LA VOCAZIONE DI SAN MATTEO. UNA NUOVA CREAZIONE

Contesto storico:

Nella chiesa di San Luigi dei Francesi, collocata a Roma nella omonima piazza, è custodita un’opera cardine per la produzione artistica del 1600. Si tratta della trilogia di tele realizzate per la decorazione della cappella Contarelli ad opera di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571- 1610). Per la decorazione della cappella in questione furono scelti episodi della vita di San Matteo apostolo tra cui la Vocazione (parete sinistra della cappella), San Matteo che scrive il Vangelo con l’Angelo (pala d’altare) e il Martirio del Santo (parete destra).  Questa impresa artistica non solo è la prima opera pubblica del pittore lombardo realizzata nella capitale pontificia in cui si era trasferito nel 1592, ma mostra la portata rivoluzionaria dello stesso nel campo della pittura, lo sforzo che il pittore ha fatto di adeguarsi a situazioni nuove e pressanti, ma anche come l’artista è stato in grado di cogliere e assimilare le lezioni che Roma poteva offrire nell’ambito dell’Arte. La commissione della cappella Contarelli venne affidata a Caravaggio dai rettori della chiesa alla fine del XVI secolo per due importanti motivi: uno, l’imminente Giubileo del 1600 e l’altro, la conversione al cattolicesimo di Enrico IV di Francia che portò sul finire del XVII secolo alla riconciliazione tra la Francia e la Spagna.  In realtà la scelta su chi dovesse decorare la Cappella Contarelli non cadde immediatamente su Caravaggio. L’artista ricevette il contratto per i dipinti destinati alla cappella il 23 luglio 1599, cioè tre decenni dopo che Mathieu Cointrel, aveva acquisito il luogo sacro e disposto la sua decorazione. Egli aveva inizialmente incaricato dell’opera Girolamo Muziano dettando precisamente il programma iconografico: la pala d’altare doveva raffigurare il Santo apostolo che scrive il Vangelo ispirato da un Angelo, alle pareti laterali la Chiamata e il Martirio dello stesso; sulla volta altri episodi della vita di San Matteo. Purtroppo nel 1585, anno della morte del donatore, nessuna di queste opere risultava ancora compiuta. Virgilio Crescenzi, l’esecutore testamentario del prelato francese, decise di affidare l’esecuzione della decorazione ad altre mani, quelle dello scultore fiammingo Jacob Cornelisz Cobaert che avrebbe dovuto realizzare una scultura raffigurante San Matteo con l’Angelo, oggi custodita a Santa Trinità dei Pellegrini, ed a quelle di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, del quale lo stesso Caravaggio frequentò la bottega, a cui spettò il compito delle opere laterali e della volta. Dato che anche con questa soluzione i lavori procedettero a rilento, tanto che il Cavalier d’Arpino nel 1593 aveva realizzato solo la volta e lo scultore fiammingo ancora non aveva terminato il gruppo scultoreo, papa Clemente VIII affidò la giurisdizione sul lascito di Cointrel alla Fabbrica di S.Pietro di cui faceva parte il cardinale Del Monte e, con buona probabilità, fu grazie all’intercessione di quest’ultimo che, secondo quanto riferisce Giovanni Baglione – pittore e biografo di artisti -l’incarico venne affidato a Michelangelo Merisi. Il pittore si trovò a doversi confrontare con tele di grande formato e a dover gestire anche un gran numero di figure; è stato possibile osservare le difficoltà iniziali di questo nuovo approccio dalle radiografie eseguite sulle tele, in particola su quella del Martirio di San Matteo in cui si vedono due versioni. Ovviamente la committenza per la decorazione di una cappella pubblica rappresentava un riconoscimento per l’artista in questo nuovo ambiente romano ma, insieme alle lodi e agli altri incarichi, arrivarono anche le critiche e i giudizi da parte degli esponenti delle altre cerchie. Il XVII secolo, infatti, è un periodo attraversato da tre anime: da una parte la rivoluzione caravaggesca che aspettava ancora di essere compresa, da un’altra la tradizione dell’accademia e da un’altra parte ancora quella che diverrà la tradizione barocca. Ricordiamoci che, mentre il Merisi è intento a decorare la cappella Contarelli, a Napoli nasce Gian Lorenzo Bernini e, a Bissone nel Canton Ticino, Francesco Borromini. Le critiche, oltre a venire da parte delle massime autorità artistiche – Bernard Berenson ricorda il pessimo commento mosso proprio a San Luigi dei Francesi dal Principe dell’Accademia di San Luca Federico Zuccari: “Che romore è questo? Io non ci vedo altro che il pensiero di Giorgione.” – vennero anche dagli stessi committenti. Un episodio si riscontra proprio nella pala di San Matteo e l’Angelo riguardo quella che doveva essere la prima versione, andata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Bellori racconta: «Qui avvenne cosa, che pose in grandissimo disturbo, e quasi fece disperare il Caravaggio, in riguardo della sua reputazione; poiché havendo egli terminato il quadro di mezzo di San Matteo, e postolo sù l’altare, fù tolto via da i Preti, con dire che quella figura non haveva decoro, né aspetto di Santo stando à sedere con le gambe incavalcate, e co’ piedi rozzamente esposti al popolo.» Nonostante le critiche, il Caravaggio divenne un pittore apprezzato; pochi mesi dopo si trovò a realizzare opere per la cappella Cerasi insieme ad Annibale Carracci, un altro grande pittore, e lo stesso Bellori apprezza la sua capacità di imitazione della natura: «Dicesi che Dementrio antico statuario fu tanto studioso della rassomiglianza che dilettossi più dell’imitazione che della bellezza delle cose: lo stesso habbiamo veduto in Michelangelo Merigi, il quale non riconobbe altro maestro che il modello, e senza elettione delle migliori forme naturali, quello che è a dire è stupendo, pare che senz’arte emulasse l’arte». Il 1600 poi è anche un secolo molto delicato per una serie di questioni: si diffusero le idee della “Rivoluzione Scientifica” e, soprattutto, Galileo Galilei trovò le prove delle idee copernicane, pubblicate nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo nel 1632, cosa che sanciva la perdita di un “centro”. L’uomo del Seicento non si trova più al centro dell’universo. Si diffusero le idee panteistiche di Giordano Bruno, episodio che terminerà drammaticamente con la sua condanna al rogo nel 1600. La Chiesa Cattolica si preparava tramite il Concilio di Trento (1545-63) a rispondere alla Riforma Luterana, avviata con l’affissione delle 95 Tesi il 31 ottobre 1517, ed intervenne anche indicando le linee principali da seguire nel campo dell’arte figurativa; iniziarono le ispezioni nelle chiese, gli artisti furono obbligati a richiedere ed ottenere l’assenso dell’autorità ecclesiastica presentando disegni preparatori delle storie da rappresentare, il cardinale Federico Borromeo scrisse il De pictura sacra, vennero stabilite delle pene e sanzioni per gli artisti che avessero contravvenuto alle disposizioni. Nacquero nuovi ordini religiosi e venne istituito l’Indice dei libri proibiti. Le opere del Caravaggio contenute nella Cappella Contarelli si mostrano chiaramente condizionate da questo clima di tensione, e sono portatrici di notevoli rivoluzioni figurative fondate anche su un rapporto critico con la tradizione figurativa.

