TRA IL CIELO E IL GRANO

Vincent Van Gogh, Vecchio che soffre, 1882, mm 445 x 471. Otterlo, Kroller-Muller Museum.

 

Perché parlare di una mostra senza averla vista.

Di norma non si fa, ma questa volta non possiamo esimerci dal parlare di una mostra senza averla ancora vista. Le ragioni sono tre. La prima ed è il primo indizio, è che moltissime persone ci sono già andate, specie tra amici e conoscenti del vicentino. Spesso anche i più “profani d’arte”, sempre che si possano chiamare così, hanno dato giudizi decisamente positivi. Ciò, ovviamente, mi ha molto incuriosito.

La seconda è che ricorda una mostra del 2009 a Brescia (Museo di Santa Giulia) cui andai durante la triennale e che aveva lo stesso curatore. Quella volta subito ci fu delusione per i pochi dipinti presenti tra il centinaio di opere esposte, ma nel tempo la scelta di concentrarsi sui disegni – secondo indizio – si è dimostrata azzeccata e apprezzabile.

La terza ragione è che si differenzia da altre viste dello stesso curatore, perché come da lui scritto si concentra su un solo artista e su alcuni periodi specifici della sua vita.

 

Van Gogh. Tra il Cielo e il grano a Vicenza

Come avrete capito parliamo di Marco Goldin, spesso al centro di accese discussioni e della mostra di Van Gogh. Tra il cielo e il grano (Vicenza, Basilica Palladiana, fino al 8 aprile). La grande esposizione monografica attinge ancora una volta dal patrimonio unico del Kröller-Müller Museum in Olanda.

Tra i dipinti si possono ammirare Il ponte di Langlois ad Arles (1883), Covone sotto un cielo nuvoloso (1890) e Castagni in fiore (1890). Tra i disegni troviamo, invece, Il seminatore (1882), Gli zappatori (1882) e Tessitore (1883-1884). Si tratta, come si comprende dai titoli, spesso di disegni tratti da Millet.

 

Vincent Van Gogh, Il seminatore (da Millet), 1890, olio su tela, 64×55 cm. Otterlo, Kroller-Muller Museum.

 

In tutto sono presenti oltre ai 43 dipinti e 86 disegni, ma soprattutto molti testi di accompagnamento. Questi ultimi nello specifico sono le lettere di Vincent al fratello Theo – ma non solo – , fonte essenziale per comprenderne personalità e percorso artistico.

Tra i periodi presi in esame c’è quello «dall’autunno del 1880 nelle miniere del Borinage, per la verità in Belgio, fino all’autunno del 1885 a conclusione del fondamentale periodo di Nuenen». Marco Goldin con un’immagine efficace descrive questo lasso di tempo come «una sorta di stigmate infiammata e continuamente protratta. Una vera e propria via crucis nel dolore e nella disperazione del vivere. Sarà come entrare nel laboratorio dell’anima di Van Gogh, in quel luogo segreto, solo a lui noto, nel quale si sono formate le sue immagini».

 

Due possibili filoni di lettura tra molti.

Temi principali sembrano essere, dunque, da un lato il sofferto percorso di vita – e fede (si ricordi il fallimento di Vicent come predicatore) – , dall’altro il legame artistico con l’amatissimo e citato Jean-François Millet. Il maestro francese fu “il pennello” delle persone umili, dei contadini, della quotidianità semplice e della fede autentica dei piccoli gesti. Senza dimentica, poi, la capacità di Vincent di esprimere nei colori e nei soggetti impressi su foglio, le zone più profonde “e ferite” dell’animo umano.

Di questo progetto ci attira, in definitiva, la centralità della parola. Essa acquista un nuovo valore, cosi come il disegno nelle sue tante possibilità espressive (matita, acquarello, gessetto, china…), rimesso al centro dell’analisi critica. In fondo il disegno è il seme creativo da cui nasce l’opera, il momento irripetibile nel quale un’idea, un sentimento, un messaggio s’imprime e concretizza divenendo seme per altri. Il percorso, inoltre, termina con un film sulla vita di Van Gogh e la ricostruzione in plastico della casa, dove l’artista fu ricoverato a Saint-Rémy. Altro elemento di assoluto interesse, poiché alla più tradizionale e – sempre – doverosa ricerca sulle fonti, coniuga nuove tecnologie e strumenti didattici.

Insomma, non mancheremo di andare a vedere Van Gogh. Tra il cielo e il grano Vicenza in queste ultime due settimane di apertura e ci sentiamo di consigliare i lettori di fare altrettanto.

 

Vincent Van Gogh, Telaio con tessitore, 1884, olio su tela, cm 68,3 x 84,2. Otterlo, Kroller-Muller Museum.

 

In copertina:

Vincent Van Gogh, Sentiero nel parco, 1888, olio su tela, 72,3×93 cm. Otterlo, Kroller-Muller Museum.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

L. BERTO, Il caffè artistico di Lo. Un anno ad arte da Giotto a de Chirico; Bassano 2016.

R. DE LEEUW, Van Gogh; Art & Dossier n° 22, Firenze-Milano 1988.

M. GOLDIN (a cura di), Vincent Van Gogh. Tra cielo e grano; catalogo della mostra (Vicenza, Basilica Palladiana, 7 ottobre 2017 – 8 aprile 2018),

 

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IL CINQUECENTO A FIRENZE

Andrea del Sarto, Pietà di Luco, 1523-1524. Firenze, Gallerie degli Uffizi.

 

“Maniera moderna” e Controriforma.

