COSROE DUSI. Da Venezia alla Russia

Cosroe Dusi, Socrate rimprovera Alcibiade, 1838, olio su tela, 85 x 111 cm. Trieste, Museo Civico Revoltella,

 

Cosroe Bernardo Lorenzo Dusi (1808-1859) è stato un abile copista, infaticabile disegnatore, dotato pittore di storia e in seguito romantico, senza tralasciare l’influenza dei Nazareni). Egli si cimentò, pur cattolico, persino con le icone e nei più disparati ambiti, ottenendo successo nei ritratti e nelle collaborazioni con i due maggiori teatri russi. Nato a Venezia da una famiglia di antiche origini bergamasche, si formò inizialmente all’Accademia (allievo di Teodoro Matteini) secondo un’impostazione ancora neoclassicista e viaggiò moltissimo in tutta Europa, per esempio in Germania e Polonia. La maggior parte del tempo all’estero, quasi vent’anni, lo trascorse però in Russia, tra San Pietroburgo e Mosca, divenendo un apprezzato artista presso la corte zarina. Il breve bravo proposto di recente e tratto dai suoi Diari, parla proprio del suo primo viaggio verso la “Venezia del nord”, dove in seguito sarebbe divenuto membro dell’Accademia di Belle Arti, ottenendo molti riconoscimenti (tra cui una medaglia d’argento il 7 gennaio 1841 come pittore di storia) e un generale apprezzamento per la sua produzione artistica.

Il bellissimo San Sebastiano nella chiesa di Santa Maria Assunta a Zero Branco, nel trevigiano,  risale ai mesi precedenti le tappe fatte da Cosroe Dusi a Capodistria, Venezia e Monaco, ossia prima di partire alla volta di San Pietroburgo. Abbiamo scelto quest’opera nella ricorrenza della morte dell’artista, poiché dimostra senza dubbio le qualità di questo pittore itinerante, spentosi a causa dell’epatite il 7 ottobre del 1859 nella vicina Marostica, come si evince da un atto della parrocchia di Santa Maria.

L’opera si caratterizza per il roseo incarnato del giovane e scultoreo martire, che si staglia sul fondo ombroso dominato da una vegetazione selvaggia e impenetrabile, attraverso la quale a fatica si scorge il cielo. Il santo è legato con le mani dietro la schiena a un albero dagli spessi tronchi, la cui sommità scompare dentro una nuvola da cui si disvela la presenza divina. In un’ambientazione che è tutta solitudine e oscurità, il corpo del santo viene così illuminato dalla piccola eppur abbagliante luce di Dio. Questa è metafora della fede che salva, dimostrazione che solo Dio è fonte di consolazione e forza per affrontare l’ultima ed estrema prova, prima di raggiungere la pace e la gloria eterna.

 

Cosroe Dusi, San Sebastiano, 1839, olio su tela, 225,5 x 119 cm. Zero Branco, Santa Maria Assunta.

 

In copertina:
Cosroe Dusi, Francesca da Rimini, 1831, olio su tela, 89 x 114 cm. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
N. STRINGA (a cura di), Cosroe Dusi 1808-1859. Diario artistico di un veneziano alla corte degli Zar; catalogo della mostra (7 luglio – 14 ottobre 2012, Marostica, Castello Inferiore ), Milano 2012.

ÉN-THEOS. LA MUSICA E LO SPIRITO. Saul Costa ed Esperienze Audio insieme a Villa Thiene

 

È stata davvero una scommessa vinta, la piccola mostra-evento ÉN-THEOS. LA MUSICA E LO SPIRITO, tenutasi ieri (molti i visitatori nonostante il brutto tempo) e sabato 30 presso Villa Thiene (capolavoro incompiuto del Palladio) a Quinto Vicentino. Protagonisti durante le due giornate sono stati il Polittico-installazione di Saul Costa e le musiche selezionate da Alberto Bozzo di Esperienze Audio. Merito dell’iniziativa va dato in primo luogo all’amico Saul Costa, che da mesi lavorava su questo innovativo progetto, dove una forma artistica antica – e quasi dimenticata – come il polittico, si è lasciata “abbracciare” dalle più moderne tecnologie. Senza dimenticare, ovviamente, il Comune di Quinto Vicentino che ha concesso gli spazi all’ultimo piano di Villa Thiene e dimostrato grande sensibilità, poiché come a breve spiegheremo, l’opera di Saul Costa attinge dal passato per parlare di qualcosa di attuale e che tocca tutti.

