ROLAND

Le donne, i cavalieri, l’arme, gli amori

Di norma non trattiamo musica o letteratura nel nostro blog, ma facciamo più che volentieri uno strappo alla norma. Anzi, ci prenderemo probabilmente gusto! In primo luogo perché i protagonisti della serata del 27 maggio prossimo (Sala della Musica, via Barbieri 23, Bassano) sono dei cari amici. In secondo luogo perché all’incirca un anno fa, anche noi ci siamo occupati di Roland. L’occasione fu la visita alla superba mostra ferrarese Orlando Furioso 500, per celebrare i cinquecentenario del capolavoro di Ludovico Ariosto.

Di seguito tutte le info sull’evento ROLAND. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, che si possono trovare alla seguente pagina facebook.

I promotori

L’ Azione Cattolica del vicariato di Bassano del Grappa è lieta di promuovere un evento culturale ideato e realizzato da Anna Branciforti, Fabio Dalla Zuanna e Silvia Augusta Cicchetti. Alla seconda esperienza assieme, dopo quella dedicata all’Iliade, questi tre talenti ci guideranno tra letture e musiche alla scoperta dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Il tutto attraverso un’ottica nuova e coraggiosa frutto di mesi di ricerche e preparazione, che non mancherà di emozionare i presenti. Il capolavoro dell’Ariosto, infatti, sarà approfondito tramite la versione mediata da Italo Calvino, cui verranno accostate le musiche del grande compositore e arpista Carlos Salzedo.

Il fine di questo primo evento a carattere culturale promosso dalla presidenza dell’Ac adulti vicariale di Bassano, è di comprendere quanto quel mondo cavalleresco possa ancora oggi dirci molto, parlando di temi e valori universali. Inoltre, si vuole diffondere l’amore per la Bellezza e l’alto valore che essa ha nella formazione e nel ben-essere di ogni persona.
Negli ultimi decenni tutti i papi, da PaoloVI a Francesco, passando per san Giovanni Paolo II e Benedetto XVII, a più riprese hanno espresso il desiderio di risaldare il legame con le Arti, consapevoli del Loro ruolo privilegiato nell’unire le persone elevandone al contempo lo Spirito.
Da subito rivolgiamo un ringraziamento particolare alla signora Margherita Scarmoncin, per aver generosamente concesso gli spazi.

ROLAND. Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori
Domenica 31 maggio 2018, ore 18:00
Sala della Musica, via Barbieri 23 – 36061 Bassano del Grappa.
INGRESSO LIBERO

 

I protagonisti

SILVIA AUGUSTA CICCHETTI

Classe 1989, dopo il diploma di maturità classica ha conseguito la Laurea Magistrale in Architettura presso l’Università Iuav di Venezia a marzo 2015 e a ottobre dello stesso anno si è diplomata in Arpa presso il Conservatorio di Musica “Benedetto Marcello” di Venezia sotto la guida del M° Elisabetta Ghebbioni.
Dal 2011 ha partecipato, in qualità di allieva effettiva, a masterclass con arpisti di fama nazionale e internazionale, quali Isabelle Moretti (docente al Conservatorio Nazionale Superiore di Parigi), Oscar Rodriguez Do Campo (docente dell’Istituto Superiore Nazionale di Arte in Argentina), Giuseppina Vergine (Prima Arpa al Teatro di Catania), Olga Mazzia (Prima Arpa nell’Orchestra del Teatro la scala Milano), Stéphanie Manzo (docente alla Scuola Superiore di Musica di Lisbona), Maria Christina Cleary (esperta in arpe antiche).

Ha collaborato con l’orchestra sinfonica del liceo Leopardi-Majorana diretta dal M° Tiziano Forcolin e dal M° Remo Anzovino con produzioni nel territorio di Pordenone e provincia. Ha preso parte a manifestazioni concertistiche, su progetto del Conservatorio “B. Marcello” di Venezia e del Conservatorio Steffani Castelfranco Veneto, esibendosi in ensemble di arpe a Venezia e Castelfranco Veneto. Svolgendo un’attività concertistica sia come solista sia in diverse formazioni cameristiche ha tenuto concerti per associazioni culturali e amministrazioni comunali in Friuli e in Veneto. Dedicandosi con amore alla musica da camera, con il fratello Emidio Maria Cicchetti ha costituito il Duo Adélfia, formazione di arpa e flauto, con cui si esibisce nel Triveneto.

ANNA BRANCIFORTI

Si forma come attrice attraverso il corso triennale di recitazione e teatro corale di Ossidiana Centro Culturale e di Espressione (Vicenza) e il corso annuale di THEMA TEATRO (Vicenza). Collabora con Dulcamara Associazione Culturale e il gruppo teatrale ALTER EGO. Partecipa alla realizzazione di filmati pubblicitari, cortometraggi e documentari.

E’ donatrice e “formatrice di donatori di voce” presso il Centro Internazionale del Libro Parlato A. Sernagiotto di Feltre (Belluno). Tiene corsi di Lettura Espressiva in diverse scuole primarie e secondarie inferiori. Come lettrice partecipa alla presentazione di libri e spettacoli di vario genere presso librerie, biblioteche, centri culturali. E’ co-fondatrice e membro fisso del Canzoniere Letterario.

