La Scimmia (Parte II)

Paolo Veronese, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, 1565 circa. Londra, National Gallery.

Paolo Veronese, Alessandro Magno e la famiglia di Dario, 1565 circa. Londra, National Gallery.

 

L’affresco Buffone che gioca con una scimmia dipinto nel 1532 da Girolamo Romanino, secondo Sergio Risaliti (2014) è uno dei brani più divertenti e “indimenticabili” all’interno del ciclo pittorico da lui eseguito nel Castello del Buonconsiglio di Trento (1532, Scala del giardino). Esso risulta molto interessante al fine della nostra analisi, poiché ci ricorda la bertuccia “golosa” di Rosso Fiorentino, ma potrebbe altresì celare gli stessi messaggi diffamatori presenti in una seconda opera analizzata sempre da Gloria Fossi nel suo recente contributo. Ci riferiamo alla scimmia dipinta dal Pocetti (1586 circa) nella grotta del Buontalenti (Firenze, giardino di Boboli), dove la bertuccia berbera, con vivacità descrittiva e senso dell’umorismo, è colta nella medesima posizione (mentre annusa una rosa) con cui si facevano ritratte non di rado i sultani turchi, a cominciare da Maometto II. In modo beffardo il simpatico animaletto è ora utilizzato iconograficamente per prendersi gioco dell’odiato nemico turco, all’epoca ancora il maggiore spauracchio d’Europa.

In un altro capolavoro del XVI secolo, l’Alessandro Magno e la famiglia di Dario (1565 circa, Londra, National Gallery) di Paolo Caliari detto il Veronese, una scimmietta compare in bella vista, in una posizione isolata sopra la balaustra che ha funzione di isolare i protagonisti in primo piano. Non si tratta di una presenza casuale, giacché la bestiola, oltre a rimandare all’ambientazione esotica in cui si svolse l’episodio, essendo legata a una catenella che sta attentamente osservando con una certa rassegnazione, richiama al controllo delle pulsioni più basse dell’uomo. Il soggetto reale del dipinto è, dunque, l’elogio delle virtù (magnanimità, clemenza, liberalità…) che la classe dirigente veneziana era chiamata a perseguire e di cui Alessandro, nell’episodio raffigurato da Paolo Veronese, incarna il modello ideale.

Due scimmie compaiono, invece, come le sole protagoniste di un coevo dipinto – cui danno il titolo – di Pieter Bruegel (1562, Berlino, Gemäldegalerie). I due primati sono legati con delle catene, su una finestra, almeno all’apparenza riferibile a una fortezza, in direzione del paesaggio marino di Anversa, con il porto e le molte navi commerciali che lo animavano. Al cospetto di questo bellissimo panorama le due protagoniste appaiono totalmente disinteressante, intente come sono a sgranocchiarsi delle noci. Due scimmie richiama molto probabilmente un detto fiammingo dal carattere moraleggiante: «Andare al tribunale per una nocciola». Un monito alla città di Anversa, il cui desiderio di libertà e indipendenza era messo a repentaglio dall’individualismo e dal cinismo di pochi uomini incuranti del bene dei propri concittadini. Anche Füssli nel suo dipinto maggiormente conosciuto e carico di conseguenze per tutta l’arte dell’Otto e Novecento, L’incubo (1781, Detroit, Institute of Arts), recupera in parte l’immagine della scimmia con significato negativo. La donna in balia dei più spaventosi sogni, essa stessa personificazione delle zone più “oscure” della mente umana, è sormontata da un nano, o meglio un mostriciattolo dai tratti scimmieschi che si rivolge verso noi, chiamandoci a sondare la nostra psiche, le nostre personali zone d’ombra.

Tratti “scimmieschi” sono poi rappresentati nell’infinita carrellata di ritratti, risalenti soprattutto al XVI e XVII secolo, di persone affette dalla malattia genetica denominata Hypertrichosis universalis congenita, che ne causa un eccessiva peluria. Basti qui citare il sorprendente Ritratto di Antonietta Gonzales (Blois, Musée du Château de Blois). Eseguito da Lavinia Fontana attorno al 1595 circa, esso ha per protagonista la figlia più piccola del celeberrimo “uomo peloso” Pedro Gonzales, e gioca sull’ambiguità tra le caratteristiche del volto peloso e le ricche vesti, simbolo di civiltà. Questa tipologia di dipinti era per lo più commissionata da figure di alto lignaggio che li utilizzava poi come doni – piuttosto tristi per la verità – data la poco lodevole e morbosa curiosità che suscitava.

Concludendo, non si può certo dire che questo simpatico animaletto se la sia passata bene in campo artistico, soprattutto se pensiamo che altri animali, tra cui il già affrontato leone, proprio in età medievale divennero col tempo, all’opposto sempre più apprezzati e ammirati.

 

Lavinia Fontana, Ritratto di Antonietta Gonzalez, 1595 circa. Blois, Musée du Château de Blois

Lavinia Fontana, Ritratto di Antonietta Gonzalez, 1595 circa. Blois, Musée du Château de Blois.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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S. RISALITI, Loggia del cortile dei leoni; andito alla cucina; andito al bagno; pianerottolo presso la loggia e scala che scende nel giardino; in G. REALE, Romanino e la “Sistina dei poveri” a Pisogne, Milano 2014, scheda n° 35, p. 412-417.

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