 

 

ÉN-THEOS, infatti, cita tre capolavori della pittura veneziana: il Miracolo del saraceno (1562-1566, Venezia, Gallerie dell’Accademia), parte del ciclo di teleri eseguito dal Tintoretto per la Scuola grande di San Marco; il San Sebastiano (San Pietroburgo, Ermitage) e il Polittico Averoldi (1520-1522, Brescia, Santi Nazaro e Celso), entrambi di Tiziano. L’immagine del miracoloso salvataggio campeggia al centro, affiancata dalle due interpretazioni del santo martire Sebastiano, spogliato del crudo attributo iconografico delle frecce, ma non della carica spirituale e del sentimento cristiano del totale abbandono e dono di sé a Dio di cui si fa portatore nelle opere di Tiziano. L’effetto scultorio delle figure in tutti e tre i pannelli è reso possibile da un sapiente uso dei colori a olio, che raggiungono il massimo della loro lucentezza e forza espressiva, come ci spiega Saul, quando l’opera è immersa nel buio totale e illuminata da fasci di luce artificiale. Sabato sera chi ha partecipato all’inaugurazione ha potuto così godere appieno l’installazione, dopo un primo smarrimento (specie per chi da parte di chi si aspettava numerose opere), durante i circa quindici minuti che ne hanno visto il lento disvelamento scandito da una precisa sequenza musicale. A completare il polittico troviamo in basso, a voler ricreare una croce, la raffigurazione di un teschio, eterno simbolo di morte e severo ammonimento contro ogni futile vanità terrena.

 

Tiziano e Bottega, San Sebastiano, 1570 ca. San Pietroburgo, Ermitage.

 

E veniamo così al senso dell’opera, al suo significato più profondo, che non si ferma a un semplice per quanto impeccabile e sentito citazionismo di due maestri amatissimi dal nostro artista vicentino. Tutta l’opera ruota attorno a un messaggio: ogni vita è sacra, merita rispetto e di essere salvata. Saul rileva giustamente, come non si debba dimenticare che quando Tintoretto eseguì i suoi teleri, lo scontro tra la Serenissima e la Cristianità da una parte, l’Islam e i Turchi dall’altra, era ancora al suo apice, a un livello di ferocia spaventoso. Eppure raffigurò il santo veneziano per eccellenza, Marco, mentre soccorre in volo – e al volo, a sottolinearne la celerità dell’azione – un “infedele”, per ricordare che il messaggio di salvezza di Cristo è rivolto a tutti, a prescindere da cultura e religione. Basti notare le innumerevoli occasioni presenti nei Vangeli, in cui Cristo si rivolge a samaritani, prostitute e pubblicani con sguardo misericordioso, scontrandosi al contrario con i farisei o, ancora, la divergenza di vedute tra i primi cristiani sull’opportunità di accogliere o meno i Gentili. Il riferimento alla tradizione cristiana è, dunque, chiaro e imprescindibile, ma alcune scelte iconografiche come la già menzionata assenza di frecce per san Sebastiano permettono di leggere l’opera anche in chiave laica. Qui sta il rimando alla situazione che viviamo oggi, contraddistinta ormai da immigrazioni epocali e milioni di persone che rischiano la vita nella speranza di trovare in paesi lontani un futuro migliore. L’artista ad ogni modo ha voluto evitare ogni facile patetismo, preferendo affidarsi alla lezione dei grandi maestri del passato, alla tradizione cristiana ed elevando i tre sprazzi di arancione cangiante presenti nei tre pannelli a simbolo delle vite che oggi sono salvate in mare, di quei salvagenti che per molti profughi sono l’appiglio per sfuggire a una tragica morte.

