Giovanni Boccaccio (Decameron, VI, 5)

Giotto di Bondone, Ultima cena, 1303-1305, particolare. Padova, Cappella degli Scrovegni.

Giotto di Bondone, Ultima cena, 1303-1305, particolare. Padova, Cappella degli Scrovegni.

 

«[…]; l’altro, il cui nome fu Giotto, ebbe uno ingegno di tanta eccelenzia, che niuna cosa dà la natura, madre di tutte le cose e operatrice col continuo girar de’ cieli, che  egli con lo stile e con la penna o col pennello non dipingesse sì simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse, in tanto che molte volte nelle cose da lui fatte si truova che il visivo senso degli uomini prese errore, quello credendo esser vero che era dipinto».

 

Renzo Villa & Giovanni C. F. Villa (2011)

Lorenzo Lotto, San Girolamo nella selva, 1506 circa. Parigi, Musée du Louvre.

Lorenzo Lotto, San Girolamo nella selva, 1506 (?). Parigi, Musée du Louvre.

 

«Tipica tavoletta di devozione privata, che presenta l’icona di Girolamo, ripetuta centinaia di volte per tutto il Quattrocento, e ancora nei primi decenni del secolo successivo. Girolamo è il santo umanista: lo studioso attento ed erudito, anche immerso nella solitaria meditazione solo interrotta da quell’estemporanea carità che gli ha fatto togliere la spina dal piede del leone, assicurandosi così gratitudine umile e fedele. La sua icona è anche un’occasione pittorica per variare intorno al disegno di rocce, alle solitudini di volta in volta desertiche o selvose. Come propone in questo caso Lotto, unendo echi di sottoboschi veneti a spelonche di gusto arcaico, mentre l’alba chiara dirada le tenebre. Il tutto sempre con un’eco allegorica, nella luce della verità che guiderà un’altra operosa e solitaria giornata nella vita di Girolamo. Da queste sue prime opere, immerse nell’atmosfera culturale dell’umanesimo veneziano, il giovane pittore saprà avviarsi verso soluzioni originali, dando pieno respiro al gusto inventivo e alla sua personale tavolozza, tutta giocata su toni freddi e inattesi, di inconsueta luminosità: un incontro fra le calli e i campielli gli avrà suggerito nuove prospettive».

Carlo Ridolfi (Le Meraviglie dell’arte, ed. 1835-1837)

Carpaccio, Presentazione di Gesù al tempio, particolare, 1510. Venezia, Gallerie dell’Accademia. 3

Vittore Carpaccio, Presentazione di Gesù al tempio, particolare, 1510. Venezia, Gallerie dell’Accademia.

 

«Vittore Carpaccio, dunque, nobile per antica cittadinanza, ma più chiaro per la sua virtù, fu quello che arrecò alla patria più degni fregi con le sue opere. Fu egli nel principio del suo operare di maniera piuttosto secca che no, ma poscia raddolcì lo stile col progresso del tempo, onde acquistò titolo di buon maestro, poiché nella spiegatura delle istorie non solo, ma un certo che di grazia ch’egli diede all’arie de’ volti, e per una tale diligenza che si diparte da quella total durezza usata dagli antichi, si rende grato e piacevole, sicchè egli è ben degno che di lui raccogliamo le opere che lasciò in Venezia ed altrove.».

 

Guillaume Apollinaire (1905)

Pablo Picasso, Famiglia di saltimbanchi (1905, Washington, National Gallery of Art).

Pablo Picasso, Famiglia di saltimbanchi (1905, Washington, National Gallery of Art).

 

«[…] La propensione di Picasso per i tratti fuggevoli penetra e converte le cose, producendo esemplari pressoché unici di calcografie lineari, ove le apparenze generali del mondo non risultano per niente alterate dalle luci, che modificano le forme col cambiarne i colori. Più di tutti i poeti, gli scultori e gli altri pittori, questo spagnolo ci lascia senza fiato, come un freddo repentino; le sue meditazioni si denudano nel silenzio; ed egli viene da lontano, dai fasti brutali delle composizioni e delle decorazioni spagnole secentesche.

Chi l’ha conosciuto ne ricorda le improvvise truculenze, che trascendevano l’esperimento. L’insistenza nel perseguire la bellezza ha guidato le sue strade, facendolo moralmente latino, ritmicamente arabo».

Giuseppe Ungaretti (1930)

Testa di Apollo Citaredo, bronzo (I sec. a. C. - I sec. d. C., Salerno, Museo Archeologico Provinciale).

Testa di Apollo Citaredo, bronzo del I sec. a. C. – I sec. d. C. (Salerno, Museo Archeologico Provinciale).

«È già quasi notte e in fila tornano al porto i pescatori d’alici. Raccogliendo le reti, una sera a una maglia restò presa […] una testa d’Apollo. Fu allora alzata in palmo di una mano rugosa e, tornata a dare vita alla luce sanguinando per le vampe del tramonto – al punto del collo dove la recisero – a quel pescatore parve il Battista. L’ho veduta al Museo di Salerno e sarà prassitelica o ellenistica […] ha nel suo sorriso indulgente e fremente, non so quale canto di giovinezza risuscitata!».