HENRI ROUSSEAU

Félicien Fagus, Les Indépendants (in “La Reveu Blanche”, 13 aprile 1902):
«Eh sì, questi istintivi, questi personaggi maldestri e ridicoli, possiedono quello che manca ai loro ammirevoli colleghi: la fede e il candore».

 

Henri Rousseau, Io. Ritratto-paesaggio, 1889-1890. Praga, Narodnì galerie.

 

Robert Delaunay, Henri Rousseau il Douanier (in “L’Amour de l’art”, novembre 1920):
«Rousseau è vecchio nell’espressione, ma è anche molto moderno. Va studiato rapportandolo agli altri pittori della nostra epoca: i distruttori e i ricostruttori. Egli ha spaziato, si è presentato in modo così spontaneamente integro che è apparso come un fenomeno, ovvero come un caso isolato, laddove invece rappresentava una sintesi autenticamente popolare».

 

In copertina:
Henri Rousseau, La passeggiata al Luxembourg. Monumento a Chopin, 1909. San Pietroburgo, Hermitage.

RISCOPERTA LA TOMBA DEL RE DEI GLADIATORI

Ritrovata la tomba dellʼuomo considerato lʼorganizzatore degli spettacoli dei gladiatori

 

In copertina una veduta del Quadriportico dei Teatri a Pompei, risalente al I sec. a. C.

<<Il Quadriportico dei Teatri è una costruzione dell’epoca romana riscoperta dopo gli scavi della città di Pompei. Questo monumento risale al I secolo a. C. e in origine venne utilizzato come zona antistante alle sale dei Teatri Grande e Piccolo. A seguito del terremoto del 62, venne ristrutturato e ampliato, trasformandosi in caserma dei gladiatori.>> (Da Geoplan.it)

 

DAL RINASCIMENTO A OGGI. Riassunto per immagini di una giornata a Firenze

 

A breve le nostre recensioni delle splendide mostre in corso a Palazzo Strozzi (Il Cinquecento a Firenze. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna) e a Palazzo Medici Riccardi con l’amico Mauro Capitani (Viaggi di Vita e di Pittura), ma anche una doverosa riflessione sull’installazione posta in Piazza della Signoria che tanto sta facendo discutere in queste settimane.

LEONARDO DA VINCI, Trattato della pittura (Parte Prima, 25 e 26)

Durante il Rinascimento il tema del confronto tra le Arti, in primo luogo pittura e scultura, ma anche musica, letteratura e poesia diede vita a “vivaci” confronti, scambi, dispute tra artisti, letterati, uomini di cultura e figure poliedriche come Giorgio Vasari, cui si deve la nascita della letteratura artistica. Il temperamento polemico e poco conciliante (si pensi al carattere di alcuni eccelsi toscani) di costoro li fece ferventi difensori di un’arte contro l’altra pur ritenuta sorella, capofila di partiti pronti a scontrarsi sul campo di battaglia della retorica. Leonardo da Vinci rientra a pieno titolo tra i protagonisti di queste accese schermaglie dialettiche, vista la sua enorme influenza e il ruolo svolto dal Trattato di Pittura, dove per esempio sostiene con forza la superiorità della pittura, oltre che sulla scultura, pure sulla musica. In particolar modo nei due paragrafi da noi scelti, il 25 e il 26, si trovano le principali argomentazioni di Leonardo a riguardo. Nei due brani egli ci chiarisce il suo punto di vista, figlio di un approccio “scientifico” verso ogni aspetto della realtà che lo circondava e del conseguente desiderio di conoscere i segreti delle leggi naturali, al fine di perfezionare la propria arte. Inoltre, durante la lettura dei paragrafi citati, di cui volutamente non anticipiamo nulla, per invitare i lettori all’approfondimento personale, può sorgere spontanea la domanda: dietro l’assenza di strumenti musicali nei capolavori pittorici di Leonardo risiede, almeno in parte, proprio la sua posizione rispetto la musica?

