CARLO CARRÀ E LA POETICA DELL’ESSENZIALE (PARTE I)

Carlo Carrà, Il figlio del costruttore, 1918-1921, olio su tela, 121 x 95 cm. Torino, Collezione privata.

Carlo Carrà, Il figlio del costruttore, 1918-1921, olio su tela, 121 x 95 cm. Torino, Collezione privata.

 

Il figlio del costruttore tra metafisica e “ritorno all’ordine”

Giorgio de Chirico è in assoluto il nome che associamo alla pittura metafisica in modo più diretto, e non potrebbe essere altrimenti. Come abbiamo potuto costatare di recente però (si rimanda alla recensione per la mostra De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie), Carlo Carrà, artista nato nel 1881 ad Alessandria d’Egitto ed entrato tardi all’Accademia di Brera (nel 1906 all’età di venticinque anni), per un certo periodo è riuscito a farsi apprezzare maggiormente proprio in quest’ambito. Carrà incontrò de Chirico a Ferrara nel 1917, instaurando con lui un proficuo e profondo confronto artistico fino al 1921. Prima aveva aderito prontamente al futurismo di Marinetti e compagni, secondo quel bisogno di “fare gruppo” che sembra aver toccato tutti i grandi artisti d’inizio XX secolo. Proprio il passaggio dalla cosiddetta “prima vera avanguardia”, il futurismo appunto, alla metafisica segnò una tappa fondamentale nella sua arte. Innanzitutto ideale oltre che stilistico-formale, per quel desiderio di: «cercare la nostra armonia nelle cose che ci circondano, perché noi sentiamo che se dimentichiamo il reale perisce ogni ordine e proporzione e quella giusta valutazione della vita e dell’arte che alla fine, per chi vi si attiene, significa chiamare ancora una volta le cose coi nomi loro». Queste parole non potrebbero essere più lontane dal desiderio rivoluzionario dei futuristi, dalla loro avversione (spesso rivelatasi solo di facciata se pensiamo alle lodi intessute da Boccioni a Michelangelo!) verso tutto ciò che odorava di passato e non correva veloce verso il futuro.

L’approccio artistico di Carrà è prima di tutto figlio di una lunga ricerca, di una profonda e consapevole meditazione, oltre che di una forte volontà di autonomia artistica, che ben si palese in alcune parole da lui scritte riferendosi al 1922, anno che «segna la mia ferma decisione di non accompagnarmi più ad altri, ma essere soltanto me stesso».

Dopo questa doverosa introduzione, possiamo con cognizione di causa affermare che la pittura metafisica di Carrà rappresenta, rispetto alle evoluzioni successive, già un primo chiaro ritorno all’ordine e all’essenziale, riscontrabile nei richiami ai grandi maestri del passato, su tutti: Giotto, Piero della Francesca e Paolo Uccello. Per Carrà il fascino e la forza della loro arte risiedevano nella potenza espressiva e plastica dei corpi, nel rigore costruttivo e prospettico. Inoltre Carrà, pur nel confronto diretto con de Chirico si mostra sempre piuttosto autonomo e capace di perseguire una poetica riconoscibile e coerente, come dimostra il colorismo più morbido da lui adottato, e ancor più la predilezione per le ambientazioni chiuse rispetto a quelle aperte. Se, infatti, de Chirico è celebre per le piazze (quella di Ferrara su tutte) presenti nelle sue opere, luoghi della quotidianità trasformati in palcoscenici della lotta contro l’assurdità del vivere che trova solo nell’arte un’ancora di salvezza, Carrà predilige gli interni. Essi sono sempre piccole “scatole prospettiche” come le definisce Furio Rinaldi (2012) o, aggiungiamo noi, “scatole giocattolo” come quelle prodotte dai Remondini di Bassano e le più recenti di Federico Bonaldi. Pensiamo alla Camera incantata e alla Musa metafisica, entrambe datate al 1917 e custodite a Milano nella Pinacoteca di Brera, o a Penelope del 1917 (Collezione privata).

 

Carlo Carrà, La Musa metafisica, 1917. Milano, Pinacoteca di Brera.

Carlo Carrà, La Musa metafisica, 1917. Milano, Pinacoteca di Brera