AHI CHE MALE! Arte “odontoiatrica” da Caravaggio a Pietro Longhi

L0021970 An operator extracting a tooth. Oil painting by an unidentif Credit: Wellcome Library, London. Wellcome Images images@wellcome.ac.uk http://wellcomeimages.org An operator extracting a tooth. Oil painting by an unidentified painter, 16--, after Theodor Rombouts. Oil 1600-1699 By: Theodoor RomboutsPublished: [16--] Copyrighted work available under Creative Commons Attribution only licence CC BY 4.0 http://creativecommons.org/licenses/by/4.0/
Theodoor Rombouts, Il cavadenti, Olio su tela. Cm 116 x 221. Madrid, Prado.

 

(PARTE II)

Tra gli artisti fiamminghi e olandesi, però, fu probabilmente Theodor Rombouts (a Firenze tra il 1620 e il 1624) quello che più di chiunque altro guardò al prototipo caravaggesco, tanto da replicare almeno quattro volte Il cavadenti. In particolare la copia custodita al Prado di Madrid potrebbe averla eseguita a Firenze, dopo aver osservato da vicino l’esempio del Merisi.
Che ci fa ancora una volta tutta quella gente ben vestita attorno al paziente? Costoro sono semplicemente chiamati a recitare una parte nella commedia. I loro volti sono grotteschi, a cominciare dal paziente che ricorda il Ragazzo morso da un Ramarro (1594-1595, Londra, National Gallery) del Caravaggio, fino all’uomo sulla destra che mostra senza pudore i propri problemi dentari. L’estrattore, infine, non guarda nemmeno cosa sta facendo: rivolto verso di noi sembra dirci che in realtà nessuno si sta davvero facendo male.

 

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Gerrit Dou, L’estrattore di denti, 1630-1635. Parigi, Musée du Louvre.

 

Giungiamo ora a Gerrit Dou (1613-1675) la cui interpretazione presenta elementi originali rispetto a quanto visto finora, poiché le sue scene sono di carattere prettamente privato. Dobbiamo ricordarci, infatti, che i barbieri-chirurghi si occupavano di piccole operazioni, guadagnandosi da vivere soprattutto con il taglio dei capelli. Operazioni come le estrazioni dentarie o la cura di cataratte venivano eseguite spesso anche a domicilio da figure itineranti, che potevano essere cerusici o, nel peggiore dei casi, ciarlatani nel vero senso della parola. Tenendo a mente ciò, il Dentista al lume di candela (1660-1665, Forth Worth, Kimbell Art Museum) di Gerrit Dou, raffigura un intervento fuori “orario di lavoro”, come lascerebbe pensare l’ambientazione notturna. Di sicuro siamo all’interno di uno studio vero e proprio, anche se la tenda sulla sinistra rimanda vagamente all’aspetto scenico, poiché in alto è appeso uno spaventoso coccodrillo non raro da trovarsi nei locali di barbieri, chirurghi e cerusici (come detto, spesso si trattava della stessa persona). Il preoccupato paziente, assistito da quella che con ogni probabilità è la moglie, guarda proprio verso l’orrenda creatura mentre apre la bocca per farsi visitare. Molti più piacevoli, sono i meravigliosi dettagli del piatto in argento e della lanterna in primo piano, principale fonte di luce, prove di quanto sia fondata la definizione di Dou quale capostipite dei cosiddetti “pittori sottili” di Leida, chiamati cosi per le loro note qualità tecniche da miniaturisti. D’altro canto Gerrit Dou era figlio di un pittore di vetrate e a quindici anni entrò nella bottega del grande Rembrandt dalla cui lezione si staccò lentamente per creare uno stile personale, votato alla perfezione dei particolari più minuti e alle scene di genere, preferite ad esempio ai ritratti.

