Dublino (1865), abbia subito ottenuto grande attenzione e riconoscimenti dalla critica. L’opera, un marmo di 135,5 x 59 x 72 cm preceduto dal gesso del Museo Vela di Ligornetto (Canton Ticino) e dal modelletto in creta datato 23 marzo 1846, era stata commissionata da Giulio Litta Visconti per tramite di Francesco Hayez. La sua destinazione iniziale fu la cripta nella chiesa di Santa Maria delle Selve all’interno della villa Litta, presso Vedano, per poi giungere alle collezioni dell’Ospedale Maggiore (da cui oggi in prestito a Palazzo Morando) nel 1914, a seguito del lascito testamentario di Eugenia Litta Bolognini.

Aristocratico di idee liberali nonché grande collezionista d’arte, Giulio Litta diede nell’occasione assoluta libertà nel scegliere il soggetto al giovane Vincenzo Vela (Ligornetto, 1820-1891), e tale non scontata fiducia è, probabilmente, un elemento essenziale per il superlativo risultato finale e conseguente successo. Verso la metà del XIX secolo, infatti, andava creandosi quella che viene detta “scuola di Milano”, sostenuta da voraci collezionisti d’arte contemporanea come il Litta e che trovò proprio in Carlo Tenca un appassionato sostenitore. Costui seppe subito apprezzare le qualità della nuova generazione di scultori, non più vincolata alle gerarchie accademiche né ai temi mitologici o al desiderio di raffigurare una bellezza ideale, ma piuttosto alla quotidianità. Sebbene, dunque, a metà Ottocento Milano fosse ancora dominata dal classicista Pompeo Marchesi, nel quarto decennio lo stile antiretorico di Alessandro Puttinati stava contemporaneamente preparando la strada agli artisti più giovani. E così quel 1846 a Brera fu l’anno, per fare solo alcuni esempi: del Masaniello, un plebeo elevato a moderno eroe e dalla carica eversiva eseguito dallo stesso Puttinati; del commovente Ismaele scolpito dal romano Giovanni Strazza; delle Egle di Giovanni Pandiani, ispirate agli Idilli di Salomon Gessner (1730-1788), ossia a un testo letterario moderno anziché antico. Sempre Tenca riguardo questi cambiamenti affermava con indomito trasporto e sferzante vena polemica: «D’accanto alla vecchia scuola, la quale non riconosce altro bello fuorché quello degli antichi esemplari, un’altra se ne viene formando adesso, che cerca le sue inspirazioni nella verità e nella natura. Le insulse reminiscenze mitologiche cominciano a essere abbandonate, e v’è chi pensa che l’arte debba essere la personificazione ideale degli affetti, e dei pensieri della moltitudine».

Tornando alla questione della committenza, alla luce di questi elementi è ora possibile capire meglio perché riteniamo tanto importante l’apertura di vedute di Giulio Litta. La possibilità concessa a Vincenzo Vela di esprimere senza restrizioni la sua visione artistica si è dimostrata tanto lungimirante che La preghiera del mattino è ancora oggi ritenuto uno dei suoi massimi capolavori. Sempre Carlo Tenca rimarca un altro concetto chiave a nostro avviso, sia riguardo lo scultore italo-svizzero sia la scultura romantica in generale: «Egli ha compreso che la scultura, sebbene arte eminentemente plastica, è pur essa rappresentazione di concetti morali, a cui è subordinato il magistero della forma» aggiungendo «ma questa del Vela noi la amiamo, come si amano le cose semplici e grandi». Anche da queste parole

Addentrandoci nell’analisi dell’opera essa presenta una giovane ragazza, di una bellezza autentica che lascia senza fiato, inginocchiata su un cuscino e vestita di una camiciuola che scopre appena le spalle e giunge sino alle caviglie. La fanciulla si è chiaramente appena alzata e, letto il breviario (libro oggi sostituito dalla Liturgia delle Ore), chiuse le palpebre e congiunte le mani, si rivolge a Dio per un’intima preghiera. Siamo dinanzi a un istante di sincera e severa elevazione spirituale cui noi assistiamo estatici, in devoto e ammirato silenzio. Le linee pure e morbide di Vela non si soffermano sui dettagli anatomici, poiché il corpo è quasi del tutto coperto e le curve dei fianchi, per esempio, sono appena accennate. In questo modo sono esaltati i passaggi chiaroscurali, che nel dolce e pudico viso della fanciulla raggiungono la massima bellezza e abilità tecnica. La coda di capelli abbandonata sul lato sinistro del collo, la croce appoggiata sull’ampio scollo della camiciuola, le pieghe di quest’ultima sono tutti particolari atti a dare la sensazione di naturalezza, come se l’artista si fosse trovato dinanzi a quell’immagine inaspettatamente. La realtà, però, è ben diversa e Vela dimostra di saper adoperare espedienti differenti, al fine d’instaurare un rapporto empatico con l’osservatore.