A ben vedere però, ed è un dato veramente curioso per non dire un paradosso, in uno scambio epistolare tra Pietro da Novellara e Isabela d’Este nel 1501 si scopre Leonardo da Vinci che «Dà opra forte ad la geometria, impacientissimo al pennello» e ancora che «Insumma li suoi esperimenti matematici l’hanno tanto distratto dal dipingere che non può patire il pennello». Viene proprio da immaginarsi il maestro “presissimo” da suoi continui studi tecnici, interessato maggiormente all’ingegneria, specie militare, poiché era quello l’ambito sul quale, di fatto, era maggiormente interpellato. La Serenissima, gli Sforza o Cesare Borgia erano tutti ugualmente pronti a ingraziarsi i suoi servigi per inventare nuove potenti armi o, al contrario, erigere fortezze autosufficienti e inespugnabili ai moderni cannoni. Questa era una necessità stringente, giacché l’acquisizione di vantaggi nei campi di battaglia, quelli veri, era l’unica via  rimasta agli “staterelli”  italiani durante le Guerre d’Italia (1494 – 1559), ossia nel periodo che fece seguito al crollo della “Lega italica” (inaugurata il 2 marzo 1455) e alla morte di Lorenzo il Magnifico (1492), quando la posta in gioco non era la vittoria dialettica, bensì la loro sopravvivenza! In altre parole Leonardo da Vinci per primo trascurava spesso la pittura, fino a diventare impaziente e detestare il pennello. Nonostante ciò, e qui risiede uno dei tanti motivi della sua grandezza, fu capace di soddisfare Isabella d’Este ritraendola nel magnifico cartone del Louvre eseguito nel 1500, nonché di creare, nello stesso periodo, i primi splendidi disegni per la Sant’Anna o la Madonna dei fusi poi tradotta in pittura dalla bottega. Insomma, il geniale Leonardo era altalenante e, qualche volta, un maestro “non proprio d’esempio” verso i suoi allievi cui predicava il primato della pittura. I suoi seguaci d’altro canto, noti con il nome di “leonardeschi”, senza dubbio ammirati dalle novità tecniche introdotte da Leonardo, dai suoi studi sul corpo umano e sulla natura, non mancheranno di dar voce a una bonaria e silenziosa “rivolta” come ci piace definirla. Le loro opere così, finiscono per presentarsi non di rado impreziosite da flauti, viole, liuti e tamburelli, come a rispondere al maestro con rispetto e al medesimo modo l’autonomia propria dei giovani. Gli Angeli musicanti di Francesco Napoletano e Ambrogio de’ Predis, o la Madonna in trono col Bambino e angeli musicanti di Bernardino de’ Conti sono solo alcuni esempi di come, specie in ambito sacro, pittura e musica sono sorelle, che quando sono accompagnate si può godere appieno della loro bellezza e, perché no, che pure Leonardo da Vinci poteva sbagliarsi!

Settimana scorsa abbiamo scoperto con Elisa Panfido, un’artista contemporanea di Asolo quanto proprio il binomio pittura-musica possa rivelarsi stimolante per la creatività di un artista. Chi non avesse ancora letto la nostra recensione della mostra Sottovoce può farlo al seguente link:

https://www.ilcaffeartisticodilo.it/la-bellezza-della-fragilia-elisa-panfido-in-mostra-a-castelfranco-veneto-con-sottovoce/

 

Bernardino de’ Conti, Madonna in trono col Bambino e angeli musicanti, inizi del 1500, 195 x 168 cm. Collezione privata.

 

  1. Come la musica si dee chiamare sorella e minore della pittura

«La musica non è da essere chiamata altro che sorella della pittura, conciossiaché essa è subietto dell’udito, secondo senso dell’occhio, e compone armonia con la congiunzione delle sue parti proporzionali operate nel medesimo tempo, costrette a nascere e morire in uno o più tempi armonici, i quali tempi circondano la proporzionalità de’ membri di che tale armonia si compone, non altrimenti che faccia la linea circonferenziale per le membra di che si genera la bellezza umana. Ma la pittura eccelle e signoreggia la musica perché essa non muore immediatamente dopo la sua creazione, come fa la sventurata musica, anzi resta in essere, e ti si dimostra in vita quel che in fatto è una sola superficie. O meravigliosa scienza, tu riservi in vita le caduche bellezze de’ mortali, le quali hanno permanenza che le opere di natura, le quali al continuo sono variate dal tempo, che le conduce alla debita vecchiezza; e tale scienza ha tale proporzione con la divina natura, quale l’hanno le sue opere con le opere di essa natura, e per questo è adorata.»