Ultimo aspetto che vogliamo sottolineare è che la visione indubbiamente positiva e propositiva dell’opera viene rafforzata proprio dal teschio in basso. Non può sfuggire, difatti, quella luminosa pennellata gialla che lo sovrasta, simbolo della luce divina, della resurrezione o anche in questo caso in una possibile lettura più laica, di come ci sia sempre speranza in questo mondo e che la vita a prescindere vince su tutto.

Il risultato di questo progetto è stato in definitiva ottimo a nostro avviso, e la soddisfazione di chi vi ha lavorato è assolutamente comprensibile come meritato il riscontro dal pubblico. Speriamo che questa esperienza possa toccare altre città, magari non solo del vicentino e che musica e pittura possano dialogare sempre più tra loro, traendo forza da ciò. Perché, come approfondiremo nel blog prossimamente, non sempre è stato così e alle volte persino i maggiori maestri del Rinascimento non hanno saputo cogliere il potenziale della musica in relazione alle altre arti “sorelle”.

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IL RITORNO DEL “BRAGHETTONE”. Ma dove vai se la foglia di fico non ce l’hai?

Cari lettori del blog, vi starete chiedendo, dopo aver scorto il titolo, se Il caffè artistico di Lo sia sotto il controllo di qualche malintenzionato. Vi assicuro di no e voglio tranquillizzarvi sul fatto che nessun pirata informatico si è impossessato blog, anche se ieri, 28 settembre 2017, per un momento l’ho davvero temuto leggendo un inquietante messaggio su facebook riguardo a un possibile tentativo di appropriazione del mio account. L’allarme è rientrato, ma c’è voluto un po’ di tempo al sottoscritto per arrivare alla risposta: esiste un enorme “braghettone 2.0” che gira per il web! Andiamo però con ordine, perché tutto in realtà è nato qualche giorno prima, quando ho programmato l’uscita di un post nella pagina facebook del Caffè artistico di Lo, dedicato all’Ammostatore di Lorenzo Bartolini; testo che invito a leggere al seguente collegamento:

https://www.ilcaffeartisticodilo.it/lorenzo-bartolini-lammostatore-o-pigiatore-duva-o-bacco-fanciullo/

L’opera in questione è una meravigliosa scultura del primo Ottocento, espressione perfetta della corrente artistica denominata Purismo. Dopo un giorno niente, l’articolo era inspiegabilmente scomparso e allora ho riprovato con tutta l’ingenuità di chi ha passato anni da studente universitario, guida per gruppi o da semplice turista ad ammirare opere di ogni epoca, spesso dedicate al genere umano in tutta la sua fisica – e divina – bellezza. Ieri alla fine, stizzito, ci ho fatto parecchi successivi tentativi, ma questa volta senza usare l’opzione “programma” per il post, perché volevo capirci qualcosa e, come san Tommaso, metterci il dito. A forza di fallimenti la pazienza stava per esaurirsi ed esplodere in una crisi di nervi, se non fosse stato per un’intuizione benedetta, di quelle che soltanto il Cielo mosso da compassione può inviare. Mi è venuto in mente, infatti, che numerosi storici e critici d’arte, tra cui in prima linea il sempre attivo sui media Vittorio Sgarbi, da mesi portano avanti la sacrosanta battaglia contro la censura su facebook. Una censura talmente stupida da permettere da un lato ai fanatici dell’isis di creare gruppi dove diffondere le loro follie eretiche e distruttive o, più banalmente, di condividere foto quelle sì provocanti – per non dire altro -, mentre dall’altro blocca immagini di opere antiche, colpevoli di nudità.