FABIO DALLA ZUANNA

collabora con associazioni culturali e teatrali del territorio come attore, assistente alla regia e sceneggiatore. Selezionato per un corso di alta formazione teatrale, parteciperà al “Festival Estivades” in Belgio. Coopera con diverse scuole medie inferiori con laboratori di doppiaggio e, nelle scuole elementari, con attività teatrali. Lettore per presentazioni di libri presso librerie, centri culturali, biblioteche e spettacoli di vario genere, registra audiolibri presso il “Centro Internazionale del Libro Parlato” di Feltre.

Ideatore e relatore del percorso sui videogiochi “Videogiochi – Laboratori” e “Replay” presso la Biblioteca Bassano del Grappa, ha collaborato con Operaestate Festival Veneto 2017 nell’evento “Margine”. E’ lettore e musicista del gruppo “Canzoniere Letterario – Laboratorio culturale di musica e parole”.

Arazzieri di Tournai, La battaglia di Roncisvalle, 1475-1500, lana e seta, 253,5 x 338,5. Londra, Victoria & Albert Museum

TRA IL CIELO E IL GRANO

Vincent Van Gogh, Vecchio che soffre, 1882, mm 445 x 471. Otterlo, Kroller-Muller Museum.

 

Perché parlare di una mostra senza averla vista.

Di norma non si fa, ma questa volta non possiamo esimerci dal parlare di una mostra senza averla ancora vista. Le ragioni sono tre. La prima ed è il primo indizio, è che moltissime persone ci sono già andate, specie tra amici e conoscenti del vicentino. Spesso anche i più “profani d’arte”, sempre che si possano chiamare così, hanno dato giudizi decisamente positivi. Ciò, ovviamente, mi ha molto incuriosito.

La seconda è che ricorda una mostra del 2009 a Brescia (Museo di Santa Giulia) cui andai durante la triennale e che aveva lo stesso curatore. Quella volta subito ci fu delusione per i pochi dipinti presenti tra il centinaio di opere esposte, ma nel tempo la scelta di concentrarsi sui disegni – secondo indizio – si è dimostrata azzeccata e apprezzabile.

La terza ragione è che si differenzia da altre viste dello stesso curatore, perché come da lui scritto si concentra su un solo artista e su alcuni periodi specifici della sua vita.

 

Van Gogh. Tra il Cielo e il grano a Vicenza

Come avrete capito parliamo di Marco Goldin, spesso al centro di accese discussioni e della mostra di Van Gogh. Tra il cielo e il grano (Vicenza, Basilica Palladiana, fino al 8 aprile). La grande esposizione monografica attinge ancora una volta dal patrimonio unico del Kröller-Müller Museum in Olanda.

Tra i dipinti si possono ammirare Il ponte di Langlois ad Arles (1883), Covone sotto un cielo nuvoloso (1890) e Castagni in fiore (1890). Tra i disegni troviamo, invece, Il seminatore (1882), Gli zappatori (1882) e Tessitore (1883-1884). Si tratta, come si comprende dai titoli, spesso di disegni tratti da Millet.

 

Vincent Van Gogh, Il seminatore (da Millet), 1890, olio su tela, 64×55 cm. Otterlo, Kroller-Muller Museum.

 

In tutto sono presenti oltre ai 43 dipinti e 86 disegni, ma soprattutto molti testi di accompagnamento. Questi ultimi nello specifico sono le lettere di Vincent al fratello Theo – ma non solo – , fonte essenziale per comprenderne personalità e percorso artistico.

Tra i periodi presi in esame c’è quello «dall’autunno del 1880 nelle miniere del Borinage, per la verità in Belgio, fino all’autunno del 1885 a conclusione del fondamentale periodo di Nuenen». Marco Goldin con un’immagine efficace descrive questo lasso di tempo come «una sorta di stigmate infiammata e continuamente protratta. Una vera e propria via crucis nel dolore e nella disperazione del vivere. Sarà come entrare nel laboratorio dell’anima di Van Gogh, in quel luogo segreto, solo a lui noto, nel quale si sono formate le sue immagini».

 

Due possibili filoni di lettura tra molti.

Temi principali sembrano essere, dunque, da un lato il sofferto percorso di vita – e fede (si ricordi il fallimento di Vicent come predicatore) – , dall’altro il legame artistico con l’amatissimo e citato Jean-François Millet. Il maestro francese fu “il pennello” delle persone umili, dei contadini, della quotidianità semplice e della fede autentica dei piccoli gesti. Senza dimentica, poi, la capacità di Vincent di esprimere nei colori e nei soggetti impressi su foglio, le zone più profonde “e ferite” dell’animo umano.

Di questo progetto ci attira, in definitiva, la centralità della parola. Essa acquista un nuovo valore, cosi come il disegno nelle sue tante possibilità espressive (matita, acquarello, gessetto, china…), rimesso al centro dell’analisi critica. In fondo il disegno è il seme creativo da cui nasce l’opera, il momento irripetibile nel quale un’idea, un sentimento, un messaggio s’imprime e concretizza divenendo seme per altri. Il percorso, inoltre, termina con un film sulla vita di Van Gogh e la ricostruzione in plastico della casa, dove l’artista fu ricoverato a Saint-Rémy. Altro elemento di assoluto interesse, poiché alla più tradizionale e – sempre – doverosa ricerca sulle fonti, coniuga nuove tecnologie e strumenti didattici.