La Vocazione di San Matteo:

1599 – 1600
Olio su tela, 322 x 340 cm
Roma, chiesa di S. Luigi dei Francesi.

Caravaggio, La vocazione di San Matteo, 1599-1600, olio su tela, 322 x 340 cm. Roma, San Luigi dei Francesi, cappella Contarelli.

 

Questa forse è l’opera più ammirata della cappella Contarelli, commissione in cui l’artista matura la sua poetica della luce e dell’ombra. L’episodio raffigurato è la chiamata di Levi, in seguito Matteo. L’opera di Caravaggio è attenta alla storia individuale, in questo caso dell’apostolo, ma non rimane insensibile ovviamente alla temperie culturale del tempo. Questo lo possiamo notare dall’anacronismo storico che si riflette nell’abbigliamento dei vari personaggi: mentre Cristo e San Pietro vestono gli abiti tradizionali, gli uomini seduti al tavolo, Matteo compreso, vestono gli abiti del 1600. Questo ci parla dell’attualità del messaggio evangelico, in clima di Controriforma; l’opera interroga l’uomo contemporaneo sulla propria vita, richiama il rito, la quotidianità dello straordinario, del mistero. La storia personale di Matteo funge da modello per ogni singolo uomo dell’età dell’artista. Oltremodo interessante è la stessa figura di San Pietro, aggiunta in un secondo momento, che risponde pienamente al clima conciliare. Mentre il luteranesimo negava un qualsiasi ruolo di mediazione della Chiesa nel rapporto tra l’uomo e Dio e negava la stessa “autorità” della figura del pontefice, Caravaggio, raffigurando l’apostolo Pietro (il primo papa) che compie lo stesso gesto di Cristo afferma invece il ruolo del papa come vicario di Cristo. Il mistero è ciò che circonda quest’opera. L’episodio, raccontato nei Vangeli di Matteo, di Marco e di Luca, è descritto dal Caravaggio con molta essenzialità ma mostra bene la poliedricità dell’artista e il suo gusto per le incongruenze. Prima di tutto dove ci troviamo? Il contratto stipulato dal pittore con i committenti di San Luigi dei Francesi indicava chiaramente che il “teatro” per la scena della Vocazione fosse uno spazio interno. Il buio che viene messo “in luce dalla luce” di cui non è chiara la sorgente, farebbe effettivamente pensare che la scena si svolga all’interno di qualche abitazione o di qualche dogana. Questo aspetto non è certo, e la domanda sorge se si osserva che si intravede un angolo esterno di un edificio, nella parte sinistra della tela e questo fa intuire che la scena si svolge all’esterno di un’abitazione. In alto troviamo una finestra, uno sfondo buio, un gruppo di uomini intenti a contare del denaro, ma che ad un certo punto si accorgono di qualcosa di strano. Dall’altro lato due uomini vistiti in maniera molto diversa da loro sbucano dall’ombra, non si capisce da dove vengono e per cosa stanno venendo. Quei due “uomini” sono Gesù e S. Pietro, ma non è neanche chiaro da dove provengano. Per la sua figura del Cristo, nello stesso contratto, si era stabilito che doveva essere rappresentato mentre passava per la strada con i discepoli ma, questa disposizione è stata sia osservata che ignorata dall’artista, in quanto la figura del Salvatore sembra uscire fuori dal muro mentre quella di S.Pietro sembra scontrarsi con questa. Stanno venendo a cercare qualcuno, ma chi? Che ci fanno in un posto del genere? Gesù, che si staglia nettamente uscendo dall’ombra, protende la mano e con il dito indica Levi, che a sua insaputa ora è diventato Matteo (dono di Dio). E chi è Matteo? La tradizione tramite il Bellori, ci tramanda che la figura dell’apostolo prescelto sia da individuarsi in quella dell’uomo barbuto, illuminato dalla luce, che indica o si indica con il dito: «Dal lato destro dell’altare vi è Christo, che chiama San Matteo all’apostolato ritrattevi alcune teste al naturale, tra le quali il Santo lasciando di contar le monete, con una mano al petto, si volge al Signore…». A confermare questa posizione è anche la