Insomma, sereni del fatto che le “visioni futuristiche” dello scrittore israeliano, che tanto sembra avere successo in questi tempi incerti, per gran parte sono poco più che puro divertissement, basato su idee preconcette e molto discutibili, non vorremmo dovergli dare ragione sulla questione degli algoritmi. Il rischio è davvero di avere a breve un mondo non tanto dominato da uomini-macchina e dalla tecnica, ma da ignoranti che non possono conoscere i Bronzi di Riace, il Satiro Barberini, l’Adamo di Parigi, il David di Donatello, il Bacchino della Crittogama di Dupré e il nostro povero Ammostatore solo per citare alcuni esempi. Ignorantoni o se preferite “capre” (visto il successo della definizione sgarbiana), privi di una minima cultura figurativa, di un’educazione al bello e a una sana conoscenza del corpo. Da questa vicenda tra l’altro è ritornato il ricordo di un – davvero profetico – celebre episodio dei Simpson, dove Marge guida la lotta contro la violenza nei cartoni animati, cattivi maestri dei suoi figli, per finire poi vittima della sua buonafede. A termine della puntata, infatti, in un’America come sempre dominata dalle contraddizioni, i suoi sostenitori le chiedono di capeggiare una nuova protesta, questa volta contro il David di Michelangelo, giunto al museo di Springfield. Un fatto così straordinario come l’arrivo di un capolavoro del Rinascimento in una qualunque cittadina del Midwest può accadere solo nei cartoni animati, e a maggior ragione il web dev’essere un prezioso strumento di diffusione della bellezza e della conoscenza lì dov’è più difficile che ciò avvenga; non di stupidaggini, notizie false e nefandezze.

Inoltre il paradosso è che viviamo in un periodo storico dominato da immagini pubblicitarie al limite della pornografia, con mutandine sempre più striminzite, reggiseni con super poteri e uomini al silicone. Eppure in questo mondo si censura nel web ciò che è naturale, anzi non di rado idealizzazione del naturale e frutto del genio umano, della sua aspirazione alla perfezione artistica. Speriamo sinceramente che il nostro pianeta non sarà dominato dal silicio e da ottusi algoritmi che oscurano cotanta bellezza, poiché di certo non potrà essere felice quanto, semmai, in preda a una desolante tristezza!

Terminando ci auguriamo che i geniacci della Silicon Valley per prima cosa escano ogni tanto di casa, stacchino le mani dalle tastiere e gli occhi dal monitor e vadano a scoprire le meraviglie della natura e della grande arte. Perché personalmente non ho proprio voglia di farmi censurare da un mega braghettone senza volto, ben peggiore dello sventurato Daniele da Volterra. Anche perché quest’ultimo si trovò suo malgrado, a dover coprire alcune nudità dipinte da Michelangelo nel Giudizio universale; compito frutto non tanto di fanatica pudicizia, come il credo comune insiste a dire, ma dei contrasti tutti terreni tra papi e famiglie aristocratiche (nello specifico tra i Farnese, i Carafa e i Medici). Certo, Clemente XIII si macchierà – ma fu più un caso unico che la regola – nel XVIII secolo del tremendo crimine di far evirare decine di sculture antiche, nonché di completare le coperture ai nudi presenti nel Giudizio universale, ma la censura sul web ha un potere ben superiore. Senza contare che ci pare cosa assai problematica riuscire a mettere una foglia di fico su tutte le immagini condivise da milioni di persone!

 

Noi ad ogni modo nel nostro piccolo andiamo avanti, con l’infaticabile proposito di diffondere e far conoscere il Bello, ed è per questo che regaliamo una carrellata di dettagli degni del migliore Daniele da Volterra, o, forse, è tempo di dire del miglior Zuckerberg. Buona visione!

 

 

GRAZIE MASSERANO! A un anno dalla pubblicazione del libro, un suggestivo viaggio in questo piccolo gioiello del biellese.

 

