IL BOXER JACK BROUGHTON DI JOHN HAMILTON MORTIMER

Un’epoca alla ricerca di un’identità culturale.

Il Settecento rappresenta per l’Inghilterra un momento storico ricco di fermenti e cambiamenti in campo artistico. In bilico tra stretti legami culturali con il continente e non da ultimi con l’Italia – e Venezia in particolare -, classicismo e influenze palladiane, forte era nella società il desiderio di una riconoscibile identità culturale nazionale.

Ciò si tradusse in primo luogo in un’età dell’oro del ritratto. Quest’ultimo si rivelò un soggetto privilegiato per esprimere le tradizioni aristocratiche come le crescenti aspirazioni del ceto borghese e mercantile. Il tutto in un’ottica di orgoglio imperialista. In secondo luogo poi, tale desiderio trovò traduzione nella modernissima pittura di paesaggio di Constable e Turner e nella raffigurazione di soggetti originali. Si pensi a opere come il Filoso che tiene una dissertazione sul planetario nel quale una lampada è collocata al posto del sole (1768 circa) di Joseph Wright, emblema dell’illuminismo britannico. E, ancora, a un dipinto forse poco noto ai più se non agli appassionati di sport, ma che di recente ha catturato la nostra curiosità: Il boxer Jack Broughton di John Hamilton Mortimer.

 

John Hamilton Mortimer: breve biografia.

Nato nel 1740 a Eastbourne, nell’East Sussex, John Hamilton Mortimer si trasferì presto a Londra, all’età di diciassette anni. Motivo fu il desiderio di intraprendere la carriera artistica su spinta e sostegno dello zio Roger Mortimer. Prima tappa di formazione, fu lo studio dell’affermato ritrattista Thomas Hudson. Qui aveva già svolto il proprio apprendistato il celebre Joshua Reynolds (1723 – 1792), e sempre qui John strinse amicizia con un altro grande artista inglese: Joseph Wright of Derby (1734-1797).

Lasciato lo studio di Hudson, nel 1759 John Mortimer entrò in quello di Robert Edge Pine. In seguito continuò la propria formazione studiando nudo alla St. Martin’s Lane Academy e statuaria antica. Il primo vero successo arrivò con il dipinto di carattere storico-religioso San Paolo che predica ai britanni del 1764. L’anno dopo sarà accolto dalla prestigiosa Society of Artist, di cui divenne presidente nel 1774. Pur condividendo con Reynolds la convinzione che la pittura di storia fosse il genere di maggior valore, guardò sempre a temi di carattere nazionalistico, spesso legati al mondo shakespeariano, eccezione fatta per la passione verso la vita e i dipinti “fantasiosi” di Salvator Rosa. John Mortimer morì nel 1779, ad appena trentanove anni, a causa dei suoi eccessi e comportamenti spesso sopra le righe.

John Hamilton Mortimer, Autoritratto con Joseph Wilton e uno studente, 1760-1765 circa. Londra, Royal Academy of Arts.

 

Il boxer Jack Broughton.

Come accennato sopra, John Hamilton Mortimer predilesse soggetti che guardavano alla storia e letteratura inglese. Un caso è proprio il dipinto raffigurante Il boxer Jack Broughton. Eseguito a olio su tela nel 1767 circa, esso misura 76,2 x 63,5 cm e si trova nella Paul Mellon Collection a New Haven. Nonostante le dimensioni non enormi, l’opera si caratterizza per una forte tempra espressiva, quasi aulica. Ravvisabili sono, infatti, gli studi del pittore sull’arte antica, come dimostra la scena di lotta greco-romana sulla base della colonna a destra. Una scena che i ricalca i Lottatori della Tribuna degli Uffizi e che serve a esaltare il ruolo giocato da John detto Jack Broughton (1705-1789) nello sviluppo della boxe come sport. Posizionato con i pugni serrati, a petto nudo e con i suoi muscoli ben in vista, svettante rispetto il paesaggio appena abbozzato, Jack Broughton è considerato il “padre della boxe mondiale”.