posizione centrale di questa figura. Questo e gli altri personaggi seduti intorno alla tavola si accorgono subito della preziosa presenza mentre la figura del giovane seduto, insieme all’anziano con gli occhiali, a capotavola sembrano non accorgersi di nulla e, del tutto estranei alla situazione, continuano a contare le monete. Il contratto prevedeva, inoltre, che l’apostolo dovesse essere raffigurato nel momento in cui si alzava in risposta alla chiamata, ma anche questa disposizione non fu osservata. In ogni modo le varie reazioni degli uomini indicano uno stato di incredulità, non hanno ben realizzato quello che sta succedendo. L’uomo barbuto al centro del quadro, che secondo la tradizione raffigurerebbe l’apostolo, porta a sé il dito, ma è un gesto che sembra più dire “Ma chi io?”. Altra ipotesi, assai affascinante, identifica il Santo apostolo nella figura del giovane a capotavola. Ora, dato che Caravaggio giocava molto sulle ambiguità visive, è vero che il gesto dell’uomo a tavola sembra indicare sé stesso ma è altrettanto vero che può sembrare indicare proprio il personaggio a capotavola. Oltretutto la differenza dell’abbigliamento di questa figura dalle altre fa riflettere. Mentre gli altri personaggi sono vestiti come signorotti benestanti del 1600, la figura a capotavola mostra un vestiario sciatto. Levi era un pubblicano, un traditore del proprio popolo, di certo fosse stato un uomo di una buona condizione non si sarebbe messo al servizio del popolo invasore; ha il volto adombrato che piano piano riceve la Luce, elementi che potrebbero indicare la sua condizione di peccatore; il peccato abbrutisce, fa chinare su sé stessi, infatti l’uomo al capo della tavola è chinato sulle monete che riflettono la sua immagine: quello è il suo centro, il suo essere. Importante osservare anche il linguaggio delle mani. Levi, nome che coincide anche con uno dei nomi delle tribù di Israele, era un esattore delle tasse. Il personaggio indicato da Bellori posa le monete sul tavolo, mentre la figura, guardandole con sguardo fisso, tiene nell’altra mano, nascosta sotto il braccio, un sacco con delle altre monete. Sarà lui il pubblicano chiamato a vita nuova? La bellissima citazione che il pittore lombardo fa dell’opera di Michelangelo nella Sistina, consistente nella mano del Cristo che chiama l’apostolo, accompagnata dalla luce, è segno della nuova vita che aspetta Levi nel momento in cui rinnega sé stesso per seguire Cristo: «Chi mi vuole seguire rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole trovare la sua vita la perderà, ma chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt. 15). È rappresentato un atto di amore grandissimo, la creazione di una nuova identità, di un nuovo Io illuminato da Cristo. Ora Levi non esiste più, ha lasciato spazio a Matteo, si è rinnegato, non è più il suo centro, non ha seguito l’esempio del giovane ricco che per la sua incapacità è rimasto un senza nome, senza identità. Una risposta molto forte, rinunciare alle proprie certezze per un qualcuno che ha pronunciato verso di noi una sola parola: «seguimi». È anche chiamato in campo il tema del libero arbitrio: appena Levi alzerà la testa (se alzerà la testa, poiché libero di scegliere) e distoglierà lo sguardo dalle monete, perderà di vista la sua vita, per incrociare lo sguardo di Cristo e troverà la Vita diventando Matteo, si aprirà al mondo e partirà subito senza esitazione. Il buio che viene trafitto dalla Luce (la Grazia) è il buio del cuore di Levi. C’è una sospensione del tempo. Noi sappiamo: «Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì.» (Mt 9:9) ma, affidandoci alla sola opera artistica rimaniamo in sospeso, non possiamo vedere Matteo che segue il Signore, non si è ancora accorto della sua presenza, aspettiamo di sapere quale sarà la sua risposta.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