Ultimi due fine settimana per vedere la mostra Il Cinquecento a Firenze. “Maniera moderna” e Controriforma in locandina con sottotitolo Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna (Palazzo Strozzi, fino al 21 gennaio 2018), curata da Carlo Falciani e Antonio Natali. Vi siamo stati a ottobre dell’ormai anno venturo, eppure il ricordo di questa esposizione che immerge letteralmente il visitatore in un secolo, il Cinquecento appunto, dove Firenze fu protagonista artistica assoluta, rimane vivissimo.

Essa chiude la trilogia dedicata al XVI secolo ed espone oltre a prestiti da Londra, Venezia, Roma, Vienna, Napoli e collezioni private, molte opere presenti in città. Quest’aspetto ci porta in apertura a fare una breve riflessione, poiché di recente molte sono state le polemiche sull’usanza di spostare opere importanti, magari bisognose di particolari attenzioni, anche solo di poche decine di metri per allestire mostre di grido. Senza citare i casi, diciamo che in parte siamo d’accordo, nel senso che senza toccare le opere si possono inserire comunque nel percorso di una mostra.

Nel caso di cui parliamo oggi, però, la scelta è del tutto consona e motivata. In primo luogo perché come anticipato si chiude una trilogia e, quindi, chiudere al meglio diversi anni di lavoro e ricerca. In secondo luogo perché l’intenzione è stata quella davvero di catapultare il visitatore nel Cinquecento. Cosicché da fargli rivivere lungo le numerose sale quel periodo storico, riscoprendone la religiosità, la cultura, le ambizioni e il lascito artistico alle generazioni successive. Effetto impossibile da raggiungere con una “mostra diffusa”. Per alcune ore ci siamo sentiti dei contemporanei di Michelangelo, Pontormo e Giambologna e questo è qualcosa di impagabile.

 

Il percorso espositivo.

Il percorso prende avvio con il Compianto su Cristo morto o Pietà di Luco (1523-1524), di Andrea del Sarto. Da sempre Andrea del Sarto è uno dei nostri pittori preferiti per la sua pacata eleganza formale e morbidezza tonale, criticato dal Vasari per la “timidezza” che gli impedì, a suo dire, di raggiungere i più grandi maestri pur avendo le potenzialità e il talento. Poi ecco il Dio fluviale (1526-1527 circa) di Michelangelo, modello in argilla estremamente raro e delicato per la sua stesse caratteristiche e sopravvissuto solo per il nome del suo celeberrimo autore. Nemmeno il tempo di esaltarsi che arrivano la “trilogia” Rosso Fiorentino, Pontormo, Bronzino. Rispettivamente con la Deposizione dalla croce di Volterra (1521), la Deposizione di Santa Felicita (1525-1528) e il Cristo deposto (1543-1545) di Besançon.

Il primo colpisce per la composizione dinamica, la “sprezzatura formale” e i tratti bestiali di uno dei carnefici. Pontormo, invece, propone colori metallici, uno stile malinconico riassunto nella carne di Cristo morbidamente sostenuta, tra gli altri, da una figura la cui vestina attillata rosa, a metterne in risalto il corpo scultoreo, sembra anticipare certi abbigliamenti sportivi odierni. Infine, Bronzino si caratterizza per la nobile e divina eleganza nei tratti e degli intensi blu delle vesti. Seenza tralasciare gli strumenti della Passione di Cristo in alto, esposti già come trofei di vittoria dai putti michelangioleschi.

 

Da Salviati a Sirigatti.

Proseguendo ci s’imbatte nell’Annunciazione (1534 circa) di Francesco Salviati, dove una radiosa Maria quasi con passo di danza accoglie con reverenza l’inaspettato ospite celeste; nell’Immacolata Concezione (1540-1541) del Vasari; nell’Apollo e Giacinto (1546 circa – 1571) di Cellini. Nella sezione “Altari della Controriforma” a rimanerci impressa è la Crocifissione (1569) di Giovanni Stradano. Opera decisamente lontana dai canoni rinascimentali italiani, persino dalle invenzioni più audaci, per le sue figure allungate all’eccesso, il clima tetro sottolineato dal drago e dallo scheletro in bella vista incatenati alla croce di Cristo, ma anche dai colori e dalle pose contorte dei ladroni.

Splendido pure il Cristo e l’adultera (1577) di Alessandro Allori, di cui più avanti si può ammirare (sezione “Allegorie e miti”) la bellissima e maliziosa Venere e Amore (1575-1580 circa). Quest’ultima è un tripudio di vita, sensualità, carnalità, dove le due bianche colombe sono a loro volta colte in effusioni amorose. Segnalando l’intenso Crocifisso (1598) di Giambologna, dalla spiritualità pienamente controriformista, passiamo ai “Ritratti”, dove vanno ricordati quelli del citato Allori dedicati al primogenito di Cosimo I de’ Medici e Eleonora di Toledo, (Ritratto di Francesco I, 1570-1575) e a un’elegante e anonima nobildonna (1580 circa).

In seguito sono esposti il Ritratto di Antonio Ricci (1587-1590 circa) del Poppi; il Ritratto del nano Barbino (1564-1566), marmo di Valerio Cioli; l’austero e impassibile Ritratto di Benedetto Egio (1575-1580 circa) di Vincenzo Danti; i busti marmorei ritraenti Niccolò Sirigatti e Cassandra del Ghirlandaio Sirigatti (figlia del pittore Rodolfo del Ghirlandaio). Datati, rispettivamente 1576 e 1578 furono eseguiti dal figlio Ridolfo Sirigatti e sono ancora oggi testimonianza del suo sincero per i genitori, come esprime la scritta dedicatoria, incisa sul retro di entrambi i busti: «QUEM GENUI / RODULPHUS / ANIMI CAUSA / CAELAVIT».