Una gloria nazionale.

La sua fama fu tale da durare ben oltre il termine della carriera agonistica nel 1743, quando iniziò a svolgere il ruolo di allenatore. Egli aprì, infatti, una scuola di pugilato, la Broughton’s Amphitheatre, dove insegnò il sistema di regole da lui adottato e «che per primo codificò nella storia di questo sport, dando un contributo decisivo nel civilizzare quei sanguinosi intrattenimenti che appassionavano da secoli gli inglesi di tutte le classi sociali» (P. P. Racioppi 2014/B). Fu Jack Broughton a introdurre i guantoni da boxe, il break in caso di ko di un pugile, a proibire le prese al di sotto della vita e di dare colpi a un avversario a terra. Regole fondamentali, tanto che il suo più famoso antagonista, George Stevenson, morì proprio per i traumi subiti a seguito di un combattimento.

A riguardo dell’antagonismo sporitivo tra i due, J. Sunderland sostiene che il ritratto qui trattato sia una copia da un’opera di Mortimer. Un dipinto custodito in Virginia (Sporting Gallery di Middleburg), dove Broughton compare nella stessa posa mentre si scontra proprio con Stevenson.

Il prestigio riscosso da Jack Broughton fu tale da fargli ottenere in vita il sostegno economico del duca di Cumberland. Alla sua morte, inoltre, ricevette persino l’onore di essere sepolto con la moglie nel chiostro occidentale dell’abbazia di Westminster. In definitiva John Hamilton Mortimer riesce qui a rappresentare in modo convincente una vera gloria nazionale, una figura capace di unire nobili e popolani. Un’immagine, in cui il grande pugile rimarrà per sempre impresso, in una posa che lo vede ancora pronto a tante nuove sfide al centro del ring.

 

In copertina: John Hamilton Mortimer, Il boxer Jack Broughton, 1767 circa. New Haven, Paul Mellon Collection.

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

C. BROOK & V. CURZI (a cura di), Hogarth Reynplds Turner. Pittura inglese verso la modernità; catalogo della mostra (Roma, Palazzo Sciarra, 15 aprile – 20 luglio 2014), Ginevra-Milano 2014.

F. CASTRIA, Il Settecento anglosassone; in S. ZUFFI (a cura di), La pittura barocca. Due secoli di meraviglie alle soglie della pittura moderna; Milano 2006, pp. 362-391.

M. CHIARINI, Salvator Rosa; Art & Dossier n° 243, Firenze-Milano 2008.

P. P. RACIOPPI, John Hamilton Mortimer; in C. BROOK & V. CURZI (a cura di), Hogarth Reynplds Turner. Pittura inglese verso la modernità, catalogo della mostra (Roma, Palazzo Sciarra, 15 aprile – 20 luglio 2014), Ginevra-Milano 2014/A, p. 271.

P. P. RACIOPPI, Il boxer Jack Broughton; in C. BROOK & V. CURZI (a cura di), Hogarth Reynplds Turner. Pittura inglese verso la modernità, catalogo della mostra (Roma, Palazzo Sciarra, 15 aprile – 20 luglio 2014), Ginevra-Milano 2014/B, scheda n° 17, pp. 156 e 271-272.

 

 

RIFERIMENTI IN RETE:

https://artuk.org/discover/artworks/search/actor:mortimer-john-hamilton-17401779

GIUSEPPINA CARLOTTA CIANFERONI, L’ARRINGATORE

Silentium manu facere.

L’Arringatore è una celebre scultura in bronzo di età tardorepubblicana (fine II sec. a.C.). Alta 179 cm, è stata realizzata con una fusione a cera persa, eccetto i piedi a – fusione piena. L’opera in tutto è composta di sette parti, che sono: la testa, collo compreso; due pezzi per il tronco; mano sinistra; braccio destro; le due gambe saldate insieme solo in un secondo momento.