Insomma, non mancheremo di andare a vedere Van Gogh. Tra il cielo e il grano Vicenza in queste ultime due settimane di apertura e ci sentiamo di consigliare i lettori di fare altrettanto.

 

Vincent Van Gogh, Telaio con tessitore, 1884, olio su tela, cm 68,3 x 84,2. Otterlo, Kroller-Muller Museum.

 

In copertina:

Vincent Van Gogh, Sentiero nel parco, 1888, olio su tela, 72,3×93 cm. Otterlo, Kroller-Muller Museum.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

L. BERTO, Il caffè artistico di Lo. Un anno ad arte da Giotto a de Chirico; Bassano 2016.

R. DE LEEUW, Van Gogh; Art & Dossier n° 22, Firenze-Milano 1988.

M. GOLDIN (a cura di), Vincent Van Gogh. Tra cielo e grano; catalogo della mostra (Vicenza, Basilica Palladiana, 7 ottobre 2017 – 8 aprile 2018),

 

LEGGI ANCHE:

https://www.ilcaffeartisticodilo.it/jean-baptiste-camille-corot-tra-relismo-e-romanticismo/

 

 

IL CINQUECENTO A FIRENZE

Andrea del Sarto, Pietà di Luco, 1523-1524. Firenze, Gallerie degli Uffizi.

 

“Maniera moderna” e Controriforma.

Ultimi due fine settimana per vedere la mostra Il Cinquecento a Firenze. “Maniera moderna” e Controriforma in locandina con sottotitolo Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna (Palazzo Strozzi, fino al 21 gennaio 2018), curata da Carlo Falciani e Antonio Natali. Vi siamo stati a ottobre dell’ormai anno venturo, eppure il ricordo di questa esposizione che immerge letteralmente il visitatore in un secolo, il Cinquecento appunto, dove Firenze fu protagonista artistica assoluta, rimane vivissimo.

Essa chiude la trilogia dedicata al XVI secolo ed espone oltre a prestiti da Londra, Venezia, Roma, Vienna, Napoli e collezioni private, molte opere presenti in città. Quest’aspetto ci porta in apertura a fare una breve riflessione, poiché di recente molte sono state le polemiche sull’usanza di spostare opere importanti, magari bisognose di particolari attenzioni, anche solo di poche decine di metri per allestire mostre di grido. Senza citare i casi, diciamo che in parte siamo d’accordo, nel senso che senza toccare le opere si possono inserire comunque nel percorso di una mostra.

Nel caso di cui parliamo oggi, però, la scelta è del tutto consona e motivata. In primo luogo perché come anticipato si chiude una trilogia e, quindi, chiudere al meglio diversi anni di lavoro e ricerca. In secondo luogo perché l’intenzione è stata quella davvero di catapultare il visitatore nel Cinquecento. Cosicché da fargli rivivere lungo le numerose sale quel periodo storico, riscoprendone la religiosità, la cultura, le ambizioni e il lascito artistico alle generazioni successive. Effetto impossibile da raggiungere con una “mostra diffusa”. Per alcune ore ci siamo sentiti dei contemporanei di Michelangelo, Pontormo e Giambologna e questo è qualcosa di impagabile.

 

Il percorso espositivo.

Il percorso prende avvio con il Compianto su Cristo morto o Pietà di Luco (1523-1524), di Andrea del Sarto. Da sempre Andrea del Sarto è uno dei nostri pittori preferiti per la sua pacata eleganza formale e morbidezza tonale, criticato dal Vasari per la “timidezza” che gli impedì, a suo dire, di raggiungere i più grandi maestri pur avendo le potenzialità e il talento. Poi ecco il Dio fluviale (1526-1527 circa) di Michelangelo, modello in argilla estremamente raro e delicato per la sua stesse caratteristiche e sopravvissuto solo per il nome del suo celeberrimo autore. Nemmeno il tempo di esaltarsi che arrivano la “trilogia” Rosso Fiorentino, Pontormo, Bronzino. Rispettivamente con la Deposizione dalla croce di Volterra (1521), la Deposizione di Santa Felicita (1525-1528) e il Cristo deposto (1543-1545) di Besançon.

Il primo colpisce per la composizione dinamica, la “sprezzatura formale” e i tratti bestiali di uno dei carnefici. Pontormo, invece, propone colori metallici, uno stile malinconico riassunto nella carne di Cristo morbidamente sostenuta, tra gli altri, da una figura la cui vestina attillata rosa, a metterne in risalto il corpo scultoreo, sembra anticipare certi abbigliamenti sportivi odierni. Infine, Bronzino si caratterizza per la nobile e divina eleganza nei tratti e degli intensi blu delle vesti. Seenza tralasciare gli strumenti della Passione di Cristo in alto, esposti già come trofei di vittoria dai putti michelangioleschi.

 

Da Salviati a Sirigatti.