 

Le ultime sezioni della mostra.

Non si possono dimenticare le sei lunette, riunite per la prima volta a Palazzo Strozzi. Esse sono state eseguite da Santi di Tito, Pietro Candido, Poppi, Giovanni Balducci (?), Giovanni Maria Butteri, Lorenzo Vaiani dello Sciorina. La loro particolarità è che rappresentano «uno dei rari cicli pittorici di soggetto profano e allegorico eseguiti da alcuni pittori coinvolti nello Studiolo di Francesco I a Palazzo Vecchio» (Carlo Falciani). Datate tra il 1582 e il 1585 raffigurano: La Fatica; L’Umiltà; La Giustizia/Constans Iustitia; L’Onore; Il Tempo/Crono; La Verità/Nuda Veritas.

Il percorso termina con opere pittoriche e scultoree che abbandonano il Cinquecento (toccante la Visione di san Tommaso d’Aquino di Santi di Tito) e ci introducono al Seicento. E qui svettano i nomi di Jacopo da Empoli, Cigoli, Caccini e Pietro Bernini.

 

Alessandro Allori, Venere e Amore, 1575-1580 circa. Montpellier, Musée Fabre.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

C. FALCIANI & A. NATALI (a cura di), Il Cinquecento a Firenze. “Maniera moderna” e Controriforma; catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Strozzi, 21 settembre 2017 – 21 gennaio 2018), Firenze 2017.

BUONA EPIFANIA CON I MACACHI DI ALBISOLA

La mostra sui Macachi di Albisola è aperta fino domenica 7 gennaio

<<In Liguria la tradizione dei presepi è plurisecolare, affondando le proprie radici nel Cinquecento, quando erano Genova e Savona i principali centri produttivi e i materiali utilizzati, il legno e la pietra. In seguito, dopo l’età barocca caratterizzata da opere sfarzose e teatrali, nel Settecento si diffusero i presepi «borghesi e popolari». Fu allora, più di preciso tra fine Sette – inizi Ottocento che le Albisole con le loro terre argillose, divennero centro produttivo importante e portatore di una propria cultura. Motore ne furono le donne, fossero esse madri, nonne, figlie, le quali divennero famose con il nome di “figurinaie”. Raschiando letteralmente la terra e cuocendola poi attorno ai 900 per, infine, colorarla a freddo, le figurinaie realizzavano queste umili statuine di massimo 12 cm di altezza dedicate alla Sacra Famiglia, ma anche a compaesani e personaggi popolai come Gelindo e Gelinda o il generoso Circia.>>

Estratto dall’articolo I Macachi di Albisola. 200 anni di storia scritto per il n.6 del 9 dicembre 2017 del settimanale Bassano Week 

Particolare con alcune figurine del presepio.

 

In copertina alcuni organizzatori e rappresentanti del Comune di Bassano durante l’inaugurazione.

CON GLI OCCHI DI ROBERT CAPA

Estratto dall’articolo La guerra raccontata attraverso Robert Capa (in foto) scritto per il n.2 dell’11 novembre 2017 del settimanale Bassano Week .

 

Al Museo Civico di Bassano fino al 22 gennaio 2018 è celebrato il grande fotografo di origini ungheresi.

<<…Sono esposte poi, opere meno famose forse, ma che toccano ugualmente le nostre coscienze, mostrando il lato peggiore dell’umanità: quella che a guerra finita faceva sfilare una donna rasata con il proprio neonato in braccio per le strade di Chartres (18 agosto 1944), schernita dalla folla per la relazione avuta con un tedesco. Chiude il percorso una selezione più intima, dedicata alle amicizie nel mondo della cultura (tra cui Picasso, Matisse, Hemingway, Ingrid Bergman e John Houston), dove scopriamo un Robert Capa sempre innamorato della vita, nonostante le atrocità viste e la mai colmata perdita di Gerda.>>

 

In copertina:
Robert Capa, Motociclisti e una donna percorrono la strada da Nam Dinh a Thai Binh, Vietnam, 25 maggio 1954.

 

Un’interessante analisi sulla discussa foto Morte di un miliziano lealista

LA PITTURA È VIVA, LA PITTURA È VITA. Mauro Capitani fino al 12 novembre a Firenze, per i cinquant’anni di attività

 

È trascorso un po’ di tempo ormai dall’inaugurazione, il 18 ottobre scorso, della mostra a Palazzo Medici Riccardi curata da Giammarco Puntelli e dal significativo titolo: Mauro Capitani. Viaggi di vita e di pittura (fino al 12 novembre 2017). Nonostante ciò, il ricordo di quei momenti passati in amicizia a festeggiare un grande e meritato traguardo rimane vivido, come le emozioni dinanzi alle opere esposte e la piacevole sensazione provata nel costatare il tanto affetto dei presenti verso Mauro Capitani, fossero essi autorità politiche, colleghi, amici o semplici appassionati. Significativo il titolo, come espresso in apertura, perché come vedremo pone l’accento su due elementi essenziali nella poetica di Capitani, puntualmente affrontati nel preciso e sentito intervento dello stesso Puntelli. Proprio a quest’ultimo, prima di addentrarci nella mostra, va fatto un plauso per la serietà, il valore e l’autenticità di quanto condiviso nella sua presentazione, durante la quale ha dimostrato un forte affiatamento con l’artista, toccando le giuste corde e rispettandone in primo luogo il percorso umano, senza il quale non esiste arte o analisi che tenga. Potrebbe sembrare cosa quasi scontata da dirsi, se non fosse che troppi critici oggi sono presi sempre spesso più da sé stessi, trascurando quella che dovrebbe essere la loro missione (per la quale oltretutto sono pagati): dare voce all’arte e agli artisti, facilitando il legame col pubblico.