https://archive.org/details/bub_gb_407y3olIvg0C; Le vite de’ pittori scultori et architetti. Dal pontificato di Gregorio 13. del 1572. In fino a’ tempi di papa Vrbano ottauo nel 1642. Scritte da Gio. Baglione Romano e dedicate all’eminentissimo, e reuerendissimo principe Girolamo card. Colonna

https://archive.org/details/levitedepittoris00bell; Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni.

https://archive.org/stream/professorideldiseg03bald#page/680/mode/2up/search/caravaggio;  

Prater, Kretschmer, Hass, Rӧttgen, Lavin, Dov’è Matteo? Un caso critico nella Vocazione di San Luigi dei Francesi, finito di stampare nel novembre 2012, Ingraf srl- Milano.

Rossella Vodret, Caravaggio a Roma Itinerario; guida storico- artistica; Silvana editoriale S.p.A Cinisello Balsamo, Milano, 2010.

Rossella Vodret, Caravaggio l’opera completa, Silvana editoriale S.p.A, finito di stampare nel mese di ottobre 2009.

Rodolfo Papa, Caravaggio; le origini, i modelli, Artedossier n°264, Giunti editore S.p.A., marzo 2010.

Sebastian Schütze, Caravaggio, l’opera completa, Taschen Biblioteca Universalis, 2017.

B.Berenson, Caravaggio. Delle sue incongruenze e della sua fama a cura di Luisa Vertova, Carte d’Artisti 77, finito di stampare nel mese di gennaio 2017 da Geca SRL-San Giuliano Milanese.

 

In copertina:
Veduta interna della cappella Contarelli. Roma, chiesa di San Luigi dei Francesi.

LA DANZA DELLA NATURA. Il trittico “Sa di vite e di viti” di Beata Kozak

Beata Kozak, sa di vite e di viti, 2017.

 

Sa di vite e di viti è l’ultima opera dell’artista di origini ungheresi Beata Kozak, frutto del recente coinvolgimento nel mondo della viticultura da parte di alcuni amici e, nel caso specifico di Monica Poggiana. Da sempre arte e vino vanno a braccetto e non sono mancate negli ultimi anni mostre a livello nazionale dedicate proprio a questo fortunato connubio tra calice e pennello. Per Beata Kozak, però, quello della coltivazione della vite, con tutto il suo immenso e millenario bagaglio di storie, tradizioni, usanze e profumi è un mondo ancora in gran parte sconosciuto. Quest’ultimo è un dettaglio importantissimo da tenere sin da subito a mente, poiché altrimenti non si comprenderebbe il lungo e a tratti difficile lavoro (pur nella massima libertà d’interpretazione), che sta dietro l’opera oggi qui esposta per la prima volta al pubblico. Beata, infatti, fino ad oggi si è sempre cimentata con l’elemento acqua, declinato in ogni sua forma (onde, mare, cascate, fiumi, ruscelli e stagni). L’acqua è per lei a tutti gli effetti “fonte vitale” senza la quale non avrebbe, forse, mai intrapreso la strada della pittura; tanto importante da essere una cifra stilistica imprescindibile, aspetto centrale della sua identità di giovane artista. La terra, invece, salvo qualche sortita con la serie dedicata ai fiori è qualcosa di nuovo, eppure in Sa di vite e di viti il risultato è davvero lodevole e lascia sperare in una continuazione su questo filone tematico.

Beata Kozak, sa di vite e di viti, 2017, particolare del terzo pannello.