La Statua ritratto di Aule Meteli, detta appunto L’Arringatore, fu rinvenuta nel 1566 a Sanguineto, sul lago Trasimeno. Essa andò presto ad arricchire la collezione di Cosimo I de’ Medici a Palazzo Pitti. Nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, invece, giunse sul finire del XIX secolo. Sebbene nel 1990 Giovanni Colonna descrivesse l’opera come espressione della pietas romana e leggesse il gesto della mano come segno di una preghiera verso gli dei, altra è l’interpretazione ormai affermatasi tra gli studiosi. Come scrive la Cianferoni, infatti, il gesto è da leggere come «quello del silentium manu facere, prima dell’inizio di un’orazione pubblica». Della stessa Cianferoni citiamo di seguito un brano, dov’è descritto L’Arringatore e il contesto da cui è sorto questo capolavoro in bronzo.

Giuseppina Carlotta Cianferoni, L’Arringatore (in Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico, catalogo della mostra, Firenze-Milano 2015, scheda n° 33, pp. 256-257):

«La costruzione generale della figura riporta a esperienze romane tardorepubblicane degli ultimi decenni del II secolo a.C. I caratteri stilistici della testa ricordano quelli dei ritratti “veristici” tardorepubblicani, propri dei gruppi sociali in ascesa, piuttosto che dell’aristocrazia senatoria; anche l’abbigliamento del personaggio richiama quello dei togati romani, ma l’iscrizione dedicatoria incisa sul bordo della toga, su tre linee, in caratteri apicati, è etrusca.

La statua raffigura dunque Aule della gens Meteli, figlio di Vel e di Vesi, ed è dedicata al dio Tece Sans, probabilmente “Tece padre”, noto anche nelle caselle del fegato di Piacenza. Si tratta dunque di una statua votiva, offerta dalla comunità (tuthina) Chisuli, non meglio precisabile, riferita a un membro influente della classe dirigente di una città vicina, verosimilmente Perugia che diverrà municipio romano nell’88 a.C., ambito cui riporta anche l’onomastica. È noto peraltro che i Meteli erano una delle famiglie dell’aristocrazia cortonese di età ellenistica e che, ancora nella prima età imperiale, alcuni membri di questa gens ricoprirono cariche magistrali a Cortona».

Qui sopra e in copertina: L’arringatore, fine II secolo a.C., bronzo, 179 cm. Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Intero e particolare.

TESTA DI RAGAZZO CIECO DI GUIDO CAGNACCI

La mostra del 2008 a Forlì.

Dieci anni fa esatti a Forlì, Musei San Domenico, si tenne una pregevole mostra dedicata a Guido Cagnacci. Il sottotitolo recitava “Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni” e non poteva essere più azzeccato. L’arte di Guido Cagnacci, infatti, unisce il realismo del primo, al gusto classico e alla bellezza ideale di tradizione raffaellesca del secondo. Nato nel 1601 a Santarcangelo di Romagna (morirà nel 1663 a Vienna), Guido Cagnacci è pittore capace di esprimere un’arte ideale, partendo spesso proprio dalla realtà più popolana. Come scritto magistralmente da Giordano Viroli (2008) in merito all’opera che oggi incontriamo, ossia Testa di ragazzo cieco, egli è «incline a estrarre dalla realtà, anche e soprattutto da quella plebea, spunti e suggerimenti per rivestire di vera carne i personaggi delle sue tele».

Il problema della genesi dell’opera.

Testa di ragazzo cieco è un piccolo dipinto oggi in collezione privata, di 45 x 32 cm, eseguito tra il 1640-1645 circa. Poche sono le notizie sull’opera, il che lascia ampio spazio a ipotesi sulla sua gestazione. La notizia più antica risale a un inventario della famiglia Albicini del 1704. Nella stessa collezione risulta nel 1893, stando alla Guida di Forlì di Calzini Mazzatinti, e ancora nel 1928, questa volta secondo Ettore Casadei. Il soggetto è facilmente individuabile, trattandosi di un giovane cieco ritratto di primo piano. Meno chiara è come detto la genesi dell’opera.

Essa è stata affiancata già in passato a una Testa di San Bernardino, messa a sua volta in relazione con la figura a destra del ben più noto Miracolo di san Giovanni Evangelista a Efeso (1640-1642 circa). In sostanza a lungo si è pensato si potesse trattare di uno studio preparatorio, un “bozzetto”, poiché come detto sopra tramite le parole del Viroli, questo rientrerebbe nella prassi esecutiva e creativa di Cagnacci. In realtà le due letture non sono per forza antitetiche. Come hanno dimostrato altri esempi simili, con soggetto un ragazzo cieco, magari intento a chiedere l’elemosina, il dipinto poteva essere effettivamente nato come piccolo ritratto. Solo in un secondo momento l’artista lo avrebbe ripreso a modello, per il dipinto di soggetto sacro custodito a Rimini, nella Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini.

Guido Cagnacci, Miracolo di san Giovanni Evangelista a Efeso, 1640-1642 circa.

 

Testa di ragazzo cieco, un piccolo dipinto di struggente realismo.

Testa di ragazzo cieco è tra le opere che più ci hanno colpito nel catalogo della mostra del 2008. Essa muove a immediata commozione ed empatia l’osservatore, senza cadere nel retorico. Il ragazzo ritratto è completamente immerso in una desolante oscurità. Un’oscurità da cui non ha scampo e che lo condanna a una vita precaria. Lo dicono gli occhi “vuoti”, ma anche il capo leggermente reclinato verso il basso. Un movimento, quest’ultimo, che denota rassegnazione e struggente tristezza. Non gli servirebbe, infatti, alzare gli occhi per mostrare al pittore la propria condizione di disabilità e difficoltà. Cagnacci ce l’ha davanti a sé e la riporta su tela con un’attenzione degna di Caravaggio.

L’artista romagnolo si avvicina con tatto e delicatezza, dimostrando altresì grande umanità, senza concedere spazio a orpelli e dettagli ridondanti. Appena accennati, sono la vestina e il colletto bianco, che risalta sullo sfondo neutro. È un altro, invece, il dettaglio che cattura la nostra attenzione per la cura con cui è stato dipinto. Ci riferiamo ai capelli ben ombreggiati del ragazzo, tagliati corti, ordinati e con la riga sulla sinistra. Quel piccolo e, magari, insignificante dettaglio, porta a immaginare qualcuno che ha a cuore la condizione del giovane. Forse, una madre amorevole, oppure qualcun altro di cui noi non sapremo mai il nome. Ad ogni modo quel dettaglio ci ricorda come ogni disabilità può essere resa meno pesante. Tutto sta alle persone attorno e agli occhi con cui guardano il prossimo.

In copertina: Guido Cagnacci, Testa di ragazzo cieco, 1640-1645 circa. Collezione privata.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

D. BENATI, Il Miracolo di san Giovanni Evangelista a Efeso; in D. BENATI & A. PAOLUCCI (a cura di), Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni, catalogo della mostra (Forlì, Musei San Domenico, 20 gennaio – 22 giugno 2008), scheda n° 55, pp. 244-245, Milano 2008.

D. BENATI & A. PAOLUCCI (a cura di), Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni; catalogo della mostra (Forlì, Musei San Domenico, 20 gennaio – 22 giugno 2008), Milano 2008.

E. CASADEI, La citta di Forlì e i suoi dintorni; Forli 1928.

G. VIROLI, Testa di ragazzo cieco; in D. BENATI & A. PAOLUCCI, Guido Cagnacci. Protagonista del Seicento tra Caravaggio e Reni, catalogo della mostra (Forlì, Musei San Domenico, 20 gennaio – 22 giugno 2008), scheda n° 51, pp. 236-237, Milano 2008.

JEAN BLANCHAERT, GIO PONTI

Un artista ecclettico.

Giovanni detto Gio Ponti nasce a Milano nel 1891, anno dell’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII sul tema del lavoro, da Enrico Ponti e Giovanna Rigoni. Formatosi alla facoltà di Architettura al Regio Istituto tecnico superiore di Milano, partecipa alla Grande Guerra prestando servizio in Veneto, terra del Palladio. Nel 1923, dopo appena un anno, il proprietario Augusto Richard  lo nomina direttore artistico della fabbrica di ceramica Richard-Ginori. Nel ’25, poi, Gio Ponti vince il Grand Prix all’Esposizione internazionale di Parigi. Fondatore della rivista Domus, Gio Ponti è figura ecclettica, capace di spaziare tra diversi ambiti, dall’architettura al design, dall’insegnamento fino alla pittura.

Sua cifra stilistica: il saper unire un’educazione classica all’innovazione, bellezza e industria, dando sempre massima attenzione alle forme.

Qui un passo di Jean Blanchaert sulla serie Le mie donne e il suo legame con l’Art Decò.

Jean Blanchaert, Gio Ponti (Firenze-Milano 2018, pp. 15 e 17):

«I suoi modelli rinascimentali sono il Parmigianino e il Pontormo, che ispirano la sua serie ceramica Le mie donne, creature divine, adagiate sui fiori e sulle nuvole, di un manierismo lezioso e languido. Ponti partecipa anche a quella rivoluzione del gusto, nata dal sogno di una bellezza consumabile da tutti e in atto in Europa dagli anni Venti, che sarà poi chiamata, con un termine assegnato dalla critica in anni successivi, Art Decò. Se egli si inserisce in pieno in questo movimento, risultato della fusione di moli stili, è perché alla sua origine hanno contribuito i laboratori della Wiener Werkstätte (artigianato viennese) in cui si è per la prima volta posto radicalmente il problema dell’arte in funzione della produzione industriale. Egli infatti crede che il binomio bellezza-industria possa influenzare la vita, facendo nascere uno stile. Crede che, alla fine, lo stile possa diventare un’etica, l’etica di un’intera nazione».

Qui sopra e in copertina: Gio Ponti, Le mie donne, 1924, manifattura Richard-Ginori di Doccia.

IL PARADISO NELLA SALA DEL MAGGIOR CONSIGLIO

Un ricordo degli anni universitari.

Mi sono appassionato a Guariento dopo la splendida mostra monografica di Padova (2011). Fu allora, infatti, che decisi di dedicare la tesi magistrale in Arti Medievali proprio al celebre “pittore di corte”. Concentrandomi in particolare sull’iconografia della Vergine incoronata, mi ritrovai ad approfondire le vicende – per molti aspetti infelici – del maestoso Paradiso di Palazzo Ducale. Un capolavoro commissionato dal Senato, nel 1365, sotto il doge Marco Cornaro. Quest’ultimo, malgrado dogò per soli tre anni (1365-1368), riuscì grazie al Paradiso dipinto nella sala del Maggior Consiglio a lasciare un ricordo indelebile. Il clima della laguna e l’incendio del 1577 compromisero l’opera, ma presto questa fu sostituita da uno spettacolare capolavoro di medesimo soggetto: il Paradiso di Domenico Tintoretto.

Tra i testi in cui mi imbattei più volte, ricco di approfondimenti, immagini e curiosità, m’imbattei, dunque, in questo a cura di Jean Habert. Un po’ con nostalgia, un po’ per la voglia di condividere e far conoscere un pezzetto di quella storia, oggi citiamo un breve brano del Il Paradiso di Tintoretto.

Guariento, Paradiso, 1365, affresco staccato. Venezia, Palazzo Ducale.