Venendo a noi il primo elemento è che il percorso di Capitani non è stato un viaggio al singolare ma, appunto, un insieme di viaggi attraverso soggetti, stili e soprattutto i colori, sempre presenti, efficaci, espressivi come si addice a uno dei massimi coloristi italiani degli ultimi decenni. Il secondo è che la pittura di Capitani è inscindibilmente connessa alla vita, proprio come due facce della stessa medaglia, dove un’influenza costantemente l’altra in un continuo scambio reciproco. Se la vita dona linfa preziosa e inesauribile alla creatività, con i suoi imprevedibili cambiamenti e, talvolta, stravolgimenti, l’arte da parte sua offre sostegno al percorso umano, aiuta a conoscere sé stessi, superare i momenti difficili e a vincere uno dei maggiori mali della nostra epoca, ben indagato in molta letteratura del Novecento: la noia! Capitani, infatti, ha più volte dichiarato di aver sempre cercato nel proprio cammino di modificare stile e soggetti anche per non annoiarsi. Aprendo una breve parentesi, si tratta di una motivazione validissima, giacché troppi “artisti” di – immeritata – fama mondiale celano questo loro malessere e l’assenza di creatività con operazioni provocatorie puramente commerciali, che nulla hanno a che spartire con l’arte. Tornando al nostro discorso nel primo caso Capitani adotta di volta in volta un tratto più veloce e sottile, oppure più materico, denso, magari inserendo elementi spuri (ad esempio stoffe) o ancora una tecnica tradizionale nel senso più nobile del termine, dando lustro alla tradizione pittorica italiana non solo novecentista. Nel secondo caso, invece, riguardo ai soggetti, Capitani è passato dai celebri ed evocativi gabbiani ai magici/razionali paesaggi newtoniani, dagli ipnotici animali alle opere più ironiche o, al contrario, di denuncia contro le brutalità della Seconda Guerra Mondiale. Capitani in sostanza conosce il pericolo della noia, e in un parallelismo con il suo spettacolare e indomito toro su fondo rosso potremmo dire che non si fa ingabbiare, le sfugge continuamente. Pena l’uccisione subdola e silenziosa di ogni slancio, ideale, sospiro di vita e pittura vera. Tale approccio dinamico sin dagli esordi si è rivelato necessario quindi, e Capitani ha dato poca importanza ai rischi (per esempio l’incomprensione o l’insuccesso) corsi abbandonando temi fortunati, per «ritrovarsi di nuovo spiazzato dalla nuda tela». Anche perché diciamolo, il maestro Capitani conosce benissimo l’arte della pittura, questo “mestiere alto e nobilitante”, e a cinquant’anni dal suo esordio può con soddisfazione guardare indietro e dire di aver vinto se non tutte, gran parte delle sfide affrontate.

Giammarco Puntelli ha rilevato più volte, nella bella presentazione fatta all’inaugurazione di cui accennato all’inizio, che quella di Capitani è Pittura con la “P” maiuscola, fatta di colore, pennello, disegno e, aggiungendo un nuovo tassello, conoscenza. Questo è per molti aspetti il vero humus, il filo conduttore di tutte le creazioni di Capitani: il rispetto, in parte già visto, per il mestiere del pittore; la dimestichezza con il pennello; la conoscenza della storia dell’arte. Non dobbiamo scordarci, difatti, che Capitani è stato per molti anni insegante. Questa caratteristica affiora qua e la non solo e non tanto nel citare i maestri del passato, ma nel voler trasmettere in modo inconscio o meno dei valori alle nuove generazioni di artisti, affinché non scadano nel pressapochismo e nella faciloneria.

In conclusione vogliamo ringraziare l’amico Mauro Capitani per i doni che ha fatto e che farà all’arte italiana, augurandogli di continuare ancora con tanti nuovi e intraprendenti viaggi, un po’ come Stendhal in una delle opere più recenti, senza paura di osare e affrontare sfide nuove. Infine vogliamo condividere una grande speranza, sorta in noi osservando lo splendido dipinto Adamo vede per la prima volta Eva, dove ci ritroviamo catapultati in quel mitico e irripetibile (o forse avviene in ogni vero amore?) primo incontro tra uomo e donna: Capitani ha saputo cogliere lo stupore assoluto di Adamo nel vedere la compagna che Dio gli aveva messo accanto, affinché potessero condividere assieme la bellezza della Creazione. La nostra speranza è che in futuro si possa organizzare una mostra dedicata solo alle opere grafiche e ai disegni di Capitani. Noi siamo certi che si rivelerebbe scuola inimitabile per tutti i giovani che si avvicinano all’arte.