Ad ogni modo l’originalità del soggetto non significa assenza di punti di riferimento. Il primo ed illustre è La fiducia in Dio (1833) di Lorenzo Bartolini, autore del celebre Ammostatore, da cui Vela trae diretta ispirazione nel tentativo di dare forma, “carne” a un concetto astratto, rendendolo così universalmente comprensibile. Il secondo sono le di poco precedenti Malinconie di Francesco Hayez, da cui eredita «l’iconografia e la bellezza altrettanto morale» (S. Grandesso 2008) tantoché, come espresso dal contemporaneo Giuseppe Rovani, la statua di Vela «colmava il divario che si era venuto a creare tra pittura e scultura» (Ibid). L’intento dell’artista italo-svizzero in altre parole non era emulativo, quanto di dimostrare di avere le carte in regola per potersi candidare a guida del Romanticismo italiano, al fianco del grande e ammirato Hayez. Interessante alla luce di questa forte impronta morale e della severa, eppur serena e fiduciosa religiosità incarnata dalla fanciulla, la lettura che ne fa Andrea Maffei in una sua poesia. In possesso di una piccola versione donatagli da Vela nel 1853, Maffei coglie un sentimento non ancora espresso, rimanendo colpito dalla sensualità della fanciulla. Questa caratteristica deriva proprio da quella sua purezza semplice e abbandonata e non dalla bellezza fisica, come detto in gran parte celata. In effetti Maffei coglie un aspetto maggiormente riscontrabile nella versione in gesso, dove l’accentuata sensualità deriva sia dalla qualità del materiale in sé, sia dalla maggior “freschezza” e libertà esecutiva rispetto al marmo. A nostro avviso non vi è nulla di strano o contraddittorio in questo binomio sensualità-religiosità, e il pensiero corre rapido all’Estasi di san Francesco di Caravaggio e all’Estasi di Santa Teresa d’Avila di Lorenzo Bernini, dove è espressa l’enorme “carica passionale” che può scaturire dalla fede e dal legame con Dio, poiché frutto essenzialmente d’amore. Vela interpreta tale concetto certamente in modo personale, giungendo comunque a un risultato non dissimile, capace appunto di farci sentire partecipi di quel momento unico fatto d’intimità, raccoglimento, fermento spirituale.

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

S. BIETOLETTI, Romanticismo; in G. FOSSI (a cura di), I grandi stili dell’arte, Firenze-Milano 2007, pp. 628-703 e 722.

S. GRANDESSO, La preghiera del mattino; in M. V. MARINI CLARELLI – F. MAZZOCCA – C. SISI, Ottocento da Canova a Quarto Stato, catalogo della mostra (Roma, Scuderie del Quirinale, 29 febbraio – 10 giugno 2008), Ginevra-Milano 2008, scheda n° 41, pp. 174-175.

E. LISSONI, La preghiera del Mattino; in F. MAZZOCCA (a cura di), Francesco Hayez, catalogo della mostra (Milano, Piazza Scala, 7 novembre 2015 – 21 febbraio 2016), Milano 2015, scheda n° 66, pp. 228-229.

M. V. MARINI CLARELLI – F. MAZZOCCA – C. SISI, Ottocento da Canova a Quarto Stato; catalogo della mostra (Roma, Scuderie del Quirinale, 29 febbraio – 10 giugno 2008), Ginevra-Milano 2008.

F. MAZZOCCA (a cura di), Francesco Hayez; catalogo della mostra (Milano, Piazza Scala, 7 novembre 2015 – 21 febbraio 2016), Milano 2015.

P. ROTONDI, La preghiera del mattino, statua di Vincenzo Vela; in Gemme d’Arti italiane, Venezia-Milano 1847, pp. 27-31.

C. TENCA, Esposizioni di Belle Arti nel Palazzo di Brera; in “Rivista Europea”, 1846, ora in C. TENCA, Scritti d’arte (1838-1859), ed. a cura di A. COTTIGNOLI, Bologna 1998, pp. 117-141.