Domenica 14 maggio 2017, a un anno dalla pubblicazione del libro Il caffè artistico di Lo. Un anno ad arte da Giotto a de Chirico ho avuto l’immenso piacere di tenere una breve conferenza sul tema dei ritratti di guerrieri nel primo Cinquecento Veneto, presso il magnifico Palazzo dei Principi a Masserano (BI). Il tema ha generato tra i presenti molta curiosità e voglia di scoprire simbologie, mode e valori espressi nei dipinti proposti, e di questo ringrazio di cuore davvero tutti, poiché hanno gratificato il mio lavoro con competenza e facendomi soprattutto sentire a casa!
A termine della relazione l’incontro è proseguito con una gradevole chiaccherata, fatta di liberi e reciproci scambi d’idee, suggestioni e riflessioni, nella migliore tradizione dei caffè artistici del passato (e di oggi, specie nella mitteleuropa) che hanno messo al centro non solo il ritratto come forma d’arte, ma anche alcuni dei temi toccati nel libro, per esempio: la maternità nell’arte medievale, l’infanzia nella pittura di Murillo e, ovviamente, alcuni capolavori di Bassano come la pala della Ss. Trinità di Jacopo Da Ponte.
Masserano è davvero un piccolo gioiello incastonato tra le colline del biellese, con un patrimonio che merita di essere visitato e valorizzato, del quale voglio dare un piccolo assaggio nelle foto fatte agli affreschi (dedicati in particolare a temi mitologici, astrologici e amorosi), alla superba ancona seicentesca, ai soffitti lignei originali, alla galleria decorata da splendidi stucchi e, infine, al superbo ritratto del principe Eugenio di Savoia.
Complimenti al direttore Stefano Cavaliere, a Tiziana Cerutti (presidente dell’Associazione don Vittorino Barale) e ai collaboratori Isabella Uglietti, Pier Giovanni Cavaliere, Manuela Cavaliere, e Francesco Tempia per il loro lavoro. La dedizione con cui valorizzano (il calendario dell’Associazione è fitto di eventi dedicati anche ai più piccoli) un così importante monumento, cercando al contempo di preservarlo e di portarlo sempre più all’originario splendore, meritano una lode e un sincero riconoscimento.
Perciò visitate Masserano e il suo Polo Museale, costituito oltre che dal Palazzo, da alcune chiese tra cui la Collegiata dalla caratteristica facciata neogotica.

 

RIFERIMENTI IN RETE
http://polomusealemasseranese.weebly.com/

INDIMENTICABILI SCORCI DA CONEGLIANO

Sabato scorso, 25 febbraio, con la Delegazione FAI di Bassano del Grappa abbiamo avuto il piacere di visitare la splendida Conegliano, piccolo centro del trevigiano ricco di arte, storia e tradizioni. L’occasione era l’inaugurazione della mostra curata da Giandomenico Romanelli Bellini e Belliniani dall’Accademia dei Concordi di Rovigo. A breve scriveremo il nostro racconto della mostra, ma, intanto, grazie anche al bel tempo vi regaliamo qualche caratteristico scorcio di Conegliano, con la sua piazza, la “Contrada Granda”, l’Accademia, il Duomo, la Scuola dei Battuti, gli affreschi di Francesco da Milano e Lodewijk Toeput, divenuto celebre in Italia con il nome di Ludovico Pozzoserrato (nato ad Anversa nel 1550 ca., morì a Treviso nel 1604/1605) .

I VOLTI NASCOSTI DI VENEZIA. Il ridotto e Il parlatoio di Francesco Guardi a Ca’ Rezzonico


Francesco Guardi, Il ridotto di San Moisè, 1745-1750 ca. Venezia, ca’ Rezzonico.

 

Tra il 1745 e il 1750 Francesco Guardi (Venezia 1712-1793) eseguì due dipinti di carattere sociale, che sono tra i suoi massimi capolavori, ma anche tra i più apprezzati e conosciuti nel mondo dell’arte per questo tipo di soggetto in cui eccelse Pietro Longhi (Venezia 1701-1785). Figlio di un orafo o meglio “gettatore d’argento”, Pietro Longhi, infatti, nel 1741 aveva realizzato i celebri Concertino e Lezione di danza (entrambe alle Gallerie dell’Accademia di Venezia), mentre del 1746 è la Visita a una dama (New York, Metropolitan Museum). Questi tre dipinti sono solo alcuni esempi tra le tante scene d’interni che si potrebbero citare nella produzione longhiana, sufficienti ad ogni modo per avere dei parametri di confronto con le due opere del Guardi che ci accingiamo ad approfondire: Il ridotto di San Moisè e Il parlatoio delle monache di San Zaccaria, ambedue oggi ammirabili a Ca’ Rezzonico (Venezia). A lungo si è dibattutto sulla loro autografia a causa della loro “unicità”, poiché trattasi di due dipinti di altissima qualità cromatica, privi degli effetti “sfaldati” presenti soprattutto negli ultimi lavori di Francesco Guardi, dove aleggia la percezione di una fine prossima della Serenissima. Oggi, comunque, gli storici dell’arte sono per la maggior parte propensi a inserirli nel catalogo di Francesco (così come lo scrivente), anche se, con qualche buona ragione, si può pensare vi abbia messo mano anche il fratello maggiore Giannantonio, nato a Vienna nel 1699.