 

http://www.valdarno24.it/2017/10/26/36-dipinti-mauro-capitani-mostra-palazzo-medici-riccardi/

LA BELLEZZA DELLA FRAGILITÀ. Elisa Panfido in mostra a Castelfranco Veneto con “Sottovoce”

 

Fino la domenica prossima, 15 ottobre, sarà visitabile la bella mostra monografica di Elisa Panfido a Castelfranco Veneto (Galleria del Teatro Accademico, ingresso libero) dal significativo titolo Sottovoce. Noi siamo andati a vederla già settimana scorsa e nell’occasione abbiamo avuto il piacere di parlare a lungo con la “Pintora”, protagonista di una precedente mostra proprio nella sede di INIZIO – Spazio culturale a Bassano (Palazzo Finco, settembre 2017), con cui collaboriamo. Dall’incontro è nato il seguente contributo, che vuole essere un omaggio a Elisa e un invito a non perdere gli ultimi giorni dell’esposizione a Castelfranco Veneto. Essa presenta un maggior numero di opere rispetto alla citata mostra bassanese, comunque dedicate sempre ai medesimi amati soggetti, salvo qualche nuova interessante novità: i meravigliosi e coinvolgenti fiori, le poetiche marine e le silenti figure umane, cui si aggiungono ora dipinti di sapore più “astratto” (non chiamiamolo concettuale!), dove cresce la ricerca introspettiva e il carattere autobiografico.

Iniziamo dicendo che Elisa ci ha subito accolto con la sua proverbiale affabilità e il suo travolgente entusiasmo e calore, e dobbiamo ammettere che ci ha sorpreso e spiazzato sin dai primi scambi, svelandoci un piacevole dettaglio. Il titolo della mostra, Sottovoce appunto, ci racconta esserle stato proposto dalla sua collaboratrice Alice, dopo aver letto la breve recensione da noi scritta proprio in occasione di Personalmente presso INIZIO. Scopriamo così di aver lasciato un bel segno, di cui siamo onorati e grati, perché nel piccolo ci fa sentire parte di questa sua ultima avventura e ci fa capire di aver svolto un buon lavoro, ma, soprattutto, di aver colto qualcosa nell’arte di Elisa e di essere entrati in un certo senso in “sintonia”. La prima parte è tutta dedicata all’acqua, a immagini di velieri solitari che, pur tra nebbie e tempeste solcano maestosi e ieratici l’immensa distesa azzurra. Tali soggetti sono figli naturali dell’identità istriano-veneziano di Elisa, di un’anima forgiata a stretto – e costante – contatto con l’acqua sia per il lavoro che svolgeva il padre (dirigente di società di rimorchiatori a Venezia) sia per tramite del nonno materno, un simpatico comandante sempre in viaggio. Un elemento, l’acqua appunto, cui la nostra pittrice non riesce a fare a meno, e che ricompare continuamente nella sua mente, anche a distanza di anni e dopo il trasferimento tra le dolci colline asolane. A riguardo Elisa non nasconde di sentire nostalgia per la laguna veneziana, per i suoi colori e la vivace vita del porto, tutti aspetti cui le meravigliose colline tra le quali oggi vive non riescono a sopperire. Da ciò s’intuisce quanto le marine, e al medesimo modo gli altri temi, siano per Elisa un mezzo per comunicare sicuramente qualcosa di più della semplice – e comunque apprezzabile – bellezza estetica.

 

A questo punto vanno specificati i due “pilastri” dell’arte di Elisa, senza conoscere i quali si perde gran parte del messaggio sotteso alle sue opere, perché come detto la nostra pittrice non vuole fermarsi al puro dato visivo. Questi sono il procedimento creativo e la tecnica. Il primo è per certi versi curioso, indubbiamente affascinante e fuori dagli schemi. Esso muove i suoi primi passi nelle ore “del silenzio”, quando ogni pensiero scorre sottovoce prima del sopraggiungere del sonno. È in quelle ore tarde verso la mezzanotte, che Elisa trova la giusta pace e serenità per immergersi completamente nell’arte e confrontarsi con la nuda tela. Si tratta di un rapporto non filtrato dalle osservazioni del mondo reale, da influenze artistiche o dallo studio sui libri (i suoi figli le hanno sempre sconsigliato di “insegnare a dipingere”). Gli stessi Fiori, come ci spiega la nostra pittrice, nascono esclusivamente dalla sua mente e, per essere più chiari, dal flusso dei ricordi. In quei momenti il tempo si ferma per lei, lasciando il posto alla dimensione “altra” della memoria e dell’anima. Ad aiutarla in tale processo accorre la musica, in una contraddizione solo apparente con il silenzio di cui accennato, poiché la musica è da sempre un’arte che aiuta a “silenziare” i rumori esterni e perturbatori portati dalla vita di ogni giorno, e far scaturire così le energie creative interiori. E non è tutto, giacché Elisa mentre ascolta le proprie melodie preferite balla instancabilmente, esprimendo anche in questo modo e finalmente in piena libertà il proprio essere, con tutto il suo bagaglio emotivo. Se il processo è andato a buon fine, la mattina dopo, al risveglio, la tela sarà approvata e portata avanti fino al completamento, il quale non prevede cornici (salvo alcuni casi specifici, dove, comunque, la cornice è davvero minima). In caso negativo, quando Elisa non è soddisfatta da quanto uscito durante la “trance”, la tela sarà scartata. Se lei per prima non è convinta e colpita al cuore, vuol dire che l’opera non sarà in grado di instaurare un legame empatico con le persone, fallendo così quella che è per Elisa la prima missione dell’arte stessa. Ad ogni modo ci colpisce questo saldo legame tra arti sorelle, musica e pittura, che dimostra quanto la lunga diatriba su quale delle due fosse superiore (si pensi a Leonardo da Vinci, di cui a breve ci occuperemo) non abbia in fondo mai avuto grande senso, spazzata via da armonie dove note e colori si fondono, di fatto, in una sola cosa.

