L’Hortus conclusus

Michelino da Besozzo o Stefano da Verona, Madonna del roseto (1420-1430 circa, Verona, Museo di Castelvecchio).

 

L’hortus conclusus o “giardino di Maria”, vede la sua massima diffusione nel Quattrocento, con la nascita di nuovi movimenti mariani tra i quali il rosariano, sorto dalla comunità domenicana di Colonia. Prima era stato Bernardo da Chiaravalle (1090-1153), parlando della necessità per ogni monastero di avere un recinto con piante da frutto ed erbe per curarsi, e un secondo giardino per le passeggiate e la meditazione, con fiori profumati e altre piante, a porre le basi teoriche per questa particolare iconografia. D’altro canto il mondo monastico guardava alla natura con occhio di riguardo, perché questa ricorda il Paradiso terrestre. Il recinto serviva quindi a separare in modo netto l’esterno, dominato dal caos, dall’interno, al contrario caratterizzato da armonia e serenità a imitazione dell’Eden, idea che sarà successivamente ripresa in pittura. Il giardino monastico era spesso diviso in quattro parti, chiaro rimando ai quattro evangelisti, alle quattro virtù cardinali e ai quattro fiumi del Paradiso (da pardesu, parola di origine accadica traducibile in “frutteto recintato”). Questa suddivisione andava così a creare una croce, al cui centro stava un albero, a ricordo di quello del bene e del male, o una fontana, simbolo della sorgente dei quattro fiumi del Paradiso oltre che di Gesù, vera fonte di vita e salvezza.

Dalle rappresentazioni di giardini monastici nascerà dunque quella quattrocentesca dell’hortus conclusus, ovviamente con qualche differenza. Il giardino di Maria presenta, infatti, simbologie riconducibili alla disputa sull’Immacolata concezione, accesasi soprattutto dal XIV secolo. Perciò la fonte, assieme ai gigli, diventa in primo luogo simbolo della purezza della Theotokos (Madre di Dio), e le rose, nel cui colore si uniscono il bianco e il rosso del sangue di Cristo, delle virtù di Maria e dell’Incarnazione. Nell’hortus conclusus possono comparire figure angeliche, la cui presenza pone la scena fuori dal tempo, a rilevare che Maria era nei piani di Dio da sempre. In altre occasioni invece lo troviamo associato alla cacciata dall’Eden o all’Annunciazione. Beato Angelico rappresentò spesso l’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria, all’interno di architetture ricche di simbologie cristologiche e mariane che si aprono su un giardino recintato.

L’hortus conclusus non è soltanto metafora del Paradiso, poiché spesso presenta anche elementi del tutto profani, legati alla cultura cortese del XIV-XV secolo. Si pensi alla Vergine e il Bambino con Santa Maria Maddalena e una donatrice del Maestro di santa Gudule (1475 circa, Liegi, Museo d’Arte Religiosa), al Giardino del Paradiso del cosiddetto Maestro dell’Alta Renania (1410, Francoforte, Städelsches Kunstinstitut), alla Madonna del Roseto di Stefan Lochner (1448, Colonia, Wallraf-Richartz-Museum). Nelle ultime due opere citate, ma anche nella celebre Madonna del roseto di Michelino da Besozzo (1420-1430 circa, Verona, Museo di Castelvecchio), notiamo un nuovo elemento: la ricerca di realismo nei dettagli botanici, secondo una sensibilità che solitamente, a torto, siamo abituati ad associare solo all’età moderna.

Interessante variante dell’hortus conclusus è la “caccia mistica”, spesso raffigurata all’interno di una vera e propria cinta muraria. In essa troviamo la Vergine che “addomestica” un unicorno, immagine che rimanda sì all’Incarnazione ma anche ai temi dell’amor cortese, la cui fonte principale e più conosciuta è il Roman de la Rose.

Vogliamo terminare con due capolavori che ci aiutano a comprendere meglio la molteplicità di soluzioni che permetteva l’iconografia del giardino mariano. Filippino Lippi, nella Madonna adorante il Bambino degli Uffizi (1478 circa), crea ad esempio un’ambientazione, dove una semplice balaustra allude velatamente all’hortus conclusus, senza ostacolare la visione dello splendido paesaggio sullo sfondo. In questo modo la natura tutta, sia all’interno sia all’esterno, sembra partecipare del clima di armonia generale e del profondo legame mistico tra la Vergine e il Bambino (si osservi il loro gioco di sguardi). Caso diverso è l’Annunciazione di Pintoricchio, parte del ciclo eseguito su commissione di Triolo Baglioni nella cappella Bella (1500-1501). L’annuncio a Maria è rappresentato in primo piano, mentre sul secondo troviamo il giardino mariano recintato, a dividere la sfera del sacro (in cui in realtà compare un autoritratto del pittore) da quella della quotidianità, fatta di locande e duelli, in un paesaggio che è quello ben riconoscibile di Spello.

 

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