GRAZIE MASSERANO! A un anno dalla pubblicazione del libro, un suggestivo viaggio in questo piccolo gioiello del biellese.

 

Domenica 14 maggio 2017, a un anno dalla pubblicazione del libro Il caffè artistico di Lo. Un anno ad arte da Giotto a de Chirico ho avuto l’immenso piacere di tenere una breve conferenza sul tema dei ritratti di guerrieri nel primo Cinquecento Veneto, presso il magnifico Palazzo dei Principi a Masserano (BI). Il tema ha generato tra i presenti molta curiosità e voglia di scoprire simbologie, mode e valori espressi nei dipinti proposti, e di questo ringrazio di cuore davvero tutti, poiché hanno gratificato il mio lavoro con competenza e facendomi soprattutto sentire a casa!
A termine della relazione l’incontro è proseguito con una gradevole chiaccherata, fatta di liberi e reciproci scambi d’idee, suggestioni e riflessioni, nella migliore tradizione dei caffè artistici del passato (e di oggi, specie nella mitteleuropa) che hanno messo al centro non solo il ritratto come forma d’arte, ma anche alcuni dei temi toccati nel libro, per esempio: la maternità nell’arte medievale, l’infanzia nella pittura di Murillo e, ovviamente, alcuni capolavori di Bassano come la pala della Ss. Trinità di Jacopo Da Ponte.
Masserano è davvero un piccolo gioiello incastonato tra le colline del biellese, con un patrimonio che merita di essere visitato e valorizzato, del quale voglio dare un piccolo assaggio nelle foto fatte agli affreschi (dedicati in particolare a temi mitologici, astrologici e amorosi), alla superba ancona seicentesca, ai soffitti lignei originali, alla galleria decorata da splendidi stucchi e, infine, al superbo ritratto del principe Eugenio di Savoia.
Complimenti al direttore Stefano Cavaliere, a Tiziana Cerutti (presidente dell’Associazione don Vittorino Barale) e ai collaboratori Isabella Uglietti, Pier Giovanni Cavaliere, Manuela Cavaliere, e Francesco Tempia per il loro lavoro. La dedizione con cui valorizzano (il calendario dell’Associazione è fitto di eventi dedicati anche ai più piccoli) un così importante monumento, cercando al contempo di preservarlo e di portarlo sempre più all’originario splendore, meritano una lode e un sincero riconoscimento.
Perciò visitate Masserano e il suo Polo Museale, costituito oltre che dal Palazzo, da alcune chiese tra cui la Collegiata dalla caratteristica facciata neogotica.

 

RIFERIMENTI IN RETE
http://polomusealemasseranese.weebly.com/

IL CANTO DELLA CERAMICA. DIEGO POLONIATO E LE FANTASIOSE POESIE DEI CUCHI


«Cose piccole da portare in giro, poiché, oggi i tempi sono cambiati e non è più la gente ad andare al laboratorio ma l’artigiano/artista a doversi muovere, in un mondo divenuto molto competitivo».

Con queste parole ha avvio la piacevole e conversazione con Diego Poloniato, maestro della ceramica cresciuto in una famiglia di artisti-artigiani. Come ci racconta Diego suo padre Domenico gli ha trasmesso sin da bambino la passione per quest’arte, sia all’interno del laboratorio gestito dalla moglie, sia perché fu insegnante all’Istituto d’Arte di Nove e, per “deformazione professionale”, propenso alla trasmissione del sapere. La nostra storia di oggi parte dunque dalle radici, da quando Domenico Poloniato iniziò a dodici anni la propria esperienza nella ceramica con la manifattura Barettoni (che aveva acquistato la storica ditta Antonibon nel 1907). Qui lavorava già il nonno Antonio e molti altri Poloniato o parenti acquisiti di altre famiglie novesi tanto da dare vita al detto:

«Sensa i Poloniati e i Comacchio la Barettoni non ‘ndaria vanti».