 

Iniziando a osservare l’opera, il primo elemento tra i molti d’interesse che è immediatamente evidente è il formato. La scelta del trittico, infatti, sebbene di recente anche altri artisti vicentini si siano confrontati con formati simili, e nel nostro caso vada letto rigorosamente da sinistra a destra, è piuttosto rara per non dire desueta nell’arte contemporanea. Eppure in Sa di vite e di viti è un dettaglio chiave, una scelta felice di Beata, perché utile a dare all’insieme un effetto di continuità, a richiamare in modo diretto e comprensibile la ciclicità delle stagioni e della pianta, i cui frutti sono tanto dolci quanto preziosi per l’economia del nostro territorio. In altre parole, il formato enfatizza già di suo tale aspetto ben conosciuto da chi opera nel settore, senza il quale non ci sarebbe ricambio, la necessaria “rinascita”. Altro dato che colpisce è come la vite in tutti e tre i pannelli abbia sembianze umane, in maggior parte femminili, creando un legame simbolico che gioca con la parola latina vitae, tra la pianta e la vita dell’uomo sin dal concepimento. Entrando maggiormente nel dettaglio il primo pannello a sinistra mostra una “donna-tronco”, i cui volto è celato all’osservatore dai lunghi capelli-racemi. I delicati tocchi di azzurro e le tonalità fredde in generale richiamano senza dubbio l’inverno, la stagione per eccellenza del riposo dal cui torpore ci invita a destarci proprio la donna-tronco. È quest’ultima figura a compiere il movimento dal quale, lentamente, prenderà il via la danza. Nel secondo pannello centrale incontriamo la prima mutazione, ed è curioso che ciò avvenga al chiaro di una luna che sembra fondersi con la vite da una parte e dall’altra abbracciare un cielo fattosi mare, quasi fosse impossibile cancellare del tutto l’amato elemento dell’acqua. La scelta di ambientare la prima fase della rinascita di notte sembra volerci dire che, come effettivamente avviene nella realtà, spesso non ci accorgiamo più dell’arrivo della primavera; colpa una vita moderna spesso alienante e scollegata dal mondo naturale. La notte in altre parole, secondo la nostra lettura, fa cogliere perfettamente questa distrazione dell’uomo, addormentato e incapace di vedere quella meravigliosa danza di profumi, colori, forme, insomma di vita. E proprio un ballo di sapore quasi fauves è quello rappresentato nel terzo pannello, dove la chioma della donna-tronco è finalmente libera di inseguire il vento e un altro tronco-uomo, il cui succoso grappolo d’uva si potrebbe tranquillamente interpretare come la testa, accoglie l’invito alla gioia. Il sole in alto a destra, che in alcune specifiche situazioni d’illuminazione acquista affascinanti sfumature, domina su tutto, grande e maestoso. Egli scaccia le malinconie invernali e decreta la vittoria della vita, la maturazione e il sopraggiunto momento della raccolta di quel frutto buonissimo cui sono legati molti felici momenti della nostra quotidianità.

 

 

In copertina un momento dell’inaugurazione dell’evento In Vino al ristorante Ca’ Sette di Bassano del Grappa.

BUON COMPLEANNO ANTONIO CANOVA!

 

Antonio Canova (1757-1822) per duecentosessant’anni ci ha svelato la Bellezza più vicina alla perfezione; insegnato l’arte della scultura; l’amore per il dettaglio; la passione per i materiali con i quali l’artista crea le proprie opere; l’orgoglio per il nostro patrimonio artistico contro vandali e saccheggiatori di ogni estrazione sociale (pseudo-imperatori inclusi). Oggi, quindi, omaggiamo il genio di Possagno, figlio di Pietro Canova e Angela Zardo, con una selezione di suoi capolavori che ieri come oggi destano stupore, commuovono e ridanno fiducia in ciò che può realizzare l’uomo.

 

In copertina:
Antonio Canova, Perseo trionfante, 1800-1801, particolare. Roma, Musei Vaticani.

 

Le foto sono tratte da https://it.wikipedia.org/wiki/Opere_di_Antonio_Canova#/media/File:Venus_Italica_by_Antonio_Canova_-_Museo_Correr_-_Venice,_Italy.jpg

 

Visita anche 
https://www.museocanova.it/

DAL RINASCIMENTO A OGGI. Riassunto per immagini di una giornata a Firenze

 

A breve le nostre recensioni delle splendide mostre in corso a Palazzo Strozzi (Il Cinquecento a Firenze. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna) e a Palazzo Medici Riccardi con l’amico Mauro Capitani (Viaggi di Vita e di Pittura), ma anche una doverosa riflessione sull’installazione posta in Piazza della Signoria che tanto sta facendo discutere in queste settimane.

COSROE DUSI. Da Venezia alla Russia

Cosroe Dusi, Socrate rimprovera Alcibiade, 1838, olio su tela, 85 x 111 cm. Trieste, Museo Civico Revoltella,

 

Cosroe Bernardo Lorenzo Dusi (1808-1859) è stato un abile copista, infaticabile disegnatore, dotato pittore di storia e in seguito romantico, senza tralasciare l’influenza dei Nazareni). Egli si cimentò, pur cattolico, persino con le icone e nei più disparati ambiti, ottenendo successo nei ritratti e nelle collaborazioni con i due maggiori teatri russi. Nato a Venezia da una famiglia di antiche origini bergamasche, si formò inizialmente all’Accademia (allievo di Teodoro Matteini) secondo un’impostazione ancora neoclassicista e viaggiò moltissimo in tutta Europa, per esempio in Germania e Polonia. La maggior parte del tempo all’estero, quasi vent’anni, lo trascorse però in Russia, tra San Pietroburgo e Mosca, divenendo un apprezzato artista presso la corte zarina. Il breve bravo proposto di recente e tratto dai suoi Diari, parla proprio del suo primo viaggio verso la “Venezia del nord”, dove in seguito sarebbe divenuto membro dell’Accademia di Belle Arti, ottenendo molti riconoscimenti (tra cui una medaglia d’argento il 7 gennaio 1841 come pittore di storia) e un generale apprezzamento per la sua produzione artistica.

