IL CROCIFISSO DI BENVENUTO CELLINI

Benvenuto Cellini, Crocifisso, 1556-1562, marmo, 145 cm. Madrid, El Escorial, monastero di san Lorenzo el Real.

Benvenuto Cellini, Crocifisso, 1556-1562, marmo, 145 cm. Madrid, El Escorial, monastero di san Lorenzo.

 

Opera di profonda e dolente spiritualità, il Crocifisso (1556-1562) di Benvenuto Cellini è stato definito da Antonio Paolucci «l’unica [opera] che possa stare accanto, per serietà morale e intensità religiosa, alla Pietà di Michelangelo del museo dell’Opera del duomo di Firenze». Eseguita con un marmo bianchissimo (è chiamato anche “El Cristo blanco”) che risalta «in su una croce di marmo nerissima», rappresenta una delle raffigurazioni più toccanti della Crocifissione di Gesù. Le stesse dimensioni, a grandezza naturale, danno l’idea di quale capolavoro si tratti, eseguito in un solo blocco così come la Pietà di Michelangelo e il Ratto delle Sabine del Giambologna. Aspetto tecnico che influenzò non di poco anche un altro grande artista dell’epoca, Bartolomeo Ammannati, con il quale Cellini non aveva certo un buon rapporto.

Entrando nello specifico dell’analisi dell’opera, va subito anticipato che Benvenuto Cellini (1500-1571) dichiarò di aver guardato al grande Michelangelo, sia per il trattamento del volto sia per l’approccio all’opera come se si trattasse di un bassorilievo. A questi due elementi il nostro artista aggiunge una personalissima e originale tensione, ravvisabile nel braccio destro, allungato come per un’ultima fitta di dolore, e nel volto reclinato ed esalante l’ultimo respiro. Palese è l’influenza della nuova religiosità che andava definendosi in chiave “patetica” e severa a seguito della Controriforma. Una religiosità che anche per mezzo del Crocifisso celliniano, in quegli anni iniziò a diffondersi a Firenze.

La gestazione dell’opera, lunga e travagliata, cominciò nel periodo di prigionia trascorso da Cellini presso Castel Sant’Angelo, dove fu fatto rinchiudere nel 1538 dal cardinale Pier Luigi Farnese. In quell’anno riuscì ad evadere ma fu poi ricondotto in prigione nel 1539. Si trattò di un periodo di grande difficoltà e crisi spirituale, durante il quale pensò pure di togliersi la vita. In una cella buia e fetida il grande maestro fiorentino alla fine trovò conforto nella preghiera ed ebbe una visione mistica di Gesù, raggiante di luce, dalla quale trasse l’idea di fare un modelletto in cera. Quasi vent’anni più tardi, dopo il successo del Perseo, Cellini attraversò un secondo periodo di crisi, legato ai difficili rapporti con la corte medicea. Questo stato di cose, a cui si aggiunse la malattia, lo spinse nel 1555 a redigere un testamento in cui esprimeva la volontà che da quel modelletto si realizzasse una grande scultura in marmo. Nello stesso documento manifestava anche il desiderio che la scultura venisse posta a Santa Maria Novella, doveva desiderava essere sepolto, assieme a un bassorilievo raffigurante la visione avuta durante la prigionia a Castel Sant’Angelo.

Di fatto da allora il nostro artista cambiò più volte, sia le caratteristiche della scultura sia la collocazione e quindi, in parte, il significato stesso dell’opera. Una volta completato il Crocifisso, Benvenuto Cellini dichiarò essersi trattato soltanto di una prova, per dimostrare che era alla pari dei suoi grandi predecessori e cercò di donarlo a Eleonora di Toledo. Figura spesso sopra le righe, eccentrica, non estranea a un certo narcisismo e poco avvezza ai buoni rapporti con i colleghi scultori (specie con Baccio Bandinelli e Ammannati), Cellini non era di certo nemmeno persona di facile generosità. Il fatto che abbia insistito per regalare questo superbo capolavoro va, infatti, associato a un fine tutt’altro che caritatevole: aggiudicarsi la realizzazione della fontana del Nettuno in piazza della Signoria. I Medici però, non si lasciarono influenzare, tanto che come ben sappiamo fu Ammannati ad essere incaricato della prestigiosa impresa, e il duca Cosimo insistette per pagare il Crocifisso, che gli fu alla fine consegnato nel 1565. Questo dunque non valse a Cellini la vittoria in una delle tante dispute con il rivale Ammannati, ma di certo va posto tra le sue opere che maggiormente lasciarono ai posteri l’immagine di uno scultore straordinario, dalle eccellenti doti artistiche. Di ciò era ben consapevole lo stesso Cellini, che nel 1570, a pochi mesi dalla sua morte, scrisse con comprensibile orgoglio, che quel Cristo in croce lo aveva eseguito completamente a proprie spese e solo per personale “satisfatione”.

Una volta morto anche Cosimo nel 1574 (nel 1570 era assurto a granduca di Toscana), il figlio Francesco I decise di donare nel 1576 il Crocifisso, rimasto a lungo relegato dentro una cassa, a Filippo II di Spagna. L’imperatore come ubicazione scelse il monastero di San Lorenzo, cui era fortemente legato, e li ancora oggi è possibile contemplarlo in tutta la sua essenziale e mistica spiritualità.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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D. HEIKAMP, La Fontana di Nettuno. La sua storia nel contesto urbano; in B. PAOLOZZI STROZZI & D. ZIKOS (a cura di), L’acqua, la pietra, il fuoco. Bartolomeo Ammannati scultore, catalogo della mostra (Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 11 maggio – 18 settembre 2011), Firenze – Milano 2011, p. 204.

A. PAOLUCCI, Cellini; Art & Dossier n° 158, Firenze 2000.

J. POPE-HENNESSY, Cellini; collana I Classici dell’Arte, vol. 88, Milano 2012.