Antonio Poloniato portò i propri figli a lavorare presso la Barettoni, in un’epoca in cui c’era molta richiesta, ma le paghe erano basse e si doveva iniziare presto a lavorare, pur di mantenere la famiglia. A riguardo, Diego ci racconta che nonno Antonio svolgeva la mansione di tornitore, nel momento in cui suo padre iniziò come semplice garzone “tuttofare”. La passione di Domenico per la ceramica, era così innata e forte da spingerlo a rimanere in ditta oltre gli orari di lavoro, al fine di accrescere le proprie abilità e conoscenze ritoccando i modelli consumati del ‘700, recuperandone i dettagli più usurati. Proprio la prima fase della creazione del modello, della forma-madre o stampo – che dir si voglia – da cui poter trarre il numero di pezzi desiderati è quella più creativa, la più delicata e costosa, dove sono richieste abilità che solo pochi hanno o riescono a maturare. Il legame instaurato così precocemente con i capolavori dei grandi maestri ceramisti del passato, Domenico lo trasmetterà a Diego – come vedremo in seguito -, unico dei fratelli che deciderà di seguire a tempo pieno le orme paterne. Una volta compiuti i diciotto anni Domenico fondò la sua prima fabbrica (sic!), L’Arca, assieme ad altri cinque soci: esperienza terminata dopo pochi anni cui seguirono quelle presso la Zanolli-Sebellin e la Spiller. Filo conduttore di queste fasi giovanili è che Domenico si occupò sempre della modellazione, distinguendosi per le proprie creazioni. Passato il concorso per l’insegnamento, Domenico decise, però, di iniziare quella che sarebbe diventata la sua – trentennale – esperienza come docente presso il citato Istituto d’Arte di Nove, dove per un anno, come ci racconta con affettuosa nostalgia Diego fu suo professore. Giungiamo così a quello che potremmo definire il passaggio di consegne tra padre e figlio, poiché, una volta conseguito il diploma di Maestro d’Arte a termine dei primi tre anni di studi superiori, Diego entrò subito in fabbrica. A quei tempi, per la verità non lontani dai nostri eppure così diversi, le possibilità d’impiego erano infinite e si poteva passare da una ditta all’altra con enorme facilità, anche solo per cambiare ambiente e trovare nuovi stimoli di là da questioni economiche. Diego, d’altronde, sin da bambino ci svela di aver sempre preferito l’aspetto manuale più ancora di quello ideativo, sebbene come lui stesso riconosce:

«non raggiungerò mai sul piano tecnico mio padre, il quale a dodici anni faceva cose già straordinarie, ma forse sono meno “schematico” e più “fantasioso” di lui».


Finite le superiori fu il padre stesso a spingere Diego a uscire dal laboratorio di famiglia, non tanto per imparare il mestiere, ma piuttosto per capire i valori del rispetto, dei turni sul lavoro, cosa significasse “stare sotto padrone”, tanto che tutt’oggi Diego, pur lavorando in proprio, è molto ligio sugli orari. Uno dei particolari più belli che escono dalla nostra amichevole chiacchierata è sentire come Domenico coinvolgesse tutti i figli nella propria attività, con piccoli lavoretti o chiedendo una mano nel tempo libero. Fu durante questi preziosi momenti che Diego comprese quanto la ceramica sarebbe stata la sua vita. Egli rimaneva in laboratorio, al fianco del padre, molto più tempo dei fratelli e finì col trasformare la produzione dei cuchi e arci-cuchi, che era più un passatempo per Domenico rispetto al modellare, nella sua specializzazione.


«Galli, civette, ussari a cavallo, pagliacci, pinocchi ed altri animali, tutti pezzi realizzati interamente a mano, semirefrattari policromi cotti ad alte temperature (1150/1180° C) greificati e trattati con ossidi puri».

Questa peculiare predilezione di Diego verso i cuchi continua tutt’oggi nel laboratorio che fu del padre (ritenuto da tutta la famiglia, un valore da tramandare e difendere), luogo abitato da figure buffe e simpatiche, sempre frutto di autentica fantasia. Diego ci spiega, infatti, che i suoi pezzi non derivano dall’interpretazione diretta di altre opere o dalla lezione dei maestri del passato, ma che la sua fantasia, semmai, è alimentata in primo luogo dalla lettura e dal ricordo delle favole classiche e dei libri per bambini. In altre parole la sua arte trae la propria linfa vitale dal potere dell’immaginazione, capace di tramutare suggestive storie fantastiche in opere uniche e tangibili, che catapultano quei personaggi nella nostra realtà quotidiana. Ecco allora che una differenza dal padre, quasi ovvia conseguenza di quest’approccio, è quella di prediligere l’uso di molti colori al semplice accostamento bianco/nero. Ogni creazione di Diego è un vero e proprio tripudio di abbinamenti, pensati per rendere i suoi cuchi gioiosi, coinvolgenti anche per i bambini che si divertono a suonarli. I cuchi, in effetti, non sono altro che fischietti, in tutto simili a quelli prodotti da secoli in tutto il mondo e in varie culture, ma in Veneto prendono il loro nome dal cuculo, uccello che con il proprio allegro canto annuncia dai boschi l’arrivo della primavera. I cuchi hanno così assunto nella nostra cultura il potere di esorcizzare il male e allontanare gli spiriti cattivi, ma sono anche divenuti strumento di satira, talvolta irriverente: alcuni tra i soggetti preferiti sono il temibile mamalucco, il soldato napoleonico o il carabiniere che cavalcano un uccello, l’ussaro dai baffi esagerati e ogni sorta di buffo volatile o animaletto.


Uomo ebbro su damigiana di vino.

Detto ciò non manca in Diego la conoscenza dell’arte antica, specie rinascimentale, maturata nei numerosi viaggi fatti con il padre in Toscana. Qui furono fondamentali per lui gli incontri con le opere bronzee di Donatello e di altri celebri scultori fiorentini, protagonisti di quella straordinaria e irripetibile stagione artistica, senza dimenticare botteghe come quella dei Della Robbia (Luca, Andrea e Giovanni). Non a caso tra le opere paterne che Diego ci mostra, figurano splendide Madonne con il Bambino e presepi, chiaramente debitori dei capolavori robbieschi ed eseguiti secondo tecniche che nemmeno Diego riesce a eguagliare. Infine, i libri d’arte sono a loro modo uno strumento importante per il nostro artista, non tanto, come già visto, per la fase ideativa, ma piuttosto per la loro bellezza intrinseca e poiché strumenti di trasmissione del sapere, di una sana “cultura del bello”.


