GIUSEPPINA CARLOTTA CIANFERONI, L’ARRINGATORE

Silentium manu facere.

L’Arringatore è una celebre scultura in bronzo di età tardorepubblicana (fine II sec. a.C.). Alta 179 cm, è stata realizzata con una fusione a cera persa, eccetto i piedi a – fusione piena. L’opera in tutto è composta di sette parti, che sono: la testa, collo compreso; due pezzi per il tronco; mano sinistra; braccio destro; le due gambe saldate insieme solo in un secondo momento.

La Statua ritratto di Aule Meteli, detta appunto L’Arringatore, fu rinvenuta nel 1566 a Sanguineto, sul lago Trasimeno. Essa andò presto ad arricchire la collezione di Cosimo I de’ Medici a Palazzo Pitti. Nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze, invece, giunse sul finire del XIX secolo. Sebbene nel 1990 Giovanni Colonna descrivesse l’opera come espressione della pietas romana e leggesse il gesto della mano come segno di una preghiera verso gli dei, altra è l’interpretazione ormai affermatasi tra gli studiosi. Come scrive la Cianferoni, infatti, il gesto è da leggere come «quello del silentium manu facere, prima dell’inizio di un’orazione pubblica». Della stessa Cianferoni citiamo di seguito un brano, dov’è descritto L’Arringatore e il contesto da cui è sorto questo capolavoro in bronzo.

Giuseppina Carlotta Cianferoni, L’Arringatore (in Potere e Pathos. Bronzi del mondo ellenistico, catalogo della mostra, Firenze-Milano 2015, scheda n° 33, pp. 256-257):

«La costruzione generale della figura riporta a esperienze romane tardorepubblicane degli ultimi decenni del II secolo a.C. I caratteri stilistici della testa ricordano quelli dei ritratti “veristici” tardorepubblicani, propri dei gruppi sociali in ascesa, piuttosto che dell’aristocrazia senatoria; anche l’abbigliamento del personaggio richiama quello dei togati romani, ma l’iscrizione dedicatoria incisa sul bordo della toga, su tre linee, in caratteri apicati, è etrusca.

La statua raffigura dunque Aule della gens Meteli, figlio di Vel e di Vesi, ed è dedicata al dio Tece Sans, probabilmente “Tece padre”, noto anche nelle caselle del fegato di Piacenza. Si tratta dunque di una statua votiva, offerta dalla comunità (tuthina) Chisuli, non meglio precisabile, riferita a un membro influente della classe dirigente di una città vicina, verosimilmente Perugia che diverrà municipio romano nell’88 a.C., ambito cui riporta anche l’onomastica. È noto peraltro che i Meteli erano una delle famiglie dell’aristocrazia cortonese di età ellenistica e che, ancora nella prima età imperiale, alcuni membri di questa gens ricoprirono cariche magistrali a Cortona».

Qui sopra e in copertina: L’arringatore, fine II secolo a.C., bronzo, 179 cm. Firenze, Museo Archeologico Nazionale. Intero e particolare.

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