 

  1. Parla il musico col pittore

«Dice il musico, che la sua scienza è da essere equiparata a quella del pittore, perché essa compone un corpo di molte membra, del quale lo speculatore contempla tutta la grazia in tanti tempi armonici quanti sono i tempi ne’ quali essa nasce e muore, e con quei tempi trastulla con grazia l’anima che risiede nel corpo del suo contemplante. Ma il pittore risponde e dice che il corpo composto delle umane membra non dà di sé piacere a’ tempi armonici, ne’ quali essa bellezza abbia a variarsi dando figurazione ad un altro, ne’ che in essi tempi abbia a nascere e morire ma lo fa permanente per moltissimi anni, ed è in tanta eccellenza ch’ella riserva in vita quell’armonia delle proporzionate membra, le quali natura con tutte le sue forze conservar non potrebbe. Quante pitture hanno conservato il simulacro di una divina bellezza di cui il tempo o morte in breve ha distrutto il naturale esempio, ed è restata più degna l’opera del pittore che della natura sua maestra!»

 

In copertina:
Leonardo da Vinci o Giacomo Salaì da un abbozzo di Leonardo, Madonna dei Fusi, 1500 circa. Collezione privata.

LA BELLEZZA DELLA FRAGILITÀ. Elisa Panfido in mostra a Castelfranco Veneto con “Sottovoce”

 

Fino la domenica prossima, 15 ottobre, sarà visitabile la bella mostra monografica di Elisa Panfido a Castelfranco Veneto (Galleria del Teatro Accademico, ingresso libero) dal significativo titolo Sottovoce. Noi siamo andati a vederla già settimana scorsa e nell’occasione abbiamo avuto il piacere di parlare a lungo con la “Pintora”, protagonista di una precedente mostra proprio nella sede di INIZIO – Spazio culturale a Bassano (Palazzo Finco, settembre 2017), con cui collaboriamo. Dall’incontro è nato il seguente contributo, che vuole essere un omaggio a Elisa e un invito a non perdere gli ultimi giorni dell’esposizione a Castelfranco Veneto. Essa presenta un maggior numero di opere rispetto alla citata mostra bassanese, comunque dedicate sempre ai medesimi amati soggetti, salvo qualche nuova interessante novità: i meravigliosi e coinvolgenti fiori, le poetiche marine e le silenti figure umane, cui si aggiungono ora dipinti di sapore più “astratto” (non chiamiamolo concettuale!), dove cresce la ricerca introspettiva e il carattere autobiografico.

Iniziamo dicendo che Elisa ci ha subito accolto con la sua proverbiale affabilità e il suo travolgente entusiasmo e calore, e dobbiamo ammettere che ci ha sorpreso e spiazzato sin dai primi scambi, svelandoci un piacevole dettaglio. Il titolo della mostra, Sottovoce appunto, ci racconta esserle stato proposto dalla sua collaboratrice Alice, dopo aver letto la breve recensione da noi scritta proprio in occasione di Personalmente presso INIZIO. Scopriamo così di aver lasciato un bel segno, di cui siamo onorati e grati, perché nel piccolo ci fa sentire parte di questa sua ultima avventura e ci fa capire di aver svolto un buon lavoro, ma, soprattutto, di aver colto qualcosa nell’arte di Elisa e di essere entrati in un certo senso in “sintonia”. La prima parte è tutta dedicata all’acqua, a immagini di velieri solitari che, pur tra nebbie e tempeste solcano maestosi e ieratici l’immensa distesa azzurra. Tali soggetti sono figli naturali dell’identità istriano-veneziano di Elisa, di un’anima forgiata a stretto – e costante – contatto con l’acqua sia per il lavoro che svolgeva il padre (dirigente di società di rimorchiatori a Venezia) sia per tramite del nonno materno, un simpatico comandante sempre in viaggio. Un elemento, l’acqua appunto, cui la nostra pittrice non riesce a fare a meno, e che ricompare continuamente nella sua mente, anche a distanza di anni e dopo il trasferimento tra le dolci colline asolane. A riguardo Elisa non nasconde di sentire nostalgia per la laguna veneziana, per i suoi colori e la vivace vita del porto, tutti aspetti cui le meravigliose colline tra le quali oggi vive non riescono a sopperire. Da ciò s’intuisce quanto le marine, e al medesimo modo gli altri temi, siano per Elisa un mezzo per comunicare sicuramente qualcosa di più della semplice – e comunque apprezzabile – bellezza estetica.