BEAUMONT NEWHALL, Edward Weston

Edward Weston, Dune bianche, Oceano (California), 1936, stampa alla gelatina – sale d’argento.

 

Da: Storia della fotografia; Torino 1984, pp. 258-259.

«Weston spinse la sua concezione fino al virtuosismo. Esigeva chiarezza di forme, voleva che ogni zona dell’immagine fosse nettamente stagliata, che i materiali e le strutture delle cose avessero il fascino dell’illusione. Il fatto che la macchina fotografica possa vedere di più dell’occhio nudo costituì per lui, per lungo tempo, uno dei grandi miracoli della fotografia. In un paesaggio dei Weston tutto è nitido, dall’immediato primo piano alla più lontana distanza: se guardiamo la stessa scena nella realtà, i nostri occhi colgono tutti i particolari uno dopo l’altro. […] Nelle fotografie di Weston i particolari sono così concentrati e ridotti da richiedere, per essere visti, uno sforzo muscolare assai minore da parte dell’osservatore, il quale, senza rendersene conto, si sente fisiologicamente sollevato».

BUON FERRAGOSTO DA LO!

Anonimo veneziano, del XVI secolo, Allegoria dell’estate, 94 x 142 cm. Collezione privata.

 

BUON FERRAGOSTO DA LO!
Auguro a tutti voi un buon ferragosto e buone vacanze. Il caffè artistico di Lo tornerà con nuovi articoli, approfondimenti, curiosità e tantissime “sorprese”  ai primi di settembre!

***IL CAFFÈ ARTISTICO DI LO PER IL SOCIALE***
– Il 9 e 10  settembre saremo alla sagra della Ss. Trinità di Bassano. Parte del ricavato dalle vendite del libro andrà alla missione in Mozambico cui partecipa la Diocesi di Vicenza e dove opera da alcuni mesi l’amico don Davide Vivian. Si tratta di realtà ancora molto povera, colpita duramente dalla fame, dalla corruzione e dall’Aids , cui vogliamo dare il nostro piccolo contributo.
– A ottobre, invece, saremo a Valrovina (Bassano) e parte del ricavato dalle vendite del libro questa volta andrà agli amici della Scuola dell’Infanzia Beato Lorenzino di Valrovina, una piccola ma bellissima realtà locale dedicata ai più piccoli.

L’arte è il “lusso” più bello al mondo, ma quando diventa solidale acquista un valore ancora più grande!

#SsTrinità #Angarano #BassanodelGrappa  #ScuoladellinfanziaBeatoLorenzino #Valrovina #artesolidale #MadonnadellaConsolazione  #CaffèartisticodiLo

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.vicenza.chiesacattolica.it/pls/vicenza/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=5215

https://www.facebook.com/Sagra-SS-Trinit%C3%A0-di-Angarano-Festa-Madonna-della-Consolazione-1531122437100598/

http://scuolainfanziavalrovina.it/index.php/contatti

ISOLA DEL LIBRO. Capitani, Dipinti

 

In occasione dell’edizione estiva 2017 de l’Isola del Libro, l’amico e Maestro Mauro Capitani esporrà alcune sue opere eseguite tra il 2005 e il 2016 (Dipinti, inaugurazione sabato 12 agosto – 31 agosto 2017) presso la Rocca di Passignano sul Trasimeno.
Si tratta di una piccola ma importante selezione, di un’occasione unica per chi ama l’arte e la lettura in queste calde giornate d’estate.
Ringraziamo di cuore Capitani per aver scelto una nostra citazione; è un onore e una bella responsabilità trovarsi accanto a storici dell’arte e pittori di grande levatura come Mino Maccari e Giammarco Puntelli.

<<…Osservando attentamente le marine di Capitani da noi citate, ci accorgeremmo che la linea dell’orizzonte è sempre molto alta, come se ci fosse richiesta una devota e rispettosa ammirazione da lontano, prima di potersi avvicinare con il giusto stato d’animo a quella maestosa espressione della natura…>>

 

 

RIFERIMENTI IN RETE

Isola del Libro Trasimeno, spazio all’arte con la mostra di Mauro Capitani

http://www.firenzeart.it/artisti/maurocapitani/