Gli impressionisti. La tecnica

Berthe Morisot, Giorno d'estate, 1879. Londra, National Gallery.

Berthe Morisot, Giorno d’estate, 1879. Londra, National Gallery.

 

Oggi la nostra rubrica I segreti dell’Arte torna a occuparsi di aspetti tecnici, attraverso questo contributo tratto da un’importante monografia dedicata da Claudio Pescio all’impressionismo. In poche semplici è chiare parole possiamo qui apprendere quali scoperte scientifiche, le intuizioni e le principali scelte tecniche che si celano dietro la rivoluzionaria arte degli impressionisti.

«Gli impressionisti scoprirono che le ombre sono colorate, che riflettono ciò che è intorno, che i colori in natura non sono allo stato puro, ma sono influenzati dal contesto cromatico, che la luce non è statica, ma mutevole e tremolante e che questo effetto può essere raggiunto in pittura usando rapide pennellate sparse ed espedienti simili. […]

I colori primari sono il blu, il giallo e il rosso, che uniti fra loro danno il bianco; i colori secondari nascono invece dalla combinazione fra primari o fra primari e secondari: secondario è il viola, che nasce dalla combinazione del blu con il rosso, così come il verde, che si ottiene dal giallo con il blu. Tali considerazioni offrirono importanti suggerimenti alla tecnica degli impressionisti.

Gli impressionisti cercarono di restituire sulla tela, intuitivamente, ciò che l’occhio effettivamente coglie: solo delle macchie luminose dai colori diversi, a seconda della lunghezza d’onda che colpisce il nervo ottico. Le tele degli impressionisti non imitano più la natura, sono fatte di vibrazioni luminose e si basano su una nuova pennellata e una nuova tavolozza che rinuncia alla gamma adottata alla prima metà del secolo dai pittori romantici e da Delacroix. La tavolozza è semplificata e si riduce ai colori dello spettro solare (non più dunque i grigi e le terre) usati puri, stesi con piccole pennellate a “virgola”, non mescolati ma giustapposti secondo le leggi ottiche dei colori complementari, facendo sì che tali colori si combinino poi nell’occhio dell’osservatore: infatti, a una distanza adeguata, è chi osserva a compiere la sintesi. Non era inoltre più utilizzato il nero (oppositore di ciò fu in particolare Monet), dal momento che le forme si dovevano distinguere l’una dall’altra non attraverso il contorno scuro, ma per mezzo dell’accostamento di colori complementari. Tali principi, applicati inizialmente in maniera empirica e non senza contraddizioni, diventarono la base teorica del cosiddetto “impressionismo scientifico” di Seurat e Signac.»

 

Il brano è tratto da: C. PESCIO (a cura di), Impressionisti. La nascita dell’arte moderna; Firenze – Milano 2005, pp. 190 e 194.