Il bellissimo San Sebastiano nella chiesa di Santa Maria Assunta a Zero Branco, nel trevigiano,  risale ai mesi precedenti le tappe fatte da Cosroe Dusi a Capodistria, Venezia e Monaco, ossia prima di partire alla volta di San Pietroburgo. Abbiamo scelto quest’opera nella ricorrenza della morte dell’artista, poiché dimostra senza dubbio le qualità di questo pittore itinerante, spentosi a causa dell’epatite il 7 ottobre del 1859 nella vicina Marostica, come si evince da un atto della parrocchia di Santa Maria.

L’opera si caratterizza per il roseo incarnato del giovane e scultoreo martire, che si staglia sul fondo ombroso dominato da una vegetazione selvaggia e impenetrabile, attraverso la quale a fatica si scorge il cielo. Il santo è legato con le mani dietro la schiena a un albero dagli spessi tronchi, la cui sommità scompare dentro una nuvola da cui si disvela la presenza divina. In un’ambientazione che è tutta solitudine e oscurità, il corpo del santo viene così illuminato dalla piccola eppur abbagliante luce di Dio. Questa è metafora della fede che salva, dimostrazione che solo Dio è fonte di consolazione e forza per affrontare l’ultima ed estrema prova, prima di raggiungere la pace e la gloria eterna.

 

Cosroe Dusi, San Sebastiano, 1839, olio su tela, 225,5 x 119 cm. Zero Branco, Santa Maria Assunta.

 

In copertina:
Cosroe Dusi, Francesca da Rimini, 1831, olio su tela, 89 x 114 cm. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
N. STRINGA (a cura di), Cosroe Dusi 1808-1859. Diario artistico di un veneziano alla corte degli Zar; catalogo della mostra (7 luglio – 14 ottobre 2012, Marostica, Castello Inferiore ), Milano 2012.

ÉN-THEOS. LA MUSICA E LO SPIRITO. Saul Costa ed Esperienze Audio insieme a Villa Thiene

 

È stata davvero una scommessa vinta, la piccola mostra-evento ÉN-THEOS. LA MUSICA E LO SPIRITO, tenutasi ieri (molti i visitatori nonostante il brutto tempo) e sabato 30 presso Villa Thiene (capolavoro incompiuto del Palladio) a Quinto Vicentino. Protagonisti durante le due giornate sono stati il Polittico-installazione di Saul Costa e le musiche selezionate da Alberto Bozzo di Esperienze Audio. Merito dell’iniziativa va dato in primo luogo all’amico Saul Costa, che da mesi lavorava su questo innovativo progetto, dove una forma artistica antica – e quasi dimenticata – come il polittico, si è lasciata “abbracciare” dalle più moderne tecnologie. Senza dimenticare, ovviamente, il Comune di Quinto Vicentino che ha concesso gli spazi all’ultimo piano di Villa Thiene e dimostrato grande sensibilità, poiché come a breve spiegheremo, l’opera di Saul Costa attinge dal passato per parlare di qualcosa di attuale e che tocca tutti.

 

 

ÉN-THEOS, infatti, cita tre capolavori della pittura veneziana: il Miracolo del saraceno (1562-1566, Venezia, Gallerie dell’Accademia), parte del ciclo di teleri eseguito dal Tintoretto per la Scuola grande di San Marco; il San Sebastiano (San Pietroburgo, Ermitage) e il Polittico Averoldi (1520-1522, Brescia, Santi Nazaro e Celso), entrambi di Tiziano. L’immagine del miracoloso salvataggio campeggia al centro, affiancata dalle due interpretazioni del santo martire Sebastiano, spogliato del crudo attributo iconografico delle frecce, ma non della carica spirituale e del sentimento cristiano del totale abbandono e dono di sé a Dio di cui si fa portatore nelle opere di Tiziano. L’effetto scultorio delle figure in tutti e tre i pannelli è reso possibile da un sapiente uso dei colori a olio, che raggiungono il massimo della loro lucentezza e forza espressiva, come ci spiega Saul, quando l’opera è immersa nel buio totale e illuminata da fasci di luce artificiale. Sabato sera chi ha partecipato all’inaugurazione ha potuto così godere appieno l’installazione, dopo un primo smarrimento (specie per chi da parte di chi si aspettava numerose opere), durante i circa quindici minuti che ne hanno visto il lento disvelamento scandito da una precisa sequenza musicale. A completare il polittico troviamo in basso, a voler ricreare una croce, la raffigurazione di un teschio, eterno simbolo di morte e severo ammonimento contro ogni futile vanità terrena.