I due quadri di Francesco rappresentano realtà molto distanti tra loro eppure ugualmente centrali nella vita veneziana dell’epoca, sebbene non riguardino grandi feste come lo Sposalizio del Mare (in occasione della Festa dell’Ascensione nota come “Sensa”) o piazze e luoghi pubblici come San Marco. Partendo dal Ridotto dei Filarmonici a San Moisè, qui raffigurato dal Guardi prima delle modifiche del 1758, esso era una sorta di versione settecentesca del casinò, un luogo molto frequentato dove veneziani e stranieri potevano ritrovarsi a giocare d’azzardo legalmente. Un soggetto, quello del ridotto, che verrà immortalato nel 1757-1760 dallo stesso Longhi, il quale qualche anno più tardi, a dimostrazione del legame tra i due artisti, sarà altresì autore del bellissimo Ritratto di Francesco Guardi (1764, Venezia, Ca’ Rezzonico) dove lo rappresenta atteggiato a maestro accademico. L’apertura di questo luogo adibito al gioco risaliva al secolo prima, per la precisione a quando nel 1638 il governo veneziano concesse l’autorizzazione a Marco Dandolo per aprire il suo palazzo al pubblico, con l’intento di regolamentare un fenomeno con cui tutt’oggi, a distanza di secoli, i legislatori debbono costantemente confrontarsi. A gestirlo, sino alla chiusura per decreto del Senato nel 1774, ci fu sempre una figura appartenente al patriziato e i suoi frequentatori erano tenuti a indossare delle maschere per motivi di “decoro”. L’ambiente, arredato con uno splendido e sontuoso mobilio, è vivace e rumoroso, con donne e uomini intenti a parlare tra loro, suonare strumenti a corda, intrattenersi con un cagnolino, mentre altri sono già al tavolo da gioco o, come si può vedere sulla sinistra, a quello del cambiavalute.

Nel secondo dipinto, invece, siamo catapultati nel mondo delle monache di clausura, che ci si presenta per nulla chiuso e tetro, ma al contrario guizzante di luce, dinamico quanto il precedente. In esso Guardi attua un “gioco di specchi”, raddoppiato dalla grata che separa gli ambienti aperti al pubblico da quelli destinati solo alla vita monastica. È come se l’artista non solo disvelasse un microcosmo nascosto, ma ci invitasse a scambiarci di ruolo con gli “attori” in campo, a prendere direttamente parte alla recita, ciascuno con il proprio ruolo preferito. Il riferimento al teatro del resto è dato da quello – in miniatura – dei burattini che troviamo sulla destra, predisposto per rallegrare gli ospiti, specie i più piccoli, ma allo stesso tempo simbolica parodia del mondo e della sua vanità. Il parlatoio celerebbe, dunque, un messaggio morale – seppur velato – ben comprensibile alla luce del luogo in cui è ambientata la scena, in cui sembra quasi fuori luogo la dama che fa bella mostra di sé al centro. Ella, difatti, con il suo candido e vaporoso abito bianco sembra voler attirare su di sé tutta l’attenzione e bisogna ammettere che ci riesce bene. Osservandone, poi, abito e postura questa elegante nobildonna ci ricord la protagonista della longhiana Lezione di Danza sopra citata, posa sempre al centro del dipinto anche se rivolta in senso opposto.