 

A questo punto vanno specificati i due “pilastri” dell’arte di Elisa, senza conoscere i quali si perde gran parte del messaggio sotteso alle sue opere, perché come detto la nostra pittrice non vuole fermarsi al puro dato visivo. Questi sono il procedimento creativo e la tecnica. Il primo è per certi versi curioso, indubbiamente affascinante e fuori dagli schemi. Esso muove i suoi primi passi nelle ore “del silenzio”, quando ogni pensiero scorre sottovoce prima del sopraggiungere del sonno. È in quelle ore tarde verso la mezzanotte, che Elisa trova la giusta pace e serenità per immergersi completamente nell’arte e confrontarsi con la nuda tela. Si tratta di un rapporto non filtrato dalle osservazioni del mondo reale, da influenze artistiche o dallo studio sui libri (i suoi figli le hanno sempre sconsigliato di “insegnare a dipingere”). Gli stessi Fiori, come ci spiega la nostra pittrice, nascono esclusivamente dalla sua mente e, per essere più chiari, dal flusso dei ricordi. In quei momenti il tempo si ferma per lei, lasciando il posto alla dimensione “altra” della memoria e dell’anima. Ad aiutarla in tale processo accorre la musica, in una contraddizione solo apparente con il silenzio di cui accennato, poiché la musica è da sempre un’arte che aiuta a “silenziare” i rumori esterni e perturbatori portati dalla vita di ogni giorno, e far scaturire così le energie creative interiori. E non è tutto, giacché Elisa mentre ascolta le proprie melodie preferite balla instancabilmente, esprimendo anche in questo modo e finalmente in piena libertà il proprio essere, con tutto il suo bagaglio emotivo. Se il processo è andato a buon fine, la mattina dopo, al risveglio, la tela sarà approvata e portata avanti fino al completamento, il quale non prevede cornici (salvo alcuni casi specifici, dove, comunque, la cornice è davvero minima). In caso negativo, quando Elisa non è soddisfatta da quanto uscito durante la “trance”, la tela sarà scartata. Se lei per prima non è convinta e colpita al cuore, vuol dire che l’opera non sarà in grado di instaurare un legame empatico con le persone, fallendo così quella che è per Elisa la prima missione dell’arte stessa. Ad ogni modo ci colpisce questo saldo legame tra arti sorelle, musica e pittura, che dimostra quanto la lunga diatriba su quale delle due fosse superiore (si pensi a Leonardo da Vinci, di cui a breve ci occuperemo) non abbia in fondo mai avuto grande senso, spazzata via da armonie dove note e colori si fondono, di fatto, in una sola cosa.

Alla luce degli elementi sin qui affrontati, facendo un successivo passo possiamo adesso apprezzare fino in fondo anche la “fisicità” presente nei dipinti di Elisa, fatta di addensamenti di colore, punti in cui la tela riaffiora, “tagli” e solchi lasciati visibili tra le tavole. Il procedimento creativo della Pintora come visto è certo interiore, ma allo stesso tempo molto corporeo, fatto di movimenti danzanti che influenzano il risultato sulla tela e, come vedremo, conseguentemente la tecnica pittorica. Questa fisicità ci ha colpito soprattutto in un caso, dove sono raffigurati delle navi in lontananza le cui vele paiono proprio dei “tagli”, che sembrano metafore di ferite interiori fuoriuscite per via riflessa. In altre parole la tela è come se fosse uno specchio, grazie al quale Elisa può conoscere meglio sé stessa e far conoscere la proprio sensibilità, il bisogno di rapporti umani autentici, di persone cui descrivere ciò che prova e con cui condividere il misterioso viaggio della vita.

 

Passando alla tecnica, questa consiste nell’uso essenzialmente della spatola e delle mani, da cui la consistenza pastosa, disomogenea e mutevole che invita l’occhio a non fermarsi mai su un solo dettaglio ma a seguire tutta la “melodia pittorica”. Ecco allora che, come poc’anzi accennato, a tratti si può veder comparire l’affascinante trama della tela, o il colore di base che Elisa usa ovunque: ovviamente questo non può che essere l’amato azzurro del mare. Questa libertà di tratto come naturale esito prevede un raro e parsimonioso uso del pennello, percepito come strumento troppo preciso e non adatto a dar voce alla fantasia né all’atavica spontaneità di cui è capace Elisa con la propria arte.