Prima di terminare la parentesi dedicata a Dou, merita una citazione L’estrattore di denti (1630-1635, Parigi, Louvre). In questo interessante esempio giovanile la scena, illuminata da una debole luce proveniente dalla finestra a sinistra, si svolge di giorno, e troviamo elementi realistici mescolati con altri di natura prettamente simbolica. Da un lato ecco il particolare della cesta carica di prodotti agricoli tramite i quali il “povero villico” pagherà la prestazione odontoiatrica. Dall’altra, invece, compaiono violino e teschio che non c’entrerebbero nulla se non fossero lì a ricordarci le gioie della vita ma anche la sua precarietà e i dolori che la attraversano. In entrambi i dipinti Gerrit Dou cerca di dare credibilità all’ambientazione e lo fa in primo luogo raffigurando il dottore sempre concentratissimo nel proprio lavoro.

Giungiamo così all’ultimo tassello di questo percorso ritornando in Italia, anzi trattando un pittore “orgogliosamente veneziano” per la sua vivacità umoristica tipica di quella cultura e l’imprescindibile legame che ebbe con la Dominante, dove nacque, visse e morì. Ci riferiamo ovviamente a Pietro Longhi (Venezia 1701-1785), figura acuta e spiritosa, che seppe osservare la società veneziana con intelligenza, senza risparmiare critiche – seppur velate – ma anche dimostrando il proprio attaccamento ai suoi usi e costumi, senza mai incappare nella severissima censura del tempo. Ne Il farmacista (1752 circa, Venezia, Gallerie dell’Accademia) la scena di genere diventa più un espediente per omaggiare il suo maestro, il pittore veronese Antonio Balestra, del quale è raffigurata una pregevole e intimista Natività, sopra la credenza tra i due vasi. Il dipinto è tra i più famosi del Longhi, e non può che essere così, per la cura che l’artista mise in ogni dettaglio, dai vasi ai barattoli passando per la pianta di aloe in primo piano e al giovinetto che sta scaldando un pentolino. Sulla destra un uomo sembra tenere il registro dei conti della farmacia oppure potrebbe occuparsi degli ordinativi di piante medicinali o di trascrivere la ricetta per la paziente. Sulla sinistra, invece, un aristocratico imbellettato e un frate attendono sereni il proprio turno mentre il farmacista controlla la bocca della giovane donna che, un po’ intimorita, rivolge lo sguardo in alto e tiene le mani strette al grembo.

Simile nelle dimensioni al più famoso Concertino (Venezia, Gallerie dell’Accademia) firmato e datato 1741, Il cavadenti (Milano, Pinacoteca di Brera) ci porta verso la conclusione della nostra analisi. Grazie alle scritte poste sulle due colonne il dipinto di Pietro Longhi può essere datato tra il 1746 (elezione del pievano Antonio Poli alla chiesa di Santa Margherita) e il 1752 (morte del doge Pietro Grimani). Si tratta di un’opera di grande qualità tecnica e ricca di curiosità, dove le direttrici convergono sul protagonista, il cerusico al centro che ha appena estratto un dente, creando una forma triangolare che si sviluppa in profondità e riprende quella di celebri capolavori rinascimentali italiani. Gli elementi stravaganti in questa scena di genere stanno nella presenza di figure mascherate, nella nana a sinistra che sembra intenta a contrattare per l’acquisto di alcune pere, nella presenza di una scimmia accanto al cavadenti. L’unica figura davvero coerente con il soggetto è il povero ragazzo che ha subito l’estrazione: con il volto dolorante e sconsolato egli siede sopra il tavolo tenendo in bocca un fazzoletto bianco e l’altra mano stretta tra le gambe. Il tavolo appunto, perché il cavadenti vi sta sopra, in una posa che richiama più quella della statuaria romana di epoca imperiale? Più che un cerusico costui sembra un prestigiatore o addirittura un truffatore con la sua fidata scimmietta e quel telo colorato sulla sinistra che non si sa cosa nasconde. Le qualità di Longhi stanno proprio questa sua ironia scanzonata ma mai eccessiva nei confronti della società veneziana (elemento fondamentale per non essere censurato), dove mette in luce la vita quotidiana, dandole un tocco di teatralità che ricorda decisamente l’arte di Goldoni.

È proprio il caso di dirlo: ahi che male!

 

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Pietro Longhi, Cavadenti, 1750 circa. Milano, Pinacoteca di Brera.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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