Alla luce degli elementi sin qui affrontati, facendo un successivo passo possiamo adesso apprezzare fino in fondo anche la “fisicità” presente nei dipinti di Elisa, fatta di addensamenti di colore, punti in cui la tela riaffiora, “tagli” e solchi lasciati visibili tra le tavole. Il procedimento creativo della Pintora come visto è certo interiore, ma allo stesso tempo molto corporeo, fatto di movimenti danzanti che influenzano il risultato sulla tela e, come vedremo, conseguentemente la tecnica pittorica. Questa fisicità ci ha colpito soprattutto in un caso, dove sono raffigurati delle navi in lontananza le cui vele paiono proprio dei “tagli”, che sembrano metafore di ferite interiori fuoriuscite per via riflessa. In altre parole la tela è come se fosse uno specchio, grazie al quale Elisa può conoscere meglio sé stessa e far conoscere la proprio sensibilità, il bisogno di rapporti umani autentici, di persone cui descrivere ciò che prova e con cui condividere il misterioso viaggio della vita.

 

Passando alla tecnica, questa consiste nell’uso essenzialmente della spatola e delle mani, da cui la consistenza pastosa, disomogenea e mutevole che invita l’occhio a non fermarsi mai su un solo dettaglio ma a seguire tutta la “melodia pittorica”. Ecco allora che, come poc’anzi accennato, a tratti si può veder comparire l’affascinante trama della tela, o il colore di base che Elisa usa ovunque: ovviamente questo non può che essere l’amato azzurro del mare. Questa libertà di tratto come naturale esito prevede un raro e parsimonioso uso del pennello, percepito come strumento troppo preciso e non adatto a dar voce alla fantasia né all’atavica spontaneità di cui è capace Elisa con la propria arte.

Svelati i caratteri distintivi del procedimento creativo e della tecnica, vorremmo ora dedicare qualche parola in più ad altri soggetti e in particolare a Mimì e ai Fichi d’India (la cui scoperta le ha fatto amare le piante grasse), giacché riassumo perfettamente la poetica artistica di Elisa Panfido. Mimì nasce a seguito di una «giornata molto triste» e la protagonista, una figura femminile come dice il nome stesso, è una sorta di “alter-ego” della pittrice. Proprio questa è l’opera dove fuoriesce maggiormente l’immagine della gabbia chiusa, accentuata dai punti di giunzione delle tavole – di recupero – utilizzate e che danno l’effetto di una grata invalicabile. Per Elisa Mimì è un’opera talmente importante da essere stata datata (Pasqua 2010), dettaglio non presente negli altri dipinti, e di certo possiamo dire che per lei è una compagna di vita, una figura consolatoria nei momenti dolorosi. Perché la vita è soprattutto bellezza come ci dice Elisa, ma in alcuni frangenti diventa una spaventosa prigione, dove soltanto la mente può viaggiare libera, sognare ed esprimere le proprie aspirazioni più alte. Il seme di questa sensazione di sentirsi talvolta in trappola scaturisce, in particolare, da quel peccato mortale che è l’indifferenza, radice di molti mali del mondo d’oggi e di molte ferite inferte al prossimo, spesso in modo freddamente inconsapevole. Se Mimì è un punto fermo e imprescindibile, anche altre opere indagano il “casino della vita”, ed ecco allora comparire per esempio un sasso, fisicamente attaccato alla tela, metafora di una testardaggine, forse, nel voler essere sempre positiva e nel fidarsi incondizionatamente delle persone. Atteggiamento naturale per Elisa e che riprenderemo in chiusura, alla base di molte belle amicizie, ma anche di spiacevoli e complicate situazioni personali. La fregatura, infatti, con le persone può celarsi dietro l’angolo e destabilizzare l’animo di Elisa, che al contrario del sasso è molto fragile. Passando ai Fiori e in particolare ai Fichi d’India, questi sono per lei metafora ideale delle persone. Come noi, difatti, hanno una moltitudine di colori, assumono posizioni differenti in grado di comunicare uno stato d’animo che può essere gioioso, solare o, viceversa, malinconico e angosciato per fare solo alcuni esempi. Come le persone, inoltre, i fiori (rossi, gialli, arancioni, rosa e azzurri in un tripudio di tonalità) possono indicare distacco e apatia o riavvicinamento ed empatia e, dunque, le due tele dedicate ai Fichi d’India non vogliono essere tanto una rappresentazione realistica degli assolati paesaggi siciliani. Nelle due tele non a caso ci ha subito colpito il dominio dei colori freddi, così lontani dalla nostra esperienza personale di quella meravigliosa e unica isola. Questo è dovuto al fatto che, coerentemente con quanto detto riguardo al procedimento creativo e alla tecnica (la base di azzurro), dal viaggio in Sicilia sono rimasti impressi ad Elisa il mare e, poi, quei curiosi frutti le cui spine non simboleggiano l’isolamento, ma, piuttosto, l’affollamento di persone, ognuna con la propria storia e direzione.

A termine della nostra chiaccherata Elisa ci svela un’importante lezione donatale dai genitori, che ci piace molto e per certi versi lascia aperto uno dei cammini da lei oggi affrontati in pittura, quello Verso la fede non ancora raggiunta. Il valore in questione, collegato alla fiducia verso il prossimo, è il far sentire gli altri sempre a proprio agio, accolti, tra pari. Ed è quello che per noi è il maggior pregio della pittura di Elisa, la quale ci accoglie tutti sottovoce tra le sue melodie di colori, chiedendo in cambio solo un sorriso, uno scambio di pensieri, emozioni e sguardi.