Due cavalieri alla carica di Diego Poloniato.

Avviandoci alla conclusione chiediamo a Diego Poloniato del suo rapporto con il Museo della Ceramica di Nove e ci fa piacere sapere come questo sia sempre stato forte, indice di quanto il Museo funga ancora da cuore pulsante della ceramica novese. Diego fa parte del direttivo e collabora con la direttrice Francesca Meneghetti, figura competente, propositiva e dai modi affabili (altro che certi direttori vanesi, tronfi e un po’ mummificati). Nelle ultime battute, dove domandiamo dei progetti futuri, Diego ci spiega di partecipare spesso con qualche pezzo a rassegne nazionali, specie sui presepi. Allo stesso tempo, però, per scelta e carattere, ma anche per un’umiltà, valore oggi poco diffuso purtroppo ma che si addice ai “maestri”, aggiunge di non voler comparire mai troppo né di amare le mostre personali. Accompagnati dai canti allegri dei cuchi, decidiamo allora di salutarci con Diego, e proprio con le sue parole vogliamo chiudere il nostro scritto poiché prova, a nostro avviso, di quanto egli sia un artista a tutti gli effetti:

«Mi sento più artigiano che artista, legato al “fare” e alla “tradizione” con semplicità e umiltà. Ciò che mi spinge a continuare è sapere che i miei lavori sono apprezzati; il desiderio di far sorridere le persone e renderle contente».


Davanti a un ussaro di dimensioni reali, capolavoro in due pezzi di Domenico e Diego Poloniato.

DIPINGERE CON TERRA E FIENO. Nello studio di Arianna Sperotto, dove la pittura prende vita dalla natura


Arianna Sperotto, Breatheout 01, 2016, acrilico, vernice, sabbie, sassi, resine e fieno, 200 x 100 cm.

 

Nel cuore della piccola comunità di Vallonara, sotto l’ombra protettiva del suo campanile, si trova lo studio di Arianna Sperotto, giovane e talentuosa artista conosciuta nell’ambito del progetto “Interferenze” e della mostra “Terra” di Nove (22 ottobre – 13 novembre 2016). Si tratta di un atelier enorme e sicuramente atipico, molto diverso da quelli finora incontrati da noi, ma, proprio per questo, affascinante e con un’aria vissuta che dimostra tutta la passione di Arianna per l’arte. Questo spazio, infatti, non si può proprio definire “confortevole”, giacché privo di riscaldamento, preziosissimo durante giornate fredde come quelle che stiamo vivendo, e posto sotto un monte. Arianna è così costretta a seguire la luce del giorno (da lei preferita senza dubbi all’artificiale), che nei mesi invernali scompare presto, attorno alle 14.00. La pittura per lei è una vera sfida, una prova di adattamento agli elementi naturali esterni, tra l’altro unici protagonisti dei suoi dipinti. Questo comporta svegliarsi presto per sfruttare ogni raggio di sole, poiché, e questo è un aspetto centrale nella pittura di Arianna che ci ricorda Peter Dreher (1932):

 

«ogni opera che inizio la mattina dev’essere terminata entro la giornata».

 



Un meraviglioso scorcio delle colline tra le quali è incastonata Vallonara.

 

La nostra amichevole conversazione inizia dai suoi ultimi progetti: la mostra estiva di Marostica; l’esposizione collettiva Terra cui siamo stati convolti noi stessi dall’amica e artista Alice Tasca; la sua mostra personale in corso alla Colombara curata da Francesca Rizzo (terminerà il 5 febbraio prossimo). Quest’ultima è più di altre passate esperienze qualcosa di davvero particolare, nuova prova della capacità di adattamento che ha Arianna. Di norma, infatti, la nostra artista non espone opere in ristoranti e spazi simili, ma la Colombara di Lupia è un luogo davvero suggestivo, accogliente e ricco di storia, tanto che le sue strutture risalgono al 1200.

 

 

Dopo le prime battute arriviamo alla fatidica domanda: «quando hai iniziato fare arte e perché?».