Svelati i caratteri distintivi del procedimento creativo e della tecnica, vorremmo ora dedicare qualche parola in più ad altri soggetti e in particolare a Mimì e ai Fichi d’India (la cui scoperta le ha fatto amare le piante grasse), giacché riassumo perfettamente la poetica artistica di Elisa Panfido. Mimì nasce a seguito di una «giornata molto triste» e la protagonista, una figura femminile come dice il nome stesso, è una sorta di “alter-ego” della pittrice. Proprio questa è l’opera dove fuoriesce maggiormente l’immagine della gabbia chiusa, accentuata dai punti di giunzione delle tavole – di recupero – utilizzate e che danno l’effetto di una grata invalicabile. Per Elisa Mimì è un’opera talmente importante da essere stata datata (Pasqua 2010), dettaglio non presente negli altri dipinti, e di certo possiamo dire che per lei è una compagna di vita, una figura consolatoria nei momenti dolorosi. Perché la vita è soprattutto bellezza come ci dice Elisa, ma in alcuni frangenti diventa una spaventosa prigione, dove soltanto la mente può viaggiare libera, sognare ed esprimere le proprie aspirazioni più alte. Il seme di questa sensazione di sentirsi talvolta in trappola scaturisce, in particolare, da quel peccato mortale che è l’indifferenza, radice di molti mali del mondo d’oggi e di molte ferite inferte al prossimo, spesso in modo freddamente inconsapevole. Se Mimì è un punto fermo e imprescindibile, anche altre opere indagano il “casino della vita”, ed ecco allora comparire per esempio un sasso, fisicamente attaccato alla tela, metafora di una testardaggine, forse, nel voler essere sempre positiva e nel fidarsi incondizionatamente delle persone. Atteggiamento naturale per Elisa e che riprenderemo in chiusura, alla base di molte belle amicizie, ma anche di spiacevoli e complicate situazioni personali. La fregatura, infatti, con le persone può celarsi dietro l’angolo e destabilizzare l’animo di Elisa, che al contrario del sasso è molto fragile. Passando ai Fiori e in particolare ai Fichi d’India, questi sono per lei metafora ideale delle persone. Come noi, difatti, hanno una moltitudine di colori, assumono posizioni differenti in grado di comunicare uno stato d’animo che può essere gioioso, solare o, viceversa, malinconico e angosciato per fare solo alcuni esempi. Come le persone, inoltre, i fiori (rossi, gialli, arancioni, rosa e azzurri in un tripudio di tonalità) possono indicare distacco e apatia o riavvicinamento ed empatia e, dunque, le due tele dedicate ai Fichi d’India non vogliono essere tanto una rappresentazione realistica degli assolati paesaggi siciliani. Nelle due tele non a caso ci ha subito colpito il dominio dei colori freddi, così lontani dalla nostra esperienza personale di quella meravigliosa e unica isola. Questo è dovuto al fatto che, coerentemente con quanto detto riguardo al procedimento creativo e alla tecnica (la base di azzurro), dal viaggio in Sicilia sono rimasti impressi ad Elisa il mare e, poi, quei curiosi frutti le cui spine non simboleggiano l’isolamento, ma, piuttosto, l’affollamento di persone, ognuna con la propria storia e direzione.

A termine della nostra chiaccherata Elisa ci svela un’importante lezione donatale dai genitori, che ci piace molto e per certi versi lascia aperto uno dei cammini da lei oggi affrontati in pittura, quello Verso la fede non ancora raggiunta. Il valore in questione, collegato alla fiducia verso il prossimo, è il far sentire gli altri sempre a proprio agio, accolti, tra pari. Ed è quello che per noi è il maggior pregio della pittura di Elisa, la quale ci accoglie tutti sottovoce tra le sue melodie di colori, chiedendo in cambio solo un sorriso, uno scambio di pensieri, emozioni e sguardi.