 

“MI SVEGLIAI DI SOPRASSALTO,
ACCESI LA LUCE,
MI GUARDAI ATTORNO
ED EBBI L’IMPRESSIONE DI NON 
RICONOSCERE LA MIA STANZA,
I MIEI OGGETTI,
I MIEI RICORDI.

SPALANCAI LA FINESTRA,
IL CHIARORE DELLA LUNA MI PERMETTEVA DI INTRAVVEDERE LA SAGOMA DELLE MONTAGNE.
AVVERTII IL DISAGIO,
LA SOFFERENZA DI CHI RICERCA SE STESSO.

MI MANCAVA IL MARE,
IL SUO PROFUMO,
IL RUMORE DELLA SUA RISACCA,
L’AMORE DI QUELL’UOMO.

TROVAI UNA VECCHIA TELA E LA RIEMPII COL MIO COLORE DEL SUO CALORE.

LENTAMENTE GIUNSE IL MATTINO, LE ONDE MI STAVANO CULLANDO.”

ELISA PANFIDO. 2012

 

L’arte “sottovoce” di Elisa Panfido
Quello che colpisce subito dell’opera di Elisa è la discrezione, la delicatezza che non s’impone, ma accoglie e chiede di essere accolta dall’osservatore, dimostrando il bisogno di comunicare dell’artista, di creare lentamente un legame emozionale profondo e poco avvezzo alle parole, che rischiano di essere di troppo. Le tre sale a Palazzo Finco, viste nell’insieme, sembrano un leggero e unico sussurro di colori che alla fine lascia un senso di autentico piacere, la consapevolezza che questa è Arte, perché non ha bisogno di troppe spiegazioni…
Ció la rende unica in un panorama generale votato all’usa e getta, alla rapidità e voracità consumistica, alla troppa filosofia spiccia e alle urla provocatorie di adulti rimasti adolescenti.
Lorenzo Berto – INIZIO – Spazio culturale.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.comune.castelfranco-veneto.tv.it/index.php?area=15&menu=224&page=2400&lingua=4
http://www.casadellapintora.it/

TRA ORDINE E BIZZARRIA. Marcello Fogolino al Castello del Buonconsiglio di Trento

 

Poco più giovane del conterraneo Francesco Verla, di cui abbiamo recentemente parlato, pure Marcello Fogolino (1483/1488-1558) è in questi mesi protagonista di una bella mostra a Trento, intitolata Ordine e bizzarria. Il Rinascimento di Fogolino (8 luglio – 5 novembre 2017). Essa è frutto di una stretta collaborazione con i Musei Civici di Vicenza (in particolare la Pinacoteca di Palazzo Chiericati) e vede la curatela di Giovanni Carlo Federico Villa, Laura dal Prà e Marina Botteri. Protagonista è il pittore vicentino, le cui rocambolesche vicende umane ne tracciano un temperamento a dir poco “focoso”, che ricorda molto quello del Merisi. Tanto è vero che Marcello Fogolino fu condannato a Udine nel 1526, assieme al fratello Matteo, per l’omicidio di un barbiere, e da qui la sua vicenda artistica e umana prese una piega per molti versi inaspettata e altalenante, dopo un giovanile e promettente alunnato nella bottega del padre Francesco, pittore di un certo successo e di apprezzate qualità.

Nel 1508 Fogolino, che nel frattempo si era formato anche presso Bartolomeo Montagna, giunse a Venezia, dove vide le innovazioni di Tiziano e Giorgione, cui farà seguito più tardi anche la scoperta del Pordenone, come si può riscontrare negli affreschi al Castello del Buonconsiglio. A queste influenze artistiche va aggiunta almeno quella del ciclo pittorico di Giulio Romano a Palazzo Te, riconducibile a un possibile ma non ancora documentato viaggio in Italia centrale o, plausibilmente per via indiretta, a Francesco Verla, ritornato in patria proprio nel 1508 dal lungo e fruttuoso soggiorno romano. Le grottesche sono antiche rappresentazioni sorprendentemente anticlassiche, fantasiose, “mostruose” e non di rado portatrici di particolari significati allegorici la cui definizione moderna, come racconta il Cellini nella sua Vita, deriva dal loro ritrovamento in grotte e caverne di Roma e nella celeberrima Domus Aurea. Quando la sontuosa opera voluta da Nerone fu riportata alla luce sul finire del XV secolo, da un giovane caduto accidentalmente in un anfratto, essa rappresentò immediatamente un’attrazione fortissima per gli artisti presenti a Roma. Raffaello, Michelangelo e Pintoricchio non resistettero al desiderio di vederle e ne trassero inesauribile ispirazione, che Sanzio su tutti tramutò in creazioni superlative e coinvolgenti (basti pensare alle grottesche di Villa Madama), coadiuvato da allievi dotati, come per esempio Giulio Romano, artefice appunto del capolavoro mantovano e Giovanni da Udine.