 

Tiziano e Bottega, San Sebastiano, 1570 ca. San Pietroburgo, Ermitage.

 

E veniamo così al senso dell’opera, al suo significato più profondo, che non si ferma a un semplice per quanto impeccabile e sentito citazionismo di due maestri amatissimi dal nostro artista vicentino. Tutta l’opera ruota attorno a un messaggio: ogni vita è sacra, merita rispetto e di essere salvata. Saul rileva giustamente, come non si debba dimenticare che quando Tintoretto eseguì i suoi teleri, lo scontro tra la Serenissima e la Cristianità da una parte, l’Islam e i Turchi dall’altra, era ancora al suo apice, a un livello di ferocia spaventoso. Eppure raffigurò il santo veneziano per eccellenza, Marco, mentre soccorre in volo – e al volo, a sottolinearne la celerità dell’azione – un “infedele”, per ricordare che il messaggio di salvezza di Cristo è rivolto a tutti, a prescindere da cultura e religione. Basti notare le innumerevoli occasioni presenti nei Vangeli, in cui Cristo si rivolge a samaritani, prostitute e pubblicani con sguardo misericordioso, scontrandosi al contrario con i farisei o, ancora, la divergenza di vedute tra i primi cristiani sull’opportunità di accogliere o meno i Gentili. Il riferimento alla tradizione cristiana è, dunque, chiaro e imprescindibile, ma alcune scelte iconografiche come la già menzionata assenza di frecce per san Sebastiano permettono di leggere l’opera anche in chiave laica. Qui sta il rimando alla situazione che viviamo oggi, contraddistinta ormai da immigrazioni epocali e milioni di persone che rischiano la vita nella speranza di trovare in paesi lontani un futuro migliore. L’artista ad ogni modo ha voluto evitare ogni facile patetismo, preferendo affidarsi alla lezione dei grandi maestri del passato, alla tradizione cristiana ed elevando i tre sprazzi di arancione cangiante presenti nei tre pannelli a simbolo delle vite che oggi sono salvate in mare, di quei salvagenti che per molti profughi sono l’appiglio per sfuggire a una tragica morte.

Ultimo aspetto che vogliamo sottolineare è che la visione indubbiamente positiva e propositiva dell’opera viene rafforzata proprio dal teschio in basso. Non può sfuggire, difatti, quella luminosa pennellata gialla che lo sovrasta, simbolo della luce divina, della resurrezione o anche in questo caso in una possibile lettura più laica, di come ci sia sempre speranza in questo mondo e che la vita a prescindere vince su tutto.

Il risultato di questo progetto è stato in definitiva ottimo a nostro avviso, e la soddisfazione di chi vi ha lavorato è assolutamente comprensibile come meritato il riscontro dal pubblico. Speriamo che questa esperienza possa toccare altre città, magari non solo del vicentino e che musica e pittura possano dialogare sempre più tra loro, traendo forza da ciò. Perché, come approfondiremo nel blog prossimamente, non sempre è stato così e alle volte persino i maggiori maestri del Rinascimento non hanno saputo cogliere il potenziale della musica in relazione alle altre arti “sorelle”.

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IL RITORNO DEL “BRAGHETTONE”. Ma dove vai se la foglia di fico non ce l’hai?

Cari lettori del blog, vi starete chiedendo, dopo aver scorto il titolo, se Il caffè artistico di Lo sia sotto il controllo di qualche malintenzionato. Vi assicuro di no e voglio tranquillizzarvi sul fatto che nessun pirata informatico si è impossessato blog, anche se ieri, 28 settembre 2017, per un momento l’ho davvero temuto leggendo un inquietante messaggio su facebook riguardo a un possibile tentativo di appropriazione del mio account. L’allarme è rientrato, ma c’è voluto un po’ di tempo al sottoscritto per arrivare alla risposta: esiste un enorme “braghettone 2.0” che gira per il web! Andiamo però con ordine, perché tutto in realtà è nato qualche giorno prima, quando ho programmato l’uscita di un post nella pagina facebook del Caffè artistico di Lo, dedicato all’Ammostatore di Lorenzo Bartolini; testo che invito a leggere al seguente collegamento:

https://www.ilcaffeartisticodilo.it/lorenzo-bartolini-lammostatore-o-pigiatore-duva-o-bacco-fanciullo/