Arianna allora ci racconta che sin da bambina fu sempre attratta dai lavoretti manuali e ciò l’ha portata durante le superiori a studiare presso il Liceo d’Arte di Nove (fucina di tanti talenti del nostro territorio) con indirizzo in restauro. Tale scelta di ambito scientifico e specifico le ha permesso, inoltre, di conoscere molte tecniche e i loro rispettivi segreti, dall’affresco all’acquerello passando per la pittura ad olio o con materiali contemporanei. Dopo la maturità, però, Arianna ha intrapreso una strada diversa, seguendo l’altra sua grande passione, ossia la musica, mantenendosi con vari lavori prima di approdare a Bologna, esperienza per molti versi non facile e solitaria ma che alla lunga le è servita per rafforzare carattere e convinzioni. Ritornata a Vicenza le delusioni dal mondo della musica, spesso torbido e in mano a persone senza scrupoli sono aumentate, da che è scaturita la decisione di chiudere con i “sogni irrealizzabili” per concentrarsi su cose più concrete. Arianna allora è ripartita con altri lavori per qualche anno, ma nel frattempo il richiamo della pittura cresceva fino a diventare ineluttabile, portandola a cimentarsi con alcune prime opere eseguite per sé stessa, sorta di esperimenti fatti su controsoffitti con sabbia e sassi! Presto Arianna nota che la sua tecnica, la quale voleva ricreare l’effetto di un campo di terra, era imperfetta e che i diversi materiali utilizzati, non solo non si fissavano ma rendevano pure i controsoffitti troppo pesanti. Di conseguenza da cinque anni è passata alle tele, affinando sempre più le proprie capacità e iniziando a usare vernici, acrili e solventi: per due/tre anni preferendo colori scuri, poi per un anno più colori fino ad approdare in quest’ultimo periodo quasi esclusivamente al bianco e nero, con dipinti meno “squadrati” dove scompaiono le linee.

 


Nello studio di Vallonara con l’artista.

 

RIFERIMENTI IN RETE
http://aristto.altervista.org/

TERRA. Interferenze in mostra a Nove

IL NUOVO VOLTO DEL MIO BLUISMO. Una sorprendente “immersione” nello studio pittorico di Beáta Kozák

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Entrando nel Bluismo di Beáta Kozák.

 

Il blu è da sempre il mio colore preferito perché sinonimo di cielo e mare, ossia di ciò che più si avvicina alla sete d’infinito custodita dentro ogni uomo, nonché di eleganza e “voluttuosa calma” volendo richiamare i blu di Matisse.
Già questa, probabilmente, è una più che valida motivazione per dedicare questo mese all’amica Beáta Kozák, che da quando ha iniziato a dipingere ha sempre utilizzato in primo luogo le numerose sfumature di questo colore al fine di comunicare i propri sentimenti e visione pittorica. Appena entrati non a caso, siamo subito accolti dalle poetiche onde di Beáta, immersi e avvolti dai blu marini, bianchi abbaglianti, morbidi azzurri e intensi guizzi di verde delle tele che adornano la casa. Sentiamo allora le nostre membra come rilassarsi e abbandonarsi quel giusto per iniziare la nostra “intervista” nel modo migliore. Un’intervista che in realtà, come ormai avrà capito chi segue il blog e questa rubrica in particolare, è più una libera chiacchierata tra amici. L’avventura nel mondo della pittura è molto recente (giugno 2015) per Beáta, ed è iniziata come all’improvviso dalla passione per la lettura, grazie ad alcune coincidenze riscontrate nella sua vita personale. Da questo incontro è nata l’idea di dare finalmente libertà d’espressione a ciò che lei, probabilmente covava dentro da qualche tempo, giacché proveniente oltretutto da una famiglia di artisti. Nemmeno le esperienze in ambito universitario, dove Beáta ha intrapreso studi di storia dell’arte e svolto soprattutto ricerche su chiese ungheresi di età medievale, l’avevano invogliata a prendere prima questa strada. Siffatto aneddoto rivela come spesso una grande avventura comincia da cose piccolissime, spontanee e quasi banali. E noi siamo certi che questa della pittura lo sarà per Beáta, innanzitutto per la sua indubbia tenacia e capacità di sperimentare tanto che lei stessa si definisce «una sognatrice sperimentatrice cui piace sconfinare e andare oltre», anche in altri ambiti come quello culinario. In secondo luogo per le doti creative innate, da accrescere e imparare sempre più a padroneggiare, e la consapevolezza dai noi riscontrata in lei di quanto un sogno, qual era appunto quello della pittura, non è tale se un giorno non si concretizza. Per dirla con le parole di Fabio Genovesi «un sogno comincia sempre per durare in eterno» e ciò è vero solo se quel sogno si tramuta in fatti concreti, passa dal piano mentale e ideale a quello pratico dello sporcarsi le mani con i pigmenti. Coerentemente Beáta si è buttata, dunque, è scesa dalla sedia e si è fatta trasportare dalla curiosità di provare come semplice autodidatta.

 

«Amo generosamente le parole, l’immaginazione e io amo tradurre anche i sogni»

 

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Beáta Kozák accanto a uno dei suoi dipinti.