Proseguendo ci s’imbatte nell’Annunciazione (1534 circa) di Francesco Salviati, dove una radiosa Maria quasi con passo di danza accoglie con reverenza l’inaspettato ospite celeste; nell’Immacolata Concezione (1540-1541) del Vasari; nell’Apollo e Giacinto (1546 circa – 1571) di Cellini. Nella sezione “Altari della Controriforma” a rimanerci impressa è la Crocifissione (1569) di Giovanni Stradano. Opera decisamente lontana dai canoni rinascimentali italiani, persino dalle invenzioni più audaci, per le sue figure allungate all’eccesso, il clima tetro sottolineato dal drago e dallo scheletro in bella vista incatenati alla croce di Cristo, ma anche dai colori e dalle pose contorte dei ladroni.

Splendido pure il Cristo e l’adultera (1577) di Alessandro Allori, di cui più avanti si può ammirare (sezione “Allegorie e miti”) la bellissima e maliziosa Venere e Amore (1575-1580 circa). Quest’ultima è un tripudio di vita, sensualità, carnalità, dove le due bianche colombe sono a loro volta colte in effusioni amorose. Segnalando l’intenso Crocifisso (1598) di Giambologna, dalla spiritualità pienamente controriformista, passiamo ai “Ritratti”, dove vanno ricordati quelli del citato Allori dedicati al primogenito di Cosimo I de’ Medici e Eleonora di Toledo, (Ritratto di Francesco I, 1570-1575) e a un’elegante e anonima nobildonna (1580 circa).

In seguito sono esposti il Ritratto di Antonio Ricci (1587-1590 circa) del Poppi; il Ritratto del nano Barbino (1564-1566), marmo di Valerio Cioli; l’austero e impassibile Ritratto di Benedetto Egio (1575-1580 circa) di Vincenzo Danti; i busti marmorei ritraenti Niccolò Sirigatti e Cassandra del Ghirlandaio Sirigatti (figlia del pittore Rodolfo del Ghirlandaio). Datati, rispettivamente 1576 e 1578 furono eseguiti dal figlio Ridolfo Sirigatti e sono ancora oggi testimonianza del suo sincero per i genitori, come esprime la scritta dedicatoria, incisa sul retro di entrambi i busti: «QUEM GENUI / RODULPHUS / ANIMI CAUSA / CAELAVIT».

 

Le ultime sezioni della mostra.

Non si possono dimenticare le sei lunette, riunite per la prima volta a Palazzo Strozzi. Esse sono state eseguite da Santi di Tito, Pietro Candido, Poppi, Giovanni Balducci (?), Giovanni Maria Butteri, Lorenzo Vaiani dello Sciorina. La loro particolarità è che rappresentano «uno dei rari cicli pittorici di soggetto profano e allegorico eseguiti da alcuni pittori coinvolti nello Studiolo di Francesco I a Palazzo Vecchio» (Carlo Falciani). Datate tra il 1582 e il 1585 raffigurano: La Fatica; L’Umiltà; La Giustizia/Constans Iustitia; L’Onore; Il Tempo/Crono; La Verità/Nuda Veritas.

Il percorso termina con opere pittoriche e scultoree che abbandonano il Cinquecento (toccante la Visione di san Tommaso d’Aquino di Santi di Tito) e ci introducono al Seicento. E qui svettano i nomi di Jacopo da Empoli, Cigoli, Caccini e Pietro Bernini.

 

Alessandro Allori, Venere e Amore, 1575-1580 circa. Montpellier, Musée Fabre.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

C. FALCIANI & A. NATALI (a cura di), Il Cinquecento a Firenze. “Maniera moderna” e Controriforma; catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Strozzi, 21 settembre 2017 – 21 gennaio 2018), Firenze 2017.

BUONA EPIFANIA CON I MACACHI DI ALBISOLA

La mostra sui Macachi di Albisola è aperta fino domenica 7 gennaio

<<In Liguria la tradizione dei presepi è plurisecolare, affondando le proprie radici nel Cinquecento, quando erano Genova e Savona i principali centri produttivi e i materiali utilizzati, il legno e la pietra. In seguito, dopo l’età barocca caratterizzata da opere sfarzose e teatrali, nel Settecento si diffusero i presepi «borghesi e popolari». Fu allora, più di preciso tra fine Sette – inizi Ottocento che le Albisole con le loro terre argillose, divennero centro produttivo importante e portatore di una propria cultura. Motore ne furono le donne, fossero esse madri, nonne, figlie, le quali divennero famose con il nome di “figurinaie”. Raschiando letteralmente la terra e cuocendola poi attorno ai 900 per, infine, colorarla a freddo, le figurinaie realizzavano queste umili statuine di massimo 12 cm di altezza dedicate alla Sacra Famiglia, ma anche a compaesani e personaggi popolai come Gelindo e Gelinda o il generoso Circia.>>

Estratto dall’articolo I Macachi di Albisola. 200 anni di storia scritto per il n.6 del 9 dicembre 2017 del settimanale Bassano Week 

Particolare con alcune figurine del presepio.

 

In copertina alcuni organizzatori e rappresentanti del Comune di Bassano durante l’inaugurazione.

CON GLI OCCHI DI ROBERT CAPA

Estratto dall’articolo La guerra raccontata attraverso Robert Capa (in foto) scritto per il n.2 dell’11 novembre 2017 del settimanale Bassano Week .

 

Al Museo Civico di Bassano fino al 22 gennaio 2018 è celebrato il grande fotografo di origini ungheresi.

