BILL VIOLA. RINASCIMENTO ELETTRONICO. A Firenze è dedicata una grande mostra al maestro della videoarte (I)

The Deluge di Bill Viola in dialogo con Il Diluvio e recessione delle acque di Paolo Uccello.

 

Parte I

È in corso in queste settimane la più importante mostra mai dedicata al massimo esponente della videoarte, dal significativo titolo Bill Viola. Rinascimento elettronico (Firenze, Palazzo Strozzi, fino al 23 luglio 2017). In realtà fulcro di una serie di eventi in terra toscana, la grande esposizione curata da Arturo Galansino (direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi) e dalla moglie dello stesso artista, Kira Perov (curatrice del Bill Viola Studio), propone sin dal titolo un quesito attorno al quale sembra gravitare, ultimamente, un certo fermento: è possibile avviare un nuovo Rinascimento nell’era digitale?

Diciamo subito, giocando a carte scoperte, che se l’artista incaricato di un compito tanto gravoso, data l’avvilente situazione culturale e sociale dell’intero Occidente è Bill Viola, per noi questo è non solo auspicabile, ma persino possibile. Certo, un artista da solo, per quanto talentuoso, non può rilanciare un’onda lunga come fu quella rinascimentale, che coinvolse arte, religione, politica, economia e ricerca in ogni campo dello scibile umano in qualcosa che tuttora rappresenta un paradigma fortissimo, un periodo irripetibile, sfolgorante e luminoso. Ancor più proprio per la “connettività” della società rinascimentale, caratteristica paradossalmente molto labile e presente solo in superficie nell’era d’internet, poiché tutto è spezzettato e frammentato, sin dagli studi universitari, dove proliferano le specializzazioni e il sapere diventa sempre più una serie di nozioni e particelle “scollegate” tra loro. Insomma oggi abbiamo a disposizione un’infinità di dati dei quali spesso non siamo in grado di farne buon uso (se non in ambito commerciale e in un’ottica consumistica), tanto meno di condividerli al fine di costruire qualcosa capace di lasciare una valida eredità alle generazioni future.

Bill Viola, però, nato a New York il 25 gennaio 1951 e di discendenze – anche – italiane (il nonno paterno era originario di Pavia), sta provando almeno a lanciare il sasso, o meglio, come ben documentano gli eventi lui dedicati in questi mesi e avremo presto modo di vedere, l’ha lanciato già da qualche tempo. Nel settembre del 1974, a un anno dalla laurea in Esperimental Studies (Facoltà di arti visive e dello spettacolo della Syracuse University) e a due dai suoi primi videotape, Viola approdò alla galleria fiorentina art/tapes/22 di Maria Gloria Conti Bicocchi (conosciuta poco prima alla rassegna internazionale Projekt ’74 di Colonia). Precoce talento e abile assistente tecnico, egli lavorerà fino al 1976 nel celebre studio sito in via Ricasoli 22, supportando numerosi artisti nelle proprie creazioni. Fu proprio durante quell’intensa esperienza formativa che Viola ebbe il primo incontro con la nostra tradizione artistica e culturale, rimanendone segnato nel profondo. Fino allora il suo interesse si era fermato esclusivamente ai contemporanei Pollock, Rothko, De Kooning e in generale all’espressionismo astratto. Questo perché, purtroppo, in molte realtà culturali americane, ma anche europee era – ed è – diffusa da “professoroni” e “grandi collezionisti” l’ottusa e stupida convinzione che l’arte del passato fosse superata. In Italia Bill Viola scoprì e imparò ad amare – per sua e nostra fortuna – un universo agli antipodi rispetto quello da cui proveniva: da noi i musei sono nati per le opere d’arte e non il contrario; l’arte vive nelle chiese, nelle vie, nelle piazze, nei giardini e nei palazzi, plasmando continuamente il presente; le persone sono talmente abituate al bello da ritenerlo scontato e parte integrante della quotidianità. In sostanza, come ricorda Viola con sincera ammirazione per il nostro paese, l’arte «era presente in tutto, costantemente effusa in ogni angolo della vita quotidiana, evidente a cena con un bicchiere di vino, come in una lezione formale in una galleria». Merita di essere citato anche quanto egli ha raccontato riguardo a un episodio che, pur nella sua semplicità, gli rimase impresso: «spesso vedevo una vecchietta per strada che veniva la mattina a mettere l’acqua fresca o dei fiori nuovi sotto un quadro della Madonna in una piccola edicola all’angolo del suo palazzo. Questo ha dato un contesto nuovo alla mia idea di apprezzamento artistico».