 

Jean Habert, Un concorso a Palazzo Ducale (in Il Paradiso di Tintoretto, Milano 2006, pp. 35-36):

«[…] L’incendio del 1577, più devastante (e immediatamente successivo alla terribile peste del 1576 durante la quale morì Tiziano), distrusse le più importanti sale del palazzo arrestandosi nella sala del Maggior Consiglio proprio alla parete nella quale era dipinto il Paradiso del Guariento. I resti dell’affresco furono rinvenuti nel 1903 dietro l’immensa tela del Paradiso di Domenico Tintoretto, tuttora in loco, rimossa in quell’anno per essere restaurata. Alcuni frammenti del dipinto murale furono in quell’occasione staccati, trasferiti su tela e restaurati (da Steffanoni) e attualmente sono esposti in Palazzo Ducale nella sala dell’Armamento, nota anche come sala del Guariento, vicinissima alla sala del Maggior Consiglio».

In copertina: Domenico Tintoretto e aiuti, Paradiso, 1588-94. Venezia, Palazzo Ducale.

ROLAND

Le donne, i cavalieri, l’arme, gli amori

Di norma non trattiamo musica o letteratura nel nostro blog, ma facciamo più che volentieri uno strappo alla norma. Anzi, ci prenderemo probabilmente gusto! In primo luogo perché i protagonisti della serata del 27 maggio prossimo (Sala della Musica, via Barbieri 23, Bassano) sono dei cari amici. In secondo luogo perché all’incirca un anno fa, anche noi ci siamo occupati di Roland. L’occasione fu la visita alla superba mostra ferrarese Orlando Furioso 500, per celebrare i cinquecentenario del capolavoro di Ludovico Ariosto.

Di seguito tutte le info sull’evento ROLAND. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, che si possono trovare alla seguente pagina facebook.

I promotori

L’ Azione Cattolica del vicariato di Bassano del Grappa è lieta di promuovere un evento culturale ideato e realizzato da Anna Branciforti, Fabio Dalla Zuanna e Silvia Augusta Cicchetti. Alla seconda esperienza assieme, dopo quella dedicata all’Iliade, questi tre talenti ci guideranno tra letture e musiche alla scoperta dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Il tutto attraverso un’ottica nuova e coraggiosa frutto di mesi di ricerche e preparazione, che non mancherà di emozionare i presenti. Il capolavoro dell’Ariosto, infatti, sarà approfondito tramite la versione mediata da Italo Calvino, cui verranno accostate le musiche del grande compositore e arpista Carlos Salzedo.

Il fine di questo primo evento a carattere culturale promosso dalla presidenza dell’Ac adulti vicariale di Bassano, è di comprendere quanto quel mondo cavalleresco possa ancora oggi dirci molto, parlando di temi e valori universali. Inoltre, si vuole diffondere l’amore per la Bellezza e l’alto valore che essa ha nella formazione e nel ben-essere di ogni persona.
Negli ultimi decenni tutti i papi, da PaoloVI a Francesco, passando per san Giovanni Paolo II e Benedetto XVII, a più riprese hanno espresso il desiderio di risaldare il legame con le Arti, consapevoli del Loro ruolo privilegiato nell’unire le persone elevandone al contempo lo Spirito.
Da subito rivolgiamo un ringraziamento particolare alla signora Margherita Scarmoncin, per aver generosamente concesso gli spazi.

ROLAND. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori
Domenica 31 maggio 2018, ore 18:00
Sala della Musica, via Barbieri 23 – 36061 Bassano del Grappa.
INGRESSO LIBERO

 

I protagonisti

SILVIA AUGUSTA CICCHETTI

Classe 1989, dopo il diploma di maturità classica ha conseguito la Laurea Magistrale in Architettura presso l’Università Iuav di Venezia a marzo 2015 e a ottobre dello stesso anno si è diplomata in Arpa presso il Conservatorio di Musica “Benedetto Marcello” di Venezia sotto la guida del M° Elisabetta Ghebbioni.
Dal 2011 ha partecipato, in qualità di allieva effettiva, a masterclass con arpisti di fama nazionale e internazionale, quali Isabelle Moretti (docente al Conservatorio Nazionale Superiore di Parigi), Oscar Rodriguez Do Campo (docente dell’Istituto Superiore Nazionale di Arte in Argentina), Giuseppina Vergine (Prima Arpa al Teatro di Catania), Olga Mazzia (Prima Arpa nell’Orchestra del Teatro la scala Milano), Stéphanie Manzo (docente alla Scuola Superiore di Musica di Lisbona), Maria Christina Cleary (esperta in arpe antiche).

Ha collaborato con l’orchestra sinfonica del liceo Leopardi-Majorana diretta dal M° Tiziano Forcolin e dal M° Remo Anzovino con produzioni nel territorio di Pordenone e provincia. Ha preso parte a manifestazioni concertistiche, su progetto del Conservatorio “B. Marcello” di Venezia e del Conservatorio Steffani Castelfranco Veneto, esibendosi in ensemble di arpe a Venezia e Castelfranco Veneto. Svolgendo un’attività concertistica sia come solista sia in diverse formazioni cameristiche ha tenuto concerti per associazioni culturali e amministrazioni comunali in Friuli e in Veneto. Dedicandosi con amore alla musica da camera, con il fratello Emidio Maria Cicchetti ha costituito il Duo Adélfia, formazione di arpa e flauto, con cui si esibisce nel Triveneto.

ANNA BRANCIFORTI

Si forma come attrice attraverso il corso triennale di recitazione e teatro corale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione (Vicenza) e il corso annuale di THEMA TEATRO (Vicenza). Collabora con Dulcamara Associazione Culturale e il gruppo teatrale ALTER EGO. Partecipa alla realizzazione di filmati pubblicitari, cortometraggi e documentari.

E’ donatrice e “formatrice di donatori di voce” presso il Centro Internazionale del Libro Parlato A. Sernagiotto di Feltre (Belluno). Tiene corsi di Lettura Espressiva in diverse scuole primarie e secondarie inferiori. Come lettrice partecipa alla presentazione di libri e spettacoli di vario genere presso librerie, biblioteche, centri culturali. E’ co-fondatrice e membro fisso del Canzoniere Letterario.

FABIO DALLA ZUANNA

collabora con associazioni culturali e teatrali del territorio come attore, assistente alla regia e sceneggiatore. Selezionato per un corso di alta formazione teatrale, parteciperà al “Festival Estivades” in Belgio. Coopera con diverse scuole medie inferiori con laboratori di doppiaggio e, nelle scuole elementari, con attività teatrali. Lettore per presentazioni di libri presso librerie, centri culturali, biblioteche e spettacoli di vario genere, registra audiolibri presso il “Centro Internazionale del Libro Parlato” di Feltre.

Ideatore e relatore del percorso sui videogiochi “Videogiochi – Laboratori” e “Replay” presso la Biblioteca Bassano del Grappa, ha collaborato con Operaestate Festival Veneto 2017 nell’evento “Margine”. E’ lettore e musicista del gruppo “Canzoniere Letterario – Laboratorio culturale di musica e parole”.

Arazzieri di Tournai, La battaglia di Roncisvalle, 1475-1500, lana e seta, 253,5 x 338,5. Londra, Victoria & Albert Museum

GIOVANNI BELLINI RITORNA A PRATO

Il fatto.

La notizia, uscita in questi giorni sul Giornale di Vicenza, è di quelle che rattristeranno soprattutto i vicentini amanti dell’arte e del grande Giovanni Bellini (1426-1427 circa – 1516), ma che renderà felici altrettante persone da un’altra parte…forse. Dopo un lungo e mortificante braccio di ferro, il Crocifisso con cimitero ebraico (1501-1502) di Bellini tornerà nella sua precedente sede a Prato. Si tratta di un dipinto ricco di rimandi simbolico-culturali come il cimitero, i teschi, la lucertola, gli alberi secchi o al contrario pieni di foglie. In esso si fondono magistralmente spiritualità e natura nella cornice della splendida città di Vicenza. Il tutto nella migliore tradizione veneta e, in particolare, secondo lo stile unico del Bellini che fece davvero “scuola”.

L’antefatto e il ritorno a Prato.

Nel 2011 Crocifisso con cimitero ebraico giunse a Vicenza assieme tra gli altri alla Coronazione di spine del Caravaggio e la Madonna col Bambino di Filippo Lippi. Ciò avvenne dopo l’acquisizione della Cassa di risparmio di Prato da parte della Banca popolare di Vicenza. L’occasione fu la mostra a Palazzo Thiene “Capolavori sacri e profani”. Da allora il dipinto non fece più ritorno nella sede della Cariprato, palazzo degli Alberti, dove erano custoditi altri importanti dipinti del’400 e del’500. Va detto che già questo comportamento è da ritenere quanto meno scorretto, poiché come ribadito da alcuni parlamentari toscani del PD: «Spogliare un territorio dei suoi tesori artistici, come fossero bottino di guerra, è un atto degno dei conquistadores di Cortez». Di là dalla retorica squillante e campanilistica, certi vizi sembrano proprio non voler sparire.

Sa, poi, di teatro dell’assurdo ciò che disse nel gennaio 2017 il presidente Gianni Mion, in riferimento al suo predecessore Zonin, visto i problemi della BpVi. Mion, infatti, disse che «Infondo non sappiamo nemmeno noi perché questi quadri sono arrivati in Veneto: qualcuno aveva forse qualche ambizione napoleonica». La cosa certa è che oltre alle persone e alle imprese colpite dalla crisi dell’istituto bancario vicentino, anche l’arte né uscita maltrattata e vilipesa. Come se opere che rappresentano l’apice della nostra civiltà veneta, italiana ed europea, fossero pacchi da spedire o strumenti da utilizzare per i propri fini.

Una sola preoccupazione.

A questo punto sorge spontanea una domanda, in parte già evocata nelle sue potenziali conseguenze dal giornalista Gian Marco Mancassola. Questa riguarda il futuro dell’opera, di cui qui nulla c’interessa del valore monetario che le è stato dato. Il Crocifisso di Bellini, infatti, potrebbe essere acquistato da Banca Intesa, che possiede Palazzo Alberti, messe all’asta o lasciate chissà per quanto dentro i caveau. Su questo punto l’assessore alla cultura di Prato, Simone Mangani ha scritto che: «Con la liquidazione, palazzo Alberti è diventato di proprietà Banca Intesa mentre la Galleria è rimasta di proprietà della ex BpVi». Insomma, siamo davvero in un limbo come scritto sul GdV.

Senza parlare, poi, dei vincoli e delle lotte tra Sovrintendenze che si profilano all’orizzonte. Difatti, si parla ora di un doppio vincolo: «le opere una volta rientrate a Prato non potranno più andarsene e se dovessero essere mai vendute, va battuta all’asta l’intesa collezione». Se da un lato rassicura il pensiero che la collezione ormai formatasi non rischi di dissolversi, spaventa l’idea di chi possa acquistarla, con le successive conseguenze.

Il rischio è che il capolavoro del Bellini finisca in mani private. In altre parole diventi il capriccio milionario di qualcuno, che non sa apprezzarne davvero il valore, impedendo una fruizione al pubblico. Noi abbiamo avuto la fortuna di ammirare il dipinto a Palazzo Thiene, durante una mostra sui dipinti dei Da Ponte. Fu un’esperienza indimenticabile e ci auguriamo che molti possano farla a loro volta. Il prima possibile e nel rispetto della storia e del valore artistico-spirituale dell’opera.

 

Giovanni Bellini, Crocifisso con cimitero ebraico, 1501-1502.