L’orgine di due soggetti così particolari è da ricondurre alla scelta di Francesco Guardi di rimanere sempre a Venezia, a differenza per esempio dei più quotati Canaletto e Bellotto. La sua tecnica  d’altronde era piuttosto veloce, quasi “nervosa”, e dava vita in genere a opere dal forte impatto drammatico come l’Incendio dei depositi degli oli a San Marcuola (1789-1790, Monaco, Alte Pinakhotek), le quali riscuotevano minor successo tra viaggiatori e collezionisti stranieri. Non a caso solo dalla fine degli anni quaranta del Settecento, con il campo sgombro per le partenze appunto di Canaletto (1746-1754) e Bellotto (1749), oltre alla morte di Marieschi (1743), Francesco si cimenterà nelle vedute. Non proprio con grande successo di critica in ogni caso, se per esempio l’ispettore generale delle collezioni pubbliche veneziane Pietro Edwards, in una lettera indirizzata a Canova, le definisce «scorrette quanto mai, ma spiritosissime», aggiungendo che «di queste vi è adesso molta ricerca, forse perché non si trova di meglio» (Haskell 1993, p. 15). Pietro Edwards, inoltre, nella stessa missiva inviata al grande scultore di Possagno (a quel tempo impegnato a Roma) dà un dettaglio davvero prezioso per gli storici dell’arte. Egli sottolinea, infatti, come Francesco Guardi si avvalesse di tele di poco pregio, motivo che spiega perché molti suoi dipinti versano oggi in cattivo stato di conservazione.

Questo legame strettissimo con la propria città ha fatto sì che Francesco Guardi raggiungesse altissimi risultati nel descrivere con dovizia di particolari, freschezza e arguzia la vita della Serenissima, in primo luogo nel Parlatoio e nel Ridotto del 1745-50 qui analizzati. Tutte qualità che  ci inducono a vedere nelle sue opere delle fonti preziose, ricche di dettagli realistici di rilevante valore storico (si pensi al tema della moda) oltreché artistico. Nei due capolavori di Ca’ Rezzonico, in definitiva, Francesco ha saputo  immortalare come pochi altri l’anima di Venezia nel suo ultimo e sfavillante secolo di vita.

 



Francesco Guardi, Il parlatoio delle monache di San Zaccaria, 1745-1750 ca. Venezia, ca’ Rezzonico.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

M. BRUSEGAN, Miti e leggende di Venezia. Le origini, i simboli, le storie e i personaggi di una città sospesa tra l’acqua e il cielo; Roma 2007.

E. M. DAL POZZOLO, Pittura veneta; Milano, pp. 353, 356-357, 359, 362 e 364.

M. FAVILLA & R. RUGOLO, Venezia ‘700. Arte e società nell’ultimo secolo della Serenissima; Schio (Vi) 2011, pp. 198, 201, 2013, 237 e 247.

A. FREGOLENT, Canaletto e i vedutisti; collana ArtBook, vol. 23, Milano 2006, pp. 108-131.

F. HASKELL, Su Francesco Guardi vedutista e alcuni suoi clienti; in A. BETTAGNO (a cura di), Francesco Guardi. Vedute, capricci, feste, catalogo della mostra (Venezia, Galleria di palazzo Cini, 28 agosto – 21 novembre 1993) Milano 1993, pp. 15-26.

F. PEDROCCO, Longhi; Art & Dossier n° 85, Firenze 1993.

G. ROMANELLI, Guardi; Art & Dossier n° 293, Firenze-Milano 2012.

S. ZUFFI, Francesco Guardi; in S. ZUFFI (a cura di), La pittura barocca. Due secoli di meraviglie alle soglie della pittura moderna; Milano 2006, pp. 360-361.

 

RIFERIMENTI IN RETE

AHI CHE MALE! Arte “odontoiatrica” da Caravaggio a Pietro Longhi

“SPAVALDI GUERRIERI”

Dopo le feste natalizie ieri sera Il caffè Artistico di Lo ha ripreso ufficialmente la propria attività, con la conferenza tenutasi presso l’Hotel Al Camin di Bassano del Grappa intitolata:

Spavaldi guerrieri. Ritratti di uomini in armi nella pittura veneta del Primo Cinquecento

Resa possibile dalla collaborazione con il nostro amico ed editore Andrea Minchio di Editrice Artistica Bassano,
essa si è concentrata su alcuni capolavori di Tiziano, Giorgione, Carpaccio, Cima da Conegliano, Bartolomeo Veneto e di altri artisti di influenza veneta, confrontati anche con dipinti di grandi maestri del “Manierismo” tosco-emiliano quali Pontormo, Parmigianino e Bronzino.
Ecco un assaggio delle opere analizzate, buona visione!