Luca della Robbia e la terracotta invetriata

Andrea della Robbia, Ritratto di fanciullo, 1475-1480 circa. Firenze, Museo Nazionale del Bargello.

Andrea della Robbia, Ritratto di fanciullo, 1475-1480 circa. Firenze, Museo Nazionale del Bargello.

 

Spesso l’arte è progredita grazie al “ghiribizzo” di un solo artista, ostinatosi a trovare la via per produrre qualcosa di nuovo, inventare oggetti e tecniche che prima non esistevano. Esemplare in tal senso risulta la vicenda di Luca della Robbia (1399/1400-1482) capostipite di una bottega a Firenze di enorme successo. Una bottega che dopo di lui continuerà con il nipote Andrea (1435-1525), accolto dallo zio Luca dopo la prematura morte dei genitori, fino al Cinquecento grazie soprattutto al terzo genito di Andrea, Giovanni (1469-1530), che le darà un’impostazione quasi proto-industriale.

Come scrisse Giorgio Vasari «considerando che la terra si lavorava agevolmente con poca fatica, e che mancava solo trovare un modo mediante il quale l’opere che in quella si facevano si potessono lungo tempo conservare, andò tanto ghiribizzando che trovò modo da diffenderle dall’ingiurie del tempo; per che, dopo avere molte cose esperimentato, trovò che dar loro una coperta di invetriato addosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture, cotte al fuoco d’una fornace a posta, faceva benissimo questo effetto e faceva l’opere di terra quasi eterne.». Dopo il Vasari anche il Borghini (1584) e il Baldinucci (1681), assegneranno a Luca il primato in tale tecnica artistica.

Più che di una vera e propria invenzione si tratterebbe, in realtà, del recupero e perfezionamento di un procedimento inventato in Oriente, in seguito introdotto tra romani e bizantini, e trasmesso infine dagli arabi in Spagna (isola di Maiorca), nel XIV secolo. Onde per cui il merito enorme di Luca fu piuttosto quello di applicare tale tecnica alla plastica monumentale, consapevole di quanto gli agenti atmosferici fossero deleteri per le sue sculture di terracotta. Per di più in un secolo, il XV, in cui quest’arte ebbe una straordinaria rinascita, grazie allo stesso Luca (dal 1440 circa), ma anche a Donatello, Brunelleschi e Nanni di Banco. Altro merito che va riconosciuto a Luca della Robbia è di aver saputo variare riguardo a forme, colori e soggetti. In Europa non c’erano mai stati precedenti in alcun modo paragonabili a lui, seppure come detto, questa tecnica non fu inventata nella sua bottega e già Plinio il Vecchio (Naturalis Historia), con riferimento ad Apelle e alla pittura, scrivesse dell’importanza di proteggere le opere d’arte.

Luca e allo stesso modo i suoi successori, seppe poi alimentare un alone di mistero attorno al proprio lavoro, fatto non nuovo nell’ambito della storia dell’arte, che contribuì di certo a decretarne il successo. Fiamma Domestici (2009) ricorda come la “leggenda” voglia che la “magica ricetta”, fosse stata consegnata dai della Robbia a Benedetto Buglioni, il quale, una volta trascritta (fino ad allora in famiglia era stata trasmessa solo oralmente) la nascose in una testa di Madonna “in terra”. Il caso volle che la testa cadesse frantumandosi e facendo perdere le tracce della formula. Sempre Fiamma Domestici puntualizza bene come, invero, fosse tipico degli artisti rinascimentali tutelare i propri “segreti”. Il Pordenone per esempio andava in giro sempre armato di spada, per paura che qualcuno volesse spiarlo mentre era all’opera. Andrea del Castagno invece, fonte il Vasari, avrebbe persino tramato di uccidere Domenico Veneziano pur di riuscire a strappargli il segreto della pittura a olio.

Fonti e documenti dell’epoca dunque non ci aiutano più di molto nel voler carpire appieno il procedimento perfezionato da Luca, bisogna perciò studiare i rari trattati che ne parlano, il passo sopra citato dal Vasari, ma soprattutto si devono analizzare direttamente le opere. Scopriamo così che fondamentale per la buona riuscita delle terrecotte invetriate era la scelta dei minerali, la loro depurazione e la lavorazione affinché si ottenesse la consistenza migliore. Sebbene fossero utilizzati anche degli stampi per produrre “in serie” alcune parti, la rifinitura avveniva sempre a mano. Una volta eseguita la modellazione (durante la quale l’argilla doveva rimanere umida) con l’ausilio di una sorta di cavalletto, e raggiunta la “durezza cuoio”, si procedeva con lo svuotare la statua da sotto o da dietro, al fine di togliere il materiale in eccesso, facilitare la cottura ed evitare la formazione di crepe. Dopo la cottura a una temperatura tra i 750 e i 950° C, si procedeva all’assemblaggio delle parti, che nel caso di grandi gruppi prevedeva anche dei complessi ancoraggi con perni di legno.

La stessa cura era data alla produzione degli smalti, formati da: una miscela di piombo, silice, ossidi metallici per i colori, stagno e un elemento alcalino. Una volta applicato lo smalto con il pennello, si eseguiva una seconda cottura a temperature lievemente più basse, che lo fissava al supporto, dando vita al processo di vetrificazione che rendeva l’opera molto più resistente agli agenti esterni. Talvolta si aggiungevano in un secondo momento delle decorazioni a freddo, come quelle a foglia d’oro, ma ancor più interessante è il fatto che i della Robbia utilizzassero anche colori ad olio (applicati a freddo con una preparazione a bianco di piombo e olio), affidando questo tipo di operazione a botteghe di pittori. L’uso di colori a olio permetteva di arricchire le cromie delle opere invetriate – piuttosto limitate – e, per esempio, di dare il colore degli incarnati. In sostanza così si potevano produrre opere più naturalistiche e vivaci, bastava non applicare lo smalto nelle zone in cui si voleva dipingere a olio.

In conclusione si vuole ricordare come fu soprattutto Giovanni, influenzato dalla pittura, a introdurre sempre più colori, mentre le opere di Luca e Andrea sono riconoscibili attraverso un dettaglio molto semplice: il primo dipingeva gli occhi di blu, il secondo di giallo.

 

Luca della Robbia, Resurrezione,1442-1444. Firenze, Santa Maria del Fiore.

Luca della Robbia, Resurrezione,1442-1444. Firenze, Santa Maria del Fiore.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

F. DOMESTICI, Della Robbia; collana I grandi maestri dell’arte, Milano 2009.

G. GENTILINI, «Un’arte nuova, utile e bellissima»; in B. PAOLOZZI STROZZI & M. BORMAND (a cura di), La Primavera del Rinascimento. La scultura e le arti a Firenze 1400-1460, catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Strozzi, 23 marzo-18 agosto 2013), Firenze 2013, pp. 188-195.

G. GENTILINI – F. PETRUCCI – F. DOMESTICI, Della Robbia; Art & Dossier n° 134, Firenze 1998.

B. PAOLOZZI STROZZI, Museo Nazionale del Bargello. Guida ufficiale; Firenze-Milano 2014.

M. G. VACCARI, Quando la terra diventa vetro. La tecnica della terracotta invetriata; in G. GENTILINI – F. PETRUCCI – F. DOMESTICI, Della Robbia, Art & Dossier n° 134, Firenze 1998, p. 19.

G. VASARI, Vita di Luca della Robbia scultore; in Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, ed. integrale, Roma 2007, pp. 288-293.