 

“MI SVEGLIAI DI SOPRASSALTO,
ACCESI LA LUCE,
MI GUARDAI ATTORNO
ED EBBI L’IMPRESSIONE DI NON 
RICONOSCERE LA MIA STANZA,
I MIEI OGGETTI,
I MIEI RICORDI.

SPALANCAI LA FINESTRA,
IL CHIARORE DELLA LUNA MI PERMETTEVA DI INTRAVVEDERE LA SAGOMA DELLE MONTAGNE.
AVVERTII IL DISAGIO,
LA SOFFERENZA DI CHI RICERCA SE STESSO.

MI MANCAVA IL MARE,
IL SUO PROFUMO,
IL RUMORE DELLA SUA RISACCA,
L’AMORE DI QUELL’UOMO.

TROVAI UNA VECCHIA TELA E LA RIEMPII COL MIO COLORE DEL SUO CALORE.

LENTAMENTE GIUNSE IL MATTINO, LE ONDE MI STAVANO CULLANDO.”

ELISA PANFIDO. 2012

 

L’arte “sottovoce” di Elisa Panfido
Quello che colpisce subito dell’opera di Elisa è la discrezione, la delicatezza che non s’impone, ma accoglie e chiede di essere accolta dall’osservatore, dimostrando il bisogno di comunicare dell’artista, di creare lentamente un legame emozionale profondo e poco avvezzo alle parole, che rischiano di essere di troppo. Le tre sale a Palazzo Finco, viste nell’insieme, sembrano un leggero e unico sussurro di colori che alla fine lascia un senso di autentico piacere, la consapevolezza che questa è Arte, perché non ha bisogno di troppe spiegazioni…
Ció la rende unica in un panorama generale votato all’usa e getta, alla rapidità e voracità consumistica, alla troppa filosofia spiccia e alle urla provocatorie di adulti rimasti adolescenti.
Lorenzo Berto – INIZIO – Spazio culturale.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.comune.castelfranco-veneto.tv.it/index.php?area=15&menu=224&page=2400&lingua=4
http://www.casadellapintora.it/

CLAUDIA SALARIS, Marinetti e la “risata”

Umberto Boccioni, La risata, 1911. New York, Museum of Modern Art.

 

Da: Futurismo. L’avanguardia delle avanguardie; Firenze-Milano 2009, p. 24.

«Da abile e sperimentato “anchorman”, Marinetti sa tenere la scena: interagendo col pubblico, riesce a convertire quasi sempre in successo le serate più turbolente grazie a un’assoluta padronanza di sé e alla conoscenza dei tempi giusti della comicità. A volte declama con enfasi versi che la sala s’affretta a fischiare, ritenendoli di scuola futurista; allora svela che si tratta di una poesia di D’Annunzio. E per dare un’ulteriore lezione ai disturbatori, recita La Vispa Teresa, scatenando l’ilarità generale. Ed è rimasta celebre la gag improvvisata al teatro Mercadante di Napoli, quando, sotto le parabole degli ortaggi, afferrata al volo un’arancia, il poeta la sbuccia lentamente e la mangia con la massima calma alla faccia del pubblico inferocito. La risata, il motto di spirito, l’umorismo, su cui all’inizio del secolo riflettono Bergson, Freud, Pirandello, costituiscono l’ingrediente indispensabile nelle manifestazioni futuriste: ridere provoca uno scatenamento di energie psicofisiche che contribuisce a ribaltare atteggiamenti e costumi imposti dalle consuetudini.»

COSROE DUSI. Da Venezia alla Russia

Cosroe Dusi, Socrate rimprovera Alcibiade, 1838, olio su tela, 85 x 111 cm. Trieste, Museo Civico Revoltella,

 

Cosroe Bernardo Lorenzo Dusi (1808-1859) è stato un abile copista, infaticabile disegnatore, dotato pittore di storia e in seguito romantico, senza tralasciare l’influenza dei Nazareni). Egli si cimentò, pur cattolico, persino con le icone e nei più disparati ambiti, ottenendo successo nei ritratti e nelle collaborazioni con i due maggiori teatri russi. Nato a Venezia da una famiglia di antiche origini bergamasche, si formò inizialmente all’Accademia (allievo di Teodoro Matteini) secondo un’impostazione ancora neoclassicista e viaggiò moltissimo in tutta Europa, per esempio in Germania e Polonia. