CALDER: IL TEODELAPIO DI SPOLETO

 Da: Riccardo Venturi, Calder; Firenze-Milano 2009, pp. 30-31.

 

«L’importanza della scala corre parallela alla monumentalità delle opere, almeno a partire da Teodelapio (1962), commissionatogli da Giovanni Carandente per il Festival dei due mondi di Spoleto e ancora oggi sullo spiazzo davanti alla stazione.

È a questo tipo di sculture che Calder consacra gli ultimi vent’anni della sua attività, realizzandone più di trecento, semplificando progressivamente le forme, grazie alla padronanza assoluta nel maneggiare e bilanciare i diversi elementi, nel distribuire pesi e contrappesi senza rinunciare alle loro caratteristiche e anzi rendendo più perspicua la loro vitalità. Che la semplicità sia solo apparente, risultato di un paziente processo d’elaborazione, lo si deduce dai disegni preparatori o dall’indispensabile presenza dell’artista in fase di allestimento delle opere. […] ».

 

Come un “businessman”.

«La monumentalità ne modificò pertanto il modo di produzione… “Nel 1958 avevo tre fonderie che lavoravano per me, due a Washington [Connecticut] e, a una quindicina di chilometri di distanza una a Watertown. Quando guidavo da una all’altra mi sentivo come un businessman di fama”. All’aspetto artigianale del lavoro artistico subentra così quello meccanizzato dell’industria, anche se, a differenza di quanto avverrà sin dagli anni Sessanta con il minimalismo, è assente una divisione puntuale tra spazio dell’atelier e spazio industriale. Due spazi che, nel caso di Calder, si contaminano e finiscono per sovrapporsi».