La fonte del Giudizio (Parte I)

Michelangelo Buonarroti, Giudizio Universale (1536-1541, Città del Vaticano, Cappella Sistina).

Michelangelo Buonarroti, Giudizio universale (1536-1541, Città del Vaticano, Cappella Sistina).

 

Il Iudicium Dei di Giovanni Antonio Sulpizio e il Giudizio Universale di Michelangelo

Fiumi d’inchiostro sono stati letteralmente versati – e si continueranno a versare – su quella che è in assoluto una delle più potenti opere mai eseguite da Michelangelo Buonarroti (1475-1564), tanto che Vasari la definì “terribile” e l’apice nella storia della pittura, ossia il Giudizio universale nella Cappella Sistina. Tra le molte affermazioni e convinzioni che ancora troppo spesso si sentono circolare a vari livelli, c’è quella secondo la quale si tratterebbe di un dipinto “eretico”, prova della rottura di Michelangelo con la Chiesa. Eppure già diversi studi, specie negli ultimi anni, dimostrerebbero decisamente il contrario, assieme ad alcune constatazioni che si possono fare a partire da una minima conoscenza dei testi sacri.

Iniziamo però con ordine, dicendo che l’opera fu commissionata da papa Clemente VII nel 1533, il quale morì l’anno successivo e non poté perciò vedere l’affresco terminato. Sarà il successore Alessandro Farnese col nome di papa Paolo III (1534-1549), a seguire i lavori e a imprimergli la propria visione. Secondo Claudio Stinati, infatti, la scelta di far rappresentare il Giudizio universale va ricondotta alle turbolente vicende del sacco di Roma (1527) e della Riforma protestante. Inoltre un ruolo importante lo dovette avere il desiderio da parte di Paolo III, di riannodare i rapporti con l’Impero, al fine di rafforzare l’immagine indebolita della Chiesa, e giungere così a un utopico “governo universale”.

Di là di queste considerazioni, Michelangelo creò per l’epoca qualcosa di incredibilmente innovativo, tanto da apparire subito sconvolgente e fuori luogo agli occhi di molti. I motivi principalmente chiamati in causa al tempo, e che vorremmo ricordare sono: la figura di Gesù, rappresentata come un’antica divinità pagana e non secondo i tratti canonici; l’immagine di Maria impaurita; il fluttuare di buona parte dei personaggi; l’assenza di ali e corna in angeli e demoni; la difficoltà nel riconoscere molti santi; ovviamente le eccessive nudità. In sostanza uno dei maggiori detrattori, il teologo Giovanni Andrea Gilio, rimproverò a Michelangelo di aver cancellato il tema del Giudizio, togliendo qualsiasi chiaro riferimento al “Tribunale celeste”, per proporre piuttosto una “inequivocabile condanna”. Gilio, persona attenta al legame tra iconografia e ortodossia cattolica, scrisse un Dialogo degli errori dei pittori (1564) per evidenziare quelli commessi secondo lui da Michelangelo. In precedenza già Don Miniato Pitti da Monteoliveto nel 1545 aveva scritto una lettera al Vasari, in cui biasimava i nudi di Michelangelo e l’errata raffigurazione di san Bartolomeo, la cui pelle è senza barba. Eppure nella stessa missiva non mancò di elogiare la volta, ben consapevole della grandezza di Michelangelo.

Altra critica feroce giunse poi da Pietro Aretino, che parlò di “empietà d’irreligione”, di una sorta di “calata di tono”. Verrebbe però in questo caso da chiedersi da che pulpito, data la fama dei suoi Sonetti di carattere licenzioso per non dire pornografico. L’Aretino inoltre, nutriva del risentimento nei confronti di Michelangelo e non dimentichiamoci che il suo “campione” era Tiziano Vecellio.

Le critiche però non si fermarono qui, poiché durante l’ultima seduta del novembre 1563, al Concilio di Trento si trattò solamente la questione delle “indecenze” del Giudizio universale michelangiolesco. A onore di cronaca papa Adriano VI ebbe da attaccare già i celebri nudi dipinti dal Buonarroti tra il 1508 e il 1512, nella volta della Cappella Sistina.

A conclusione di questa necessariamente breve disamina, vorremmo ricordare infine i giudizi negativi espressi da papa Paolo IV Carafa (1555-1559), poiché ci aiutano a meglio comprendere come spesso questi fossero mossi da questioni non di natura teologica, morale, estetica. Paolo IV fu uno strenuo avversario del cardinale inglese Reginald Pole, definito da lui un eretico e di cui impedì l’elezione sul soglio di Pietro. Nel circolo di quest’ultimo era entrato proprio Michelangelo, il quale, alle pretese affinché «acconciasse l’affresco» rimossegli da Paolo IV Carafa, rispose piccato: «Dite al papa che questa è piccola faccenda e che facilmente si può acconciare; che acconci egli il modo, ché le pitture si acconciano presto». Insomma appare chiaro esserci qui un’avversità da parte di Paolo IV per motivi di natura politica, giacché Michelangelo aveva ottimi rapporti d’amicizia con il suo avversario Reginald Pole e definiva «piccola faccenda» quella dei ritocchi al Giudizio.

Questa però è solo una di tante motivazioni possibili, per questo motivo viene da domandarsi quale fosse la vera causa scatenante al cuore di tutte queste critiche mosse al Giudizio universale.

Una risposta plausibile è stata data da Romeo De Maio nel 1978. A suo parere l’elemento di massimo fastidio risiedeva nella “suprema autonomia di coscienza di Michelangelo”. E qui incontriamo un primo aspetto interessante. In Michelangelo, infatti, proprio dagli anni Trenta del Cinquecento sembra crescere una forte ricerca interiore, dimostrata dal legame con Vittoria Colonna e il già citato Reginald Pole, oltre che da una produzione artistica sempre più legata a soggetti religiosi. Una spiritualità che paradossalmente per Claudio Strinati, Michelangelo espresse attraverso una marcata fisicità nel Giudizio universale, ma che a nostro avviso si può cogliere ad esempio anche nel gruppo in cui un beato salva due risorti attraverso il rosario. Vittoria Colonna certamente aveva idee talvolta vicine a quelle protestanti, ma il dato oggettivo è che all’interno – e non fuori – del mondo cattolico c’era un vasto movimento che aspirava a un cambiamento, a un rinnovamento della Chiesa. Un movimento che desiderava un rinnovamento spirituale e che riversò molte delle proprie speranze nel Concilio di Trento, i cui frutti purtroppo Michelangelo non poté vedere (morì il 18 febbraio del 1564).