L’opera in questione è una meravigliosa scultura del primo Ottocento, espressione perfetta della corrente artistica denominata Purismo. Dopo un giorno niente, l’articolo era inspiegabilmente scomparso e allora ho riprovato con tutta l’ingenuità di chi ha passato anni da studente universitario, guida per gruppi o da semplice turista ad ammirare opere di ogni epoca, spesso dedicate al genere umano in tutta la sua fisica – e divina – bellezza. Ieri alla fine, stizzito, ci ho fatto parecchi successivi tentativi, ma questa volta senza usare l’opzione “programma” per il post, perché volevo capirci qualcosa e, come san Tommaso, metterci il dito. A forza di fallimenti la pazienza stava per esaurirsi ed esplodere in una crisi di nervi, se non fosse stato per un’intuizione benedetta, di quelle che soltanto il Cielo mosso da compassione può inviare. Mi è venuto in mente, infatti, che numerosi storici e critici d’arte, tra cui in prima linea il sempre attivo sui media Vittorio Sgarbi, da mesi portano avanti la sacrosanta battaglia contro la censura su facebook. Una censura talmente stupida da permettere da un lato ai fanatici dell’isis di creare gruppi dove diffondere le loro follie eretiche e distruttive o, più banalmente, di condividere foto quelle sì provocanti – per non dire altro -, mentre dall’altro blocca immagini di opere antiche, colpevoli di nudità.

Insomma, sereni del fatto che le “visioni futuristiche” dello scrittore israeliano, che tanto sembra avere successo in questi tempi incerti, per gran parte sono poco più che puro divertissement, basato su idee preconcette e molto discutibili, non vorremmo dovergli dare ragione sulla questione degli algoritmi. Il rischio è davvero di avere a breve un mondo non tanto dominato da uomini-macchina e dalla tecnica, ma da ignoranti che non possono conoscere i Bronzi di Riace, il Satiro Barberini, l’Adamo di Parigi, il David di Donatello, il Bacchino della Crittogama di Dupré e il nostro povero Ammostatore solo per citare alcuni esempi. Ignorantoni o se preferite “capre” (visto il successo della definizione sgarbiana), privi di una minima cultura figurativa, di un’educazione al bello e a una sana conoscenza del corpo. Da questa vicenda tra l’altro è ritornato il ricordo di un – davvero profetico – celebre episodio dei Simpson, dove Marge guida la lotta contro la violenza nei cartoni animati, cattivi maestri dei suoi figli, per finire poi vittima della sua buonafede. A termine della puntata, infatti, in un’America come sempre dominata dalle contraddizioni, i suoi sostenitori le chiedono di capeggiare una nuova protesta, questa volta contro il David di Michelangelo, giunto al museo di Springfield. Un fatto così straordinario come l’arrivo di un capolavoro del Rinascimento in una qualunque cittadina del Midwest può accadere solo nei cartoni animati, e a maggior ragione il web dev’essere un prezioso strumento di diffusione della bellezza e della conoscenza lì dov’è più difficile che ciò avvenga; non di stupidaggini, notizie false e nefandezze.

Inoltre il paradosso è che viviamo in un periodo storico dominato da immagini pubblicitarie al limite della pornografia, con mutandine sempre più striminzite, reggiseni con super poteri e uomini al silicone. Eppure in questo mondo si censura nel web ciò che è naturale, anzi non di rado idealizzazione del naturale e frutto del genio umano, della sua aspirazione alla perfezione artistica. Speriamo sinceramente che il nostro pianeta non sarà dominato dal silicio e da ottusi algoritmi che oscurano cotanta bellezza, poiché di certo non potrà essere felice quanto, semmai, in preda a una desolante tristezza!

Terminando ci auguriamo che i geniacci della Silicon Valley per prima cosa escano ogni tanto di casa, stacchino le mani dalle tastiere e gli occhi dal monitor e vadano a scoprire le meraviglie della natura e della grande arte. Perché personalmente non ho proprio voglia di farmi censurare da un mega braghettone senza volto, ben peggiore dello sventurato Daniele da Volterra. Anche perché quest’ultimo si trovò suo malgrado, a dover coprire alcune nudità dipinte da Michelangelo nel Giudizio universale; compito frutto non tanto di fanatica pudicizia, come il credo comune insiste a dire, ma dei contrasti tutti terreni tra papi e famiglie aristocratiche (nello specifico tra i Farnese, i Carafa e i Medici). Certo, Clemente XIII si macchierà – ma fu più un caso unico che la regola – nel XVIII secolo del tremendo crimine di far evirare decine di sculture antiche, nonché di completare le coperture ai nudi presenti nel Giudizio universale, ma la censura sul web ha un potere ben superiore. Senza contare che ci pare cosa assai problematica riuscire a mettere una foglia di fico su tutte le immagini condivise da milioni di persone!

 

Noi ad ogni modo nel nostro piccolo andiamo avanti, con l’infaticabile proposito di diffondere e far conoscere il Bello, ed è per questo che regaliamo una carrellata di dettagli degni del migliore Daniele da Volterra, o, forse, è tempo di dire del miglior Zuckerberg. Buona visione!