<<…Sono esposte poi, opere meno famose forse, ma che toccano ugualmente le nostre coscienze, mostrando il lato peggiore dell’umanità: quella che a guerra finita faceva sfilare una donna rasata con il proprio neonato in braccio per le strade di Chartres (18 agosto 1944), schernita dalla folla per la relazione avuta con un tedesco. Chiude il percorso una selezione più intima, dedicata alle amicizie nel mondo della cultura (tra cui Picasso, Matisse, Hemingway, Ingrid Bergman e John Houston), dove scopriamo un Robert Capa sempre innamorato della vita, nonostante le atrocità viste e la mai colmata perdita di Gerda.>>

 

In copertina:
Robert Capa, Motociclisti e una donna percorrono la strada da Nam Dinh a Thai Binh, Vietnam, 25 maggio 1954.

 

Un’interessante analisi sulla discussa foto Morte di un miliziano lealista

LA PITTURA È VIVA, LA PITTURA È VITA

 

Mauro Capitani fino al 12 novembre a Firenze, per i cinquant’anni di attività.

È trascorso un po’ di tempo ormai dall’inaugurazione, il 18 ottobre scorso, della mostra a Palazzo Medici Riccardi curata da Giammarco Puntelli e dal significativo titolo: Mauro Capitani. Viaggi di vita e di pittura (fino al 12 novembre 2017). Nonostante ciò, il ricordo di quei momenti passati in amicizia a festeggiare un grande e meritato traguardo rimane vivido, come le emozioni dinanzi alle opere esposte e la piacevole sensazione provata nel costatare il tanto affetto dei presenti verso Mauro Capitani. Fossero essi autorità politiche, colleghi, amici o semplici appassionati.

Significativo il titolo, come espresso in apertura, perché come vedremo pone l’accento su due elementi essenziali nella poetica di Capitani. Entrambi puntualmente affrontati nel preciso e sentito intervento dello stesso Puntelli. Proprio a quest’ultimo, prima di addentrarci nella mostra, va fatto un plauso per la serietà, il valore e l’autenticità di quanto condiviso nella sua presentazione. Puntelli ha dimostrato un forte affiatamento con l’artista, toccando le giuste corde e rispettandone in primo luogo il percorso umano, senza il quale non esiste arte o analisi che tenga. Potrebbe sembrare cosa quasi scontata da dirsi, se non fosse che troppi critici oggi sono presi sempre spesso più da sé stessi. Ciò li porta a trascurare quella che dovrebbe essere la loro missione (per la quale oltretutto sono pagati): dare voce all’arte e agli artisti. Il tutto facilitando il legame col pubblico.

Un viaggio e una vita mai declinati al singolare.

Venendo a noi il primo elemento è che il percorso di Capitani non è stato un viaggio né una vita al singolare ma, appunto, un insieme di viaggi attraverso soggetti, stili e soprattutto i colori, sempre presenti, efficaci, espressivi come si addice a uno dei massimi coloristi italiani degli ultimi decenni. Il secondo è che la pittura di Capitani è inscindibilmente connessa alla vita. Proprio come due facce della stessa medaglia, una richiama costantemente l’altra in un continuo scambio reciproco.

Se la vita dona linfa preziosa e inesauribile alla creatività, con i suoi imprevedibili cambiamenti e, talvolta, stravolgimenti, l’arte da parte sua offre sostegno al percorso umano, aiuta a conoscere sé stessi, superare i momenti difficili e a vincere uno dei maggiori mali della nostra epoca, ben indagato in molta letteratura del Novecento: la noia! Capitani, infatti, ha più volte dichiarato di aver sempre cercato nel proprio cammino di modificare stile e soggetti anche per non annoiarsi.

Aprendo una breve parentesi, si tratta di una motivazione validissima, giacché troppi “artisti” di – immeritata – fama mondiale celano questo loro malessere e l’assenza di creatività con operazioni provocatorie puramente commerciali, che nulla hanno a che spartire con l’arte.

Tornando al nostro discorso nel primo caso Capitani adotta di volta in volta un tratto più veloce e sottile, oppure più materico, denso, magari inserendo elementi spuri (ad esempio stoffe). O, ancora, una tecnica tradizionale nel senso più nobile del termine, dando lustro alla tradizione pittorica italiana non solo novecentista. Nel secondo caso, invece, riguardo ai soggetti, Capitani è passato dai celebri ed evocativi gabbiani ai magici/razionali paesaggi newtoniani. Senza dimenticare poi, gli ipnotici animali fino alle opere più ironiche o, al contrario, di denuncia contro le brutalità della Seconda Guerra Mondiale.

Rifuggire la noia!

Capitani in sostanza conosce il pericolo della noia, e in un parallelismo con il suo spettacolare e indomito toro su fondo rosso potremmo dire che non si fa ingabbiare, le sfugge continuamente. Pena l’uccisione subdola e silenziosa di ogni slancio, ideale, sospiro di vita e pittura vera. Tale approccio dinamico sin dagli esordi si è rivelato necessario quindi, e Capitani ha dato poca importanza ai rischi (per esempio l’incomprensione o l’insuccesso) corsi abbandonando temi fortunati, per «ritrovarsi di nuovo spiazzato dalla nuda tela». Anche perché diciamolo, il maestro Capitani conosce benissimo l’arte della pittura, questo “mestiere alto e nobilitante”. A cinquant’anni dal suo esordio può guardare, dunque, con soddisfazione indietro e dire di aver vinto se non tutte, gran parte delle sfide affrontate.

Pittura con la “P” maiuscola.

Giammarco Puntelli ha rilevato più volte, nella bella presentazione fatta all’inaugurazione di cui accennato all’inizio, che quella di Capitani è Pittura con la “P” maiuscola. Una pittura fatta di colore, pennello, disegno e, aggiungendo un nuovo tassello, conoscenza. Questo è per molti aspetti il vero humus, il filo conduttore di tutte le creazioni di Capitani: il rispetto, in parte già visto, per il mestiere del pittore; la dimestichezza con il pennello; la conoscenza della storia dell’arte. Non dobbiamo scordarci, difatti, che Capitani è stato per molti anni insegnante. Questa caratteristica affiora qua e la non solo e non tanto nel citare i maestri del passato, ma nel voler trasmettere in modo inconscio o meno dei valori alle nuove generazioni di artisti, chiamate a non scadere nel pressapochismo e nella faciloneria.

In conclusione vogliamo ringraziare l’amico Mauro Capitani, per i doni che ha fatto e che farà all’arte italiana. Gli auguriamo di continuare ancora con tanti nuovi e intraprendenti viaggi. Un po’ come Stendhal in una delle opere più recenti e senza paura di osare e affrontare sfide nuove. Infine vogliamo condividere una grande speranza, sorta in noi osservando lo splendido dipinto Adamo vede per la prima volta Eva. Un’opera dove ci ritroviamo catapultati in quel mitico e irripetibile (o forse avviene in ogni vero amore?) primo incontro tra uomo e donna.

Capitani ha saputo cogliere lo stupore assoluto di Adamo nel vedere la compagna che Dio gli aveva messo accanto, affinché potessero condividere assieme la bellezza della Creazione. La nostra speranza è che in futuro si possa organizzare una mostra dedicata solo alle opere grafiche e ai disegni di Capitani. Noi siamo certi che si rivelerebbe scuola inimitabile per tutti i giovani che si avvicinano all’arte.

 

http://www.valdarno24.it/2017/10/26/36-dipinti-mauro-capitani-mostra-palazzo-medici-riccardi/

LA BELLEZZA DELLA FRAGILITÀ. Elisa Panfido in mostra a Castelfranco Veneto con “Sottovoce”

 

Fino la domenica prossima, 15 ottobre, sarà visitabile la bella mostra monografica di Elisa Panfido a Castelfranco Veneto (Galleria del Teatro Accademico, ingresso libero) dal significativo titolo Sottovoce. Noi siamo andati a vederla già settimana scorsa e nell’occasione abbiamo avuto il piacere di parlare a lungo con la “Pintora”, protagonista di una precedente mostra proprio nella sede di INIZIO – Spazio culturale a Bassano (Palazzo Finco, settembre 2017), con cui collaboriamo. Dall’incontro è nato il seguente contributo, che vuole essere un omaggio a Elisa e un invito a non perdere gli ultimi giorni dell’esposizione a Castelfranco Veneto. Essa presenta un maggior numero di opere rispetto alla citata mostra bassanese, comunque dedicate sempre ai medesimi amati soggetti, salvo qualche nuova interessante novità: i meravigliosi e coinvolgenti fiori, le poetiche marine e le silenti figure umane, cui si aggiungono ora dipinti di sapore più “astratto” (non chiamiamolo concettuale!), dove cresce la ricerca introspettiva e il carattere autobiografico.

Iniziamo dicendo che Elisa ci ha subito accolto con la sua proverbiale affabilità e il suo travolgente entusiasmo e calore, e dobbiamo ammettere che ci ha sorpreso e spiazzato sin dai primi scambi, svelandoci un piacevole dettaglio. Il titolo della mostra, Sottovoce appunto, ci racconta esserle stato proposto dalla sua collaboratrice Alice, dopo aver letto la breve recensione da noi scritta proprio in occasione di Personalmente presso INIZIO. Scopriamo così di aver lasciato un bel segno, di cui siamo onorati e grati, perché nel piccolo ci fa sentire parte di questa sua ultima avventura e ci fa capire di aver svolto un buon lavoro, ma, soprattutto, di aver colto qualcosa nell’arte di Elisa e di essere entrati in un certo senso in “sintonia”. La prima parte è tutta dedicata all’acqua, a immagini di velieri solitari che, pur tra nebbie e tempeste solcano maestosi e ieratici l’immensa distesa azzurra. Tali soggetti sono figli naturali dell’identità istriano-veneziano di Elisa, di un’anima forgiata a stretto – e costante – contatto con l’acqua sia per il lavoro che svolgeva il padre (dirigente di società di rimorchiatori a Venezia) sia per tramite del nonno materno, un simpatico comandante sempre in viaggio. Un elemento, l’acqua appunto, cui la nostra pittrice non riesce a fare a meno, e che ricompare continuamente nella sua mente, anche a distanza di anni e dopo il trasferimento tra le dolci colline asolane. A riguardo Elisa non nasconde di sentire nostalgia per la laguna veneziana, per i suoi colori e la vivace vita del porto, tutti aspetti cui le meravigliose colline tra le quali oggi vive non riescono a sopperire. Da ciò s’intuisce quanto le marine, e al medesimo modo gli altri temi, siano per Elisa un mezzo per comunicare sicuramente qualcosa di più della semplice – e comunque apprezzabile – bellezza estetica.

 

A questo punto vanno specificati i due “pilastri” dell’arte di Elisa, senza conoscere i quali si perde gran parte del messaggio sotteso alle sue opere, perché come detto la nostra pittrice non vuole fermarsi al puro dato visivo. Questi sono il procedimento creativo e la tecnica. Il primo è per certi versi curioso, indubbiamente affascinante e fuori dagli schemi. Esso muove i suoi primi passi nelle ore “del silenzio”, quando ogni pensiero scorre sottovoce prima del sopraggiungere del sonno. È in quelle ore tarde verso la mezzanotte, che Elisa trova la giusta pace e serenità per immergersi completamente nell’arte e confrontarsi con la nuda tela. Si tratta di un rapporto non filtrato dalle osservazioni del mondo reale, da influenze artistiche o dallo studio sui libri (i suoi figli le hanno sempre sconsigliato di “insegnare a dipingere”). Gli stessi Fiori, come ci spiega la nostra pittrice, nascono esclusivamente dalla sua mente e, per essere più chiari, dal flusso dei ricordi. In quei momenti il tempo si ferma per lei, lasciando il posto alla dimensione “altra” della memoria e dell’anima. Ad aiutarla in tale processo accorre la musica, in una contraddizione solo apparente con il silenzio di cui accennato, poiché la musica è da sempre un’arte che aiuta a “silenziare” i rumori esterni e perturbatori portati dalla vita di ogni giorno, e far scaturire così le energie creative interiori. E non è tutto, giacché Elisa mentre ascolta le proprie melodie preferite balla instancabilmente, esprimendo anche in questo modo e finalmente in piena libertà il proprio essere, con tutto il suo bagaglio emotivo. Se il processo è andato a buon fine, la mattina dopo, al risveglio, la tela sarà approvata e portata avanti fino al completamento, il quale non prevede cornici (salvo alcuni casi specifici, dove, comunque, la cornice è davvero minima). In caso negativo, quando Elisa non è soddisfatta da quanto uscito durante la “trance”, la tela sarà scartata. Se lei per prima non è convinta e colpita al cuore, vuol dire che l’opera non sarà in grado di instaurare un legame empatico con le persone, fallendo così quella che è per Elisa la prima missione dell’arte stessa. Ad ogni modo ci colpisce questo saldo legame tra arti sorelle, musica e pittura, che dimostra quanto la lunga diatriba su quale delle due fosse superiore (si pensi a Leonardo da Vinci, di cui a breve ci occuperemo) non abbia in fondo mai avuto grande senso, spazzata via da armonie dove note e colori si fondono, di fatto, in una sola cosa.

Alla luce degli elementi sin qui affrontati, facendo un successivo passo possiamo adesso apprezzare fino in fondo anche la “fisicità” presente nei dipinti di Elisa, fatta di addensamenti di colore, punti in cui la tela riaffiora, “tagli” e solchi lasciati visibili tra le tavole. Il procedimento creativo della Pintora come visto è certo interiore, ma allo stesso tempo molto corporeo, fatto di movimenti danzanti che influenzano il risultato sulla tela e, come vedremo, conseguentemente la tecnica pittorica. Questa fisicità ci ha colpito soprattutto in un caso, dove sono raffigurati delle navi in lontananza le cui vele paiono proprio dei “tagli”, che sembrano metafore di ferite interiori fuoriuscite per via riflessa. In altre parole la tela è come se fosse uno specchio, grazie al quale Elisa può conoscere meglio sé stessa e far conoscere la proprio sensibilità, il bisogno di rapporti umani autentici, di persone cui descrivere ciò che prova e con cui condividere il misterioso viaggio della vita.

 

Passando alla tecnica, questa consiste nell’uso essenzialmente della spatola e delle mani, da cui la consistenza pastosa, disomogenea e mutevole che invita l’occhio a non fermarsi mai su un solo dettaglio ma a seguire tutta la “melodia pittorica”. Ecco allora che, come poc’anzi accennato, a tratti si può veder comparire l’affascinante trama della tela, o il colore di base che Elisa usa ovunque: ovviamente questo non può che essere l’amato azzurro del mare. Questa libertà di tratto come naturale esito prevede un raro e parsimonioso uso del pennello, percepito come strumento troppo preciso e non adatto a dar voce alla fantasia né all’atavica spontaneità di cui è capace Elisa con la propria arte.

Svelati i caratteri distintivi del procedimento creativo e della tecnica, vorremmo ora dedicare qualche parola in più ad altri soggetti e in particolare a Mimì e ai Fichi d’India (la cui scoperta le ha fatto amare le piante grasse), giacché riassumo perfettamente la poetica artistica di Elisa Panfido. Mimì nasce a seguito di una «giornata molto triste» e la protagonista, una figura femminile come dice il nome stesso, è una sorta di “alter-ego” della pittrice. Proprio questa è l’opera dove fuoriesce maggiormente l’immagine della gabbia chiusa, accentuata dai punti di giunzione delle tavole – di recupero – utilizzate e che danno l’effetto di una grata invalicabile. Per Elisa Mimì è un’opera talmente importante da essere stata datata (Pasqua 2010), dettaglio non presente negli altri dipinti, e di certo possiamo dire che per lei è una compagna di vita, una figura consolatoria nei momenti dolorosi. Perché la vita è soprattutto bellezza come ci dice Elisa, ma in alcuni frangenti diventa una spaventosa prigione, dove soltanto la mente può viaggiare libera, sognare ed esprimere le proprie aspirazioni più alte. Il seme di questa sensazione di sentirsi talvolta in trappola scaturisce, in particolare, da quel peccato mortale che è l’indifferenza, radice di molti mali del mondo d’oggi e di molte ferite inferte al prossimo, spesso in modo freddamente inconsapevole. Se Mimì è un punto fermo e imprescindibile, anche altre opere indagano il “casino della vita”, ed ecco allora comparire per esempio un sasso, fisicamente attaccato alla tela, metafora di una testardaggine, forse, nel voler essere sempre positiva e nel fidarsi incondizionatamente delle persone. Atteggiamento naturale per Elisa e che riprenderemo in chiusura, alla base di molte belle amicizie, ma anche di spiacevoli e complicate situazioni personali. La fregatura, infatti, con le persone può celarsi dietro l’angolo e destabilizzare l’animo di Elisa, che al contrario del sasso è molto fragile. Passando ai Fiori e in particolare ai Fichi d’India, questi sono per lei metafora ideale delle persone. Come noi, difatti, hanno una moltitudine di colori, assumono posizioni differenti in grado di comunicare uno stato d’animo che può essere gioioso, solare o, viceversa, malinconico e angosciato per fare solo alcuni esempi. Come le persone, inoltre, i fiori (rossi, gialli, arancioni, rosa e azzurri in un tripudio di tonalità) possono indicare distacco e apatia o riavvicinamento ed empatia e, dunque, le due tele dedicate ai Fichi d’India non vogliono essere tanto una rappresentazione realistica degli assolati paesaggi siciliani. Nelle due tele non a caso ci ha subito colpito il dominio dei colori freddi, così lontani dalla nostra esperienza personale di quella meravigliosa e unica isola. Questo è dovuto al fatto che, coerentemente con quanto detto riguardo al procedimento creativo e alla tecnica (la base di azzurro), dal viaggio in Sicilia sono rimasti impressi ad Elisa il mare e, poi, quei curiosi frutti le cui spine non simboleggiano l’isolamento, ma, piuttosto, l’affollamento di persone, ognuna con la propria storia e direzione.

A termine della nostra chiaccherata Elisa ci svela un’importante lezione donatale dai genitori, che ci piace molto e per certi versi lascia aperto uno dei cammini da lei oggi affrontati in pittura, quello Verso la fede non ancora raggiunta. Il valore in questione, collegato alla fiducia verso il prossimo, è il far sentire gli altri sempre a proprio agio, accolti, tra pari. Ed è quello che per noi è il maggior pregio della pittura di Elisa, la quale ci accoglie tutti sottovoce tra le sue melodie di colori, chiedendo in cambio solo un sorriso, uno scambio di pensieri, emozioni e sguardi.

 

“MI SVEGLIAI DI SOPRASSALTO,
ACCESI LA LUCE,
MI GUARDAI ATTORNO
ED EBBI L’IMPRESSIONE DI NON 
RICONOSCERE LA MIA STANZA,
I MIEI OGGETTI,
I MIEI RICORDI.

SPALANCAI LA FINESTRA,
IL CHIARORE DELLA LUNA MI PERMETTEVA DI INTRAVVEDERE LA SAGOMA DELLE MONTAGNE.
AVVERTII IL DISAGIO,
LA SOFFERENZA DI CHI RICERCA SE STESSO.

MI MANCAVA IL MARE,
IL SUO PROFUMO,
IL RUMORE DELLA SUA RISACCA,
L’AMORE DI QUELL’UOMO.

TROVAI UNA VECCHIA TELA E LA RIEMPII COL MIO COLORE DEL SUO CALORE.

LENTAMENTE GIUNSE IL MATTINO, LE ONDE MI STAVANO CULLANDO.”

ELISA PANFIDO. 2012

 

L’arte “sottovoce” di Elisa Panfido
Quello che colpisce subito dell’opera di Elisa è la discrezione, la delicatezza che non s’impone, ma accoglie e chiede di essere accolta dall’osservatore, dimostrando il bisogno di comunicare dell’artista, di creare lentamente un legame emozionale profondo e poco avvezzo alle parole, che rischiano di essere di troppo. Le tre sale a Palazzo Finco, viste nell’insieme, sembrano un leggero e unico sussurro di colori che alla fine lascia un senso di autentico piacere, la consapevolezza che questa è Arte, perché non ha bisogno di troppe spiegazioni…
Ció la rende unica in un panorama generale votato all’usa e getta, alla rapidità e voracità consumistica, alla troppa filosofia spiccia e alle urla provocatorie di adulti rimasti adolescenti.
Lorenzo Berto – INIZIO – Spazio culturale.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.comune.castelfranco-veneto.tv.it/index.php?area=15&menu=224&page=2400&lingua=4
http://www.casadellapintora.it/