Dopo il periodo veneziano Fogolino nel 1518 ritornò a Vicenza, dove lavorò assieme a Giovanni Speranza, per giungere poi, nei primi anni ’20 del Cinquecento, nella città natale di Giovanni de’ Sacchis, e quindi in Friuli, terra natale della sua famiglia. Come detto, però, è il 1526 l’anno di svolta, giacché la grave accusa di omicidio lo costrinse a riparare a Trento, dopo aver ottenuto un salvacondotto dalla Repubblica di San Marco, rinnovato più volte in cambio d’informazioni, ossia in attività di spionaggio per la Serenissima. Quando il nostro pittore arrivò a Trento, la città è già da qualche tempo governata da Bernardo Cles, nominato vescovo nel 1514 e poi, in un’inarrestabile carriera, principe dall’imperatore Massimiliano I e cardinale da papa Clemente VII. Le prime commissioni di Fogolino al Castello del Buonconsiglio risalgono all’estate del 1531, durante i lavori al grande cantiere rinascimentale del Magno Palazzo (terminato in tempi record in soli cinque anni nel 1533) e si trattò per lo più di incarichi secondari, tra cui ricordiamo le decorazioni del soffitto ligneo nella Sala grande. Le prime opere incontrarono diverse critiche, al punto che i direttori dei lavori al Castello del Buonconsiglio consigliarono a Cles di avvalersi di un nuovo artista per un altro fregio, Dosso Dossi. Nonostante ciò Fogolino riuscì a farsi a prezzare dal Principe-vescovo, imponendosi come pittore innovativo proprio accanto al Dossi e a Girolamo Romanino. Entro il 1537 potrà così lavorare ad altre commissioni più importanti, inerenti il Refettorio e la Camera del Torrion da basso.

 

 

Dopo la morte di Cles nel 1539 e l’avvento di Cristoforo Maduzzo, organizzatore del Concilio Tridentino (1545-1563), la fortuna di Fogolino andò scemando. Costretto a girovagare tra Ascoli Piceno, Gorizia, Bressanone e, forse, Innsbruck, tappa che testimonierebbe, quanto almeno il sostegno dei principi austriaci non venne mai meno, l’ultimo periodo del Fogolino non è privo di zone d’ombra, che la mostra in corso a Trento certamente riuscirà almeno in parte a schiarire.

A conclusione di questo nostro approfondimento si vuole tornare un momento sulle grottesche. Esse nello specifico sono decorazioni che vedono l’ibridazione di figure reali e d’invenzioni, di elementi umani, animali e vegetali. Nel percorso espositivo della mostra trentina, dove si possono ammirare opere provenienti da Palazzo Chiericati, Gallerie dell’Accademia di Venezia, Pinacoteca Nazionale di Siena, ma anche una Madonna con Bambino e santi proveniente da Amsterdam e mai esposta prima in Italia, le grottesche di Fogolino fanno da emozionante cornice. Il pittore vicentino seppe dare a queste particolari creazioni un tocco personale nel cantiere del Buonconsiglio, con la variante dei “racemi abitati” che adotta nelle sale dell’Appartamento vescovile (quarto piano di Castelvecchio), nel piano inferiore di Torre Aquila e nel camminamento che collega questa a Torre del Falco. Osservando, infine, le creazioni per il Refettorio, risalenti all’incirca al 1532, con quel fondo oro di fine gusto quattrocentesco che richiama Pintoricchio, Sodoma e Signorelli, ci renderemmo conto del ruolo svolto da Fogolino, dopo Francesco Verla, nell’introdurre le novità del Rinascimento a Trento e non solo.

 

Marcello Fogolino, Madonna con bambino e santi. Amsterdam, Rijksmuseum.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

M. E. AVAGNINA – M. BINOTTO – G. C. F. VILLA (a cura di), Pinacoteca Civica di Vicenza. Dipinti dal XIV al XVI secolo; Catalogo scientifico delle collezioni, vol. I, Milano 2003.

A. BRISTOT (a cura di), Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa. Storia, arte, restauri; Trento 2008.

A. BRISTOT, Saloni, portici e stanze splendidamente ornati; in A. BRISTOT (a cura di), Palazzo Grimani a Santa Maria Formosa. Storia, arte, restauri, Trento 2008, pp. 61-125.

M. CECCHETTI, Fogolino-Verla. Due “minori” tra guerra e concilio; in «Avvenire», Anno L, n° 177, articolo del 28/07/2017, p. 14.

B. CELLINI, Vita; ed. a cura di E. CAMESASCA, Milano 1999.

F. DE GRAMATICA, “Sogni della pittura”: animali fantastici nelle grottesche del Castello del Buonconsiglio; in F. MARZATICO – L. TORI – A. STEINBRECHER, Sangue di drago e squame di serpente, catalogo della mostra (Trento, Castello del Buonconsiglio, 10 agosto 2013-6 gennaio 2014) Ginevra-Milano 2013, pp. 123-153.

F. MARZATICO – L. TORI – A. STEINBRECHER, Sangue di drago e squame di serpente; catalogo della mostra (Trento, Castello del Buonconsiglio, 10 agosto 2013-6 gennaio 2014) Ginevra-Milano 2013.

G. C. F. VILLA – L. DAL PRÀ – M. BOTTERI (a cura di), Ordine e bizzarria. Il Rinascimento di Marcello Fogolino; catalogo della mostra (Trento, Castello del Buonconsiglio, 8 luglio – 5 novembre 2017), Trento 2017.

A. ZUCCARI, Raffaello e le dimore del Rinascimento; Art & Dossier n° 7, Firenze 1986.

 

 

RIFERIMENTI IN RETE

https://www.buonconsiglio.it/index.php/Castello-del-Buonconsiglio/mostre/Calendario-mostre/ORDINE-E-BIZZARRIA.-Il-Rinascimento-di-Marcello-Fogolino

http://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2017/07/mostra-marcello-fogolino-castello-buonconsiglio-trento/