L’artista newyorkese a nostro avviso è tra i pochi nel panorama contemporaneo internazionale, non solo ad aver compreso il nostro grande passato, ma ad avergli ridato valore e senso attraverso “nuove tecnologie e schermi al plasma”. Non possiamo, quindi, che apprezzarne l’onestà e l’umiltà dimostrate nel modo di approcciarsi, in un confronto oramai pluridecennale, con i vari Masaccio, Paolo Uccello, Botticelli, Cranach e Pontormo per citarne solo alcuni. In primo luogo perché Viola non nasconde la sua iniziale incomprensione, e la sua onestà risiede proprio nel riconoscere questa mancanza giovanile, che lo differenzia da molti “colleghi”, decisi, invece, a relegare l’eredità artistica del passato in qualche magazzino impolverato, a camminare da soli sulle proprie gambe d’argilla fatte di circuiti museali pilotati, decadente vuotezza e vanagloria. Quando nel 1977 Viola passò un mese a Siena per produrre un documentario non riuscì a capire l’arte di Duccio, del Maestro dell’Osservanza, di Pietro e Ambrogio Lorenzetti, ora al contrario amatissimi. Esemplificativo di questo radicale cambiamento di prospettiva, che ha richiesto diversi anni prima di divenire motore d’inesauribile ricchezza creativa, è la coinvolgente e poetica Catherine’s room, che trae ispirazione dalle Storie delle vite di beate domenicane (1394-1398, Venezia, Gallerie dell’Accademia) di un altro senese, Andrea di Bartolo. Toccato da quel microcosmo femminile tradotto in pittura e fatto di gestualità ripetute, cadenzate, affascinanti proprio per la loro perseverante e simbolica costanza, Viola creò un polittico di video a colori, dove centrale è il ruolo della luce e del ramo visibile dalla finestrella. Sono questi due elementi, difatti, a dettare la vita “monastica” della protagonista, fatta di cucito, letture, pasti frugali, riflessioni, preghiere e, infine, riposo, tutte azioni che richiamano il lento e inesorabile scorrere del tempo, le stagioni, la ciclicità della vita. Si osservi come nell’ultimo riquadro il rametto scompare completamente nell’oscurità, forse perché ritornato allo stato di seme, celato nella terra, invisibile ma pronto a rinascere. L’oscurità è, dunque, metafora della morte, allo stesso modo del freddo sepolcro di Emergence, opera del 2002 ispirata al meraviglioso Cristo in pietà di Masolino (1424, Empoli, Museo della collegiata di Sant’Andrea), dove la morte, con il suo bagaglio d’inconsolabile dolore, s’intreccia con la promessa di resurrezione (si osservino gli occhi socchiusi del Cristo). Ad ogni modo il tempo descritto in Catherine’s room è chiaramente diverso da quello del mondo contemporaneo, frenetico, agitato, schizofrenico e costantemente calcolato al millesimo che Viola tiene fuori, in una dimensione altra e lontana. Nella piccola stanza rettangolare, come monaci e monache di ogni epoca e latitudine sanno da secoli, e hanno riscoperto nel Novecento, in altri ambiti, Einstein e Proust (basti pensare Alla ricerca del tempo perduto), il tempo è davvero relativo, dettato dallo spirito e dalle stagioni, su cui l’uomo non ha comunque alcun controllo.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

F. ARDITI, Il più grande videoartista? Giotto; in L’Unità, quotidiano, 4 ottobre 2002, p. 29.

M. G. BICOCCHI, art/tapes/22 – tra Firenze e santa teresa dentro le quinte dell’arte (‘73/’87); Venezia 2003.

A. GALANSINO, Bill Viola; Art & Dossier n° 341, Firenze-Milano 2017.

A. GALANSINO, La storia è parte del presente. Bill Viola; Art & Dossier n° 343, rivista, Firenze-Milano 2017, pp. 26-31.

A. GALANSINO & K. PEROV (a cura di), Bill Viola. Rinascimento elettronico; catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Strozzi, 10 marzo – 23 luglio 2017), Firenze-Milano 2017.

K. PEROV (a cura di), Bill Viola. Visioni interiori; catalogo della mostra (Roma, Palazzo delle esposizioni, 21 ottobre – 6 gennaio 2008), Firenze-Milano 2008.

R. POLESE, Il colore Viola del Manierismo; intervista in “La Lettura”, supplemento al Corriere della Sera, 23 febbraio 2014, p. 16.

L. SEBREGONDI, Umanità al plasma. Bill Viola a Firenze; Art & Dossier n° 341, rivista, Firenze-Milano 2017, pp. 18-23.

C. TOWSEND (a cura di), L’arte di Bill Viola; ed italiana, Milano 2005.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.palazzostrozzi.org/mostre/bill-viola/