 

Le Onde è stata la sua prima serie, composta da una trentina di tele di grandi formati (70×100 cm il più piccolo), cui fa seguito da alcune settimane una nuova, dedicata ai fiori e alla natura ma sempre in chiave astratta, in linea con l’approccio del “bluismo” apprezzato nella sua prima mostra personale presso lo spazio culturale START di Bassano del Grappa. Non c’è mai un disegno preparatorio, poiché la sua pittura è istintiva conducendola talvolta all’errore che non è mai visto da Beata come una battuta d’arresto, ma semmai come sfida e nuovo punto di partenza. Un esempio di tale aspetto è il passaggio dai pigmenti puri alla pittura a olio, unica differenza sostanziale tra i primi e gli ultimi dipinti. I pigmenti puri, infatti, hanno il punto debole di non aderire appieno alla tela, mentre la pittura a olio permette alle sue opere di acquisire oggi una maggiore lucentezza e intensità. Riguardo allo sbagliare ci piace sottolineare un dettaglio condiviso con noi e che riguarda il figlio Vajk. È lui il primo sostenitore della madre, la quale si affida molto ai suoi giudizi, poiché essendo ancora un ragazzino agli inizi dell’adolescenza è diretto, puro e senza sovrastrutture nel dare apprezzamenti o nel riportare dei dubbi su una determinata opera. Questo splendido rapporto col figlio è per Beáta fondamentale e imprescindibile, una fonte unica e continua di ispirazione e riflessioni. In fondo chi ci vuole bene, sa dirci sia quando siamo sulla strada giusta sia quando stiamo sbagliando qualcosa.

 

«Sbagliare non mi spaventa, anzi è un motore, qualcosa che mi arricchisce»

 

 

Beáta ama moltissimo la natura e osservarla in tutte le sue espressioni, e di conseguenza essa è la sua prima fonte d’ispirazione. Altre sono la fotografia e la letteratura come abbiamo avuto modo già di accennare. Riguardo alla prima si tratta di una passione sorta quando lei era giovanissima, venuta a evolversi nel tempo portandola oggi a focalizzarsi esclusivamente sul dettaglio e non sull’insieme. L’approccio è astratto e come in pittura predilige sempre elementi naturali quali le nuvole, il mare o i fiori, ad esempio colti anche in un semplice piatto di cucina di cui compongono la decorazione. Passando alla seconda, invece, vale la pena aprire una breve parentesi e citare quali sono gli scrittori e gli artisti cui Beáta è più legata: in primo luogo l’Inferno dantesco per la carica visionaria e suggestiva; Paul Klee; Kandinskij; Franz Marc; Mirò; Helen Frankenthal; Zero-Cacare; Fabio Genovesi; Guido Catalano per la semplicità con cui affronta aspetti complicati della vita e dell’amore. Alla domanda poi, su quanto e con quali valori incida la sua patria d’origine, l’Ungheria, nella propria formazione culturale e artistica, Beáta Kozák, che in realtà ci rivela di avere anche origini russe e alemanne, dopo una breve pausa ci dice con convinzione: «molto, specie per il coraggio un po’ barbaro». Alla luce di ciò comprendiamo la simpatica e divertente definizione che ne ha data Rossella Calabrò di “adorabile anarchica”. Ad ogni modo, al ricordo della sua terra Beáta ci confida di sentire molto la mancanza del teatro ungherese, serbato nei ricordi e nel cuore. Altro elemento importante è la musica, che alle volte ascolta tutt’oggi, specie quella di sapore “atavico” e pre-cristiano di Kodaly e Bartók ad esempio. Nuovi personaggi che la nostra amica ricorda poiché per lei centrali in qualità di musicisti, filosofi e poeti sono: Ady e Radnóti Miklos, Szerb Antal, il contemporaneo Dragomán e, infine, Ágnes Heller la quale appartiene alla “scuola” filosofica di Budapest. Si tratta spesso di outsider, figure che non hanno seguito o non aderiscono ad alcuna idea dominante, elemento che Beáta sente proprio tanto da definirsi “un pesce fuor d’acqua”, che segue solo la corrente del meraviglioso fiume Brenta cui si sente fortemente legata. Questo grande bagaglio non nasce dal nulla ma è frutto del bellissimo rapporto con l’amata nonna Julia, che Beáta ricorda come donna colta che adorava immergersi nella natura.

Le passioni e gli ambiti di lavoro e ricerca non si fermano qui, sconfinando pure nel campo della traduzione dall’italiano all’ungherese e viceversa. Il bello in questo tipo di attività, per Beáta risiede nella sfida affrontata nel trasportare contenuti specifici a un pubblico differente sul piano culturale. Ciò la affascina talmente che come per la pittura passa ore e ore senza accorgersi del tempo che scorre, prediligendo la notte come momento della giornata, durante la quale ritrova una maggiore concentrazione e dedizione. Solo quando scrive le proprie poesie, o per meglio dire “annotazioni”, Beáta dà libertà totale all’improvvisazione per apportare correzioni e modifiche solo in un secondo momento se dovesse risultare necessario.

Avviandoci alla fine, in procinto di uscire dallo studio pittorico, il nostro occhio cade su una pila di libri, parte di una nota serie tascabile dedicata ai grandi maestri del passato. Scorgiamo allora con piacere trattarsi di pittori rinascimentali e del Seicento, come a dire che anche dietro una ricerca artistica e poetica votata all’astrazione che non adotta disegni preparatori, c’è una conoscenza profonda basata su radici ben piantate. La pittura emozionale di Beáta d’altro canto pur sembrando istintiva si basa proprio sulle annotazioni da lei scritte, sui libri letti e sulle foto, divenendo una straordinaria e ricca commistione d’influssi artistici interpretati secondo il suo personalissimo “bluismo”.

 

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Con Beáta Kozák presso Villa Fabris a Thiene, durante l’evento La vita dei bicchieri…e delle stelle.

 

RIFERIMENTI IN RETE
https://www.ilcaffeartisticodilo.it/nel-blu-dipinto-di-blu/
https://www.ilcaffeartisticodilo.it/nel-mio-ricordo-il-brenta/

GIOCARE CON LE IMMAGINI, LE TECNICHE E I COLORI. Nello studio di Martinelli, che con acume e ironia fa rivivere lo spirito dadaista

 

Per il mese di ottobre la nostra rubrica Le stanze delle muse giunge in uno studio davvero particolare, quello di Patrizio Martinelli, caro amico e artista ecclettico, o per meglio dire “eterodosso” come avremo modo di approfondire. Dopo una calorosa accoglienza Patrizio inizia a raccontarci due dei suoi progetti più belli dell’ultimo periodo: un workshop svolto l’estate scorsa con gli studenti dello IUAV di Venezia sulla riqualificazione di Porto Marghera; la rielaborazione di alcuni collages per l’iniziativa “Sketch for Syria” su quella terra martoriata. Presto il tema della conversazione vira deciso su una delle sue massime passioni, il collage appunto, nata dal suo percorso di studi in architettura durante il quale ha approfondito Bauhaus, Dadaismo e il Costruttivismo russo. Riguardo quest’ultimo movimento artistico Patrizio nomina in primo luogo Aleksandr Michajlovič Rodčenko, poiché le sue foto suggestive, uniche e tuttora modernissime «sembrano come predisposte al ritaglio e al riutilizzo». Aprendo una breve parentesi va detto che Patrizio Martinelli ha svolto dei dottorati di ricerca all’estero e ha prodotto varie pubblicazioni in ambito accademico sulla riqualificazione, per esempio, di alcune periferie cittadine tedesche. Ritornando alle figure che nello specifico l’hanno influenzato e verso le quali si sente maggiormente debitore, sia per i collages sia in architettura (spesso le due cose in lui vanno di pari passo), esse sono: l’architetto e progettista tedesco Ludwing Mies van der Rohe, uno dei principali artefici del Movimento Moderno; il contemporaneo Rem Koolhaas, architetto e urbanista olandese classe 1944; il collettivo italiano Superstudio, operante tra la fine degli anni ’60 e i ’70 che ha espresso una visione utopica della società e della progettazione urbanistica.
A questo punto Patrizio ci spiega l’importanza per lui di avere dei “maestri” per inventare qualcosa di nuovo, perché la “creazione” come concetto riguarda piuttosto la sfera mistica e divina, mentre l’artista non parte mai veramente da zero, ma deve confrontarsi con ciò che è venuto prima, ritrovare qualcosa e “reinventarla” appunto. Ecco allora che una delle curiosità che si nota nel suo studio è la grande collezione (in vhs!) di film d’autore (adora Jules e Jim di Truffaut) che sono per lui una costante fonte d’ispirazione, cosi come le musiche di Tom Waits che non mancano mai in sottofondo. Tutti questi elementi aiutano Patrizio ad aprire la mente e alimentare la creatività, risultano altresì essenziali a noi per comprenderne il modo di vedere l’arte e il mondo.

 

«Il collage permette di mescolare, apre la testa di chi li fa e di chi li osserva; unisce gli ingredienti e permette un continuo passaggio dalla teoria alla pratica e viceversa».

 

 

Da ciò traspare una vicinanza con l’automatismo teorizzato dalla mente del surrealismo, André Breton secondo il quale tutti possono diventare artisti. In realtà Martinelli si dimostra figura scherzosamente eterodossa, sempre pronta a fuoriuscire dagli schemi, dalle regole rigide che limitano e soffocano la fantasia. Innanzitutto i suoi collages non sono “puristi”, giacché mescolano varie tecniche e supporti: china e acquerello, analogico e digitale. I risultati sono opere affascinanti, dinamiche, dove un ruolo importante lo svolgono anche gli accostamenti ironici che vedono letterati, grandi attori di teatro insieme a modelle e figure iconiche del cinema, spesso in pose sensuali apertamente in contrasto con quelle dei primi. Il pezzo più purista, forse l’unico, è l’omaggio a Umberto Eco (Il sapiente) eseguito poco dopo la sua morte, dove il noto filosofo e saggista italiano si ritrova catapultato nel mondo onirico e visionario del pittore fiammingo Hieronymus Bosch. Se l’omaggio a Umberto Eco è il più purista, le opere dedicate espressamente all’architettura e all’urbanistica, non di rado prodotte esclusivamente in digitale (che scandalo penserà qualcuno!) e raccolte in serie, si presentino come le più sobrie, lineari e razionaliste, giusto con qualche tocco di colore dato per esempio da alcune poetiche mongolfiere in volo. Fatti questi doverosi distinguo, va posto l’accento su come l’aspetto giocoso in Patrizio non scade comunque mai nell’irriverenza tipica dei surrealisti e dei dadaisti, e qui troviamo una delle principali differenze con quel tipo d’impostazione. Esemplificativo è il caso di un collage eseguito per un’amica, dopo che ella gli aveva espresso la volontà di avere una casa sull’albero, uno dei più grandi sogni di ogni bambino (e non solo!). A tale confidenza Patrizio ha risposto regalandogli una divertente immagine, dove il celebre uomo con bombetta di Magritte osserva appunto una casa sull’albero, realizzando una scena raffinatamente umoristica.
Tra le opere che amiamo di più esposte in studio, vogliamo ricordare quella dedicata a Sancho Panza, pubblicata su Illustratore Italiano, l’immagine di Obama che gioca a biliardo mentre alle spalle è osservato da alcuni fanatici islamisti e soprattutto Wladimir e Dolores, dove svetta il corpo sinuoso e sensuale di Brigitte Bardot, sulla quale sono innestati i capelli di un’altra modella o meglio una sola ciocca ripetuta più volte.

 

«Il collage non descrive, ma evoca e permette di produrre qualcosa di nuovo da qualcosa che c’è già: come con le parole si attinge da un archivio e “si costruisce”»

 

 

I collages di Patrizio di norma portano dei titoli che sono dei ricercati giochi di parole, come BIRDMAN(US), unione di Birdman, successo cinematografico degli ultimi anni e della parola latina manus. Quest’ultima è un rimando alle mani dell’adorato e ultracentenario nonno Giovanni Battista, una sorta di tributo del nipote tratto da una serie di scatti fotografici eseguiti proprio da Patrizio molto espressivi ed emozionanti nella loro semplicità.
Giunti oramai a termine del nostro incontro, Patrizio ci mostra una chicca davvero interessante, ossia l’innumerevole mole di taccuini dove dal 1993 annota ininterrottamente e con precisione (ogni quadernetto ha la sua data) idee, progetti, schizzi e appunti di ogni sorta. Questa raccolta è una testimonianza preziosa, autentica e completa del suo percorso, giunto come lui stesso ci mostra, al suo 61° episodio. Infine ci piace proporre un’ultima citazione, poiché racchiude a nostro avviso in modo perfetto la visione di Patrizio Martinelli, ricordando, però, che in fin dei conti lui resta soprattutto un architetto!

 

«Collage è un modo democratico, popolare, perché tutti possono farlo con pochi mezzi anche poveri, è punk!»

 

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Patrizio Martinelli, Senza titolo, 2016, collage digitale.

 

 

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L’ATELIER “ATIKOM”. Le stanze delle muse nello studio di Manuel Pablo Pace e Marisol Ebner Epple

12 Maggio 2014, Campese, interni studio atikom con manuel pablo pace e marisol cecilia ebner epple
12 Maggio 2014, Campese, lo studio Atikom con Manuel Pablo Pace e Marisol Cecilia Ebner Epple.

 

Quando si entra in una “stanza delle muse”, c’è sempre il timore d’interrompere qualcosa di magico, di disturbare quel clima lirico e fantastico che ogni autentico artista ricrea in modo unico nel proprio studio; lì dove intuizione, materia e lavoro s’incontrano e si abbracciano per produrre quel bene effimero eppure essenziale che è l’arte. Nel caso di Manuel Pablo Pace all’inizio rimango incerto, una volta giunto alla soglia del suo atelier di Campese, splendida frazione di Bassano del Grappa, perché consapevole che quest’occasione metterà in qualche modo a nudo la sua pittura e allo stesso tempo un pezzo di me stesso. Vero, l’idea cui ho imposto il nome “Le stanze delle muse” me l’ha data proprio Pablo e nel suo studio vi ero già entrato in precedenza, ma non per renderlo protagonista di una rubrica del mio blog, semplicemente per un confronto amichevole tra amanti del bello.

 

 

Come un novello Argonauta, dunque, varco la soglia di casa sua, conscio che sarà un’esperienza nuova, una sorta di salto acrobatico nel buio verso un ignoto sul quale non ho controllo e che per questo mi affascina. Sennonché, Pablito mi mette subito a mio agio accogliendomi col sorriso, felice di quella visita programmata e da entrambi attesa da qualche tempo, rinviata più volte per i mille impegni estivi. Presto egli svela tutta la sua irrefrenabile voglia di condividere i suoi ultimi splendidi lavori e, allora, ci buttiamo a capofitto, senza sosta, nei nostri discorsi. Mi descrive con sano – e motivato – orgoglio la sua più recente “fatica”, Exemplum virtutis, lasciando intuire il grande lavoro che ci sta dietro. Le muse, difatti, hanno bisogno di tempo per trovare spazio nell’animo dell’artista e indicargli la giusta strada da seguire, alla fine della quale raggiungere il risultato a lungo sognato. A sostegno di questo nostro pensiero viene il ricordo della serie sulle Allegorie dell’amore, che ha richiesto ben tre anni di lavoro. Pablo d’altro canto, e noi con lui, è profondamente convinto che:

 

«l’arte chiede di non contare le lancette dell’orologio, ma di lasciarla fluire secondo le proprie leggi segrete»

 

 

Nel caso di Pablito le muse operano soprattutto per mezzo della luce e dei colori, si tratti di quelli caldi e sensuali dell’estate o dell’azzurro terso dell’autunno in cui siamo appena entrati. I colori, come già espresso da lui in occasione della mostra Tableaux Vivants a START, giocano un ruolo centrale, tanto che spesso lo portano per vie inesplorate e inattese, lo prendono letteralmente per mano travolgendo ogni precedente convinzione e indicandogli un cammino nuovo. Come stupirsi di ciò, giacché il suo atelier, condiviso con l’amata Marisol, presenta ben dodici finestre con una visuale a 360° verso fuori ed è letteralmente inondato di luce! Il numero dodici non è casuale ma riferimento preciso ai dodici apostoli, chiamati a tutelare quello spazio prezioso, dove Pace può ritornare fanciullo, come in una foto bellissima che mi mostra di lui in campagna con lo sguardo pieno di quello stupore che solo i bambini sanno avere.

 

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Manuel Pablo Pace da piccolo.

 

Senza quella purezza e armonia non si comprendono le opere del suo ultimo periodo; quanto l’arte per lui sia un’insegnate di vita, colei che gli ha svelato come rielaborare i lutti e trasformare il dolore in qualcosa di bello e positivo. Il frutto di questa visione e sensibilità è la predilezione per il ritratto, e qui vogliamo citare una sua affermazione che mi ha particolarmente colpito:

 

«Dipingo le persone perché sono opere d’arte e non vanno mai date per scontate. Ogni giorno in cui vivono, sono un dono e l’arte ci aiuta a non guardarle mai con superficialità».

 

Manuel Pablo Pace all'opera.
Manuel Pablo Pace mentre sta ultimando uno dei suoi ultimi ritratti dalla serie Exemplum virtutis.

 

Durante la nostra conversazione escono davvero tanti spunti interessanti sul modo che Manuel Pablo Pace ha di interpretare le proprie opere. Innanzitutto i suoi dipinti lui li vede come dei figli, e in tale ottica essi devono prima o poi “uscire di casa”! A breve sarà la volta di Auto-portrait (2011) cui da sempre è fortemente legato ma che è giunto il momento di lasciar andare via, affinché trovi qualcun altro ad amarlo e coccolarlo. Il motivo di tale credo non sta, com’è comunque giusto che sia, solamente nella necessità di vivere del proprio lavoro, ma soprattutto nell’esigenza di aver fede sulle proprie capacità. In sostanza i quadri non sono fatti per essere accumulati e anche i capolavori di cui si è più fieri devono alla fine lasciar spazio ad altre creazioni, magari di pari bellezza o, si augura sempre l’artista, persino più “potenti”. Creazioni che, in caso contrario, rischierebbero di non vedere mai la luce, soffocate da quei precedenti modelli. Il pittore deve proseguire nel proprio cammino, dunque, non può fermarsi se non nei momentanei periodi di riassestamento e non deve diventare schiavo del proprio mito né farsi travolgere dall’autocompiacimento una volta raggiunto un felice traguardo. Altro spunto curioso è l’utilizzo dell’illuminazione artificiale, in apparenza paradossale se si pensa all’amore di Pace per la natura. Il motivo risiede sia nel suo potere di sfaldare le forme (mettendo così in difficoltà il pittore), sia nel carattere “teatrale” che hanno l’arte e le mostre. Il nostro pensiero allora corre veloce al grande Caravaggio, maestro insuperato nel mettere in scena l’umanità più umile e fragile nobilitandola attraverso l’uso sapiente di luci e ombre.

 

«l’artista deve trasferire ciò che respira, annusa, mangia, ascolta e sente…il luogo in cui vive!».

 

 

Arrivati ormai, a conclusione di questa chiaccherata tra amici, ammirando per gli ultimi istanti il Ritratto di Paolo Bisol, in procinto di essere ultimato, Pablo ci svela un ultimo segreto. Atikom è, come molti sapranno, un progetto condiviso in tutto e per tutto con Marisol, ed è lei la vera musa ispiratrice di quel luogo magico. Marisol consiglia, sostiene o stronca quando necessario Pablo nel proprio lavoro, ne è la compagna di vita, colei che gli sta accanto, perché a chi scrive non è mai piaciuto il detto “dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna”: semmai accanto ad ogni grande uomo c’è una grande donna. Uscendo dalla casa di Manuel, avvolti dal verde e dalla tranquillità di Campese, non ci resta che augurarci con Pablo di rivederci presto dopo il suo periodo di ferie-lavoro in Spagna (e dove se non nella patria di Picasso?), perché se c’è una cosa assodata per chi opera nell’arte, è che piacere e fatica sono, alla fine di tutto, la stessa cosa.

 

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Assieme all’artista, accanto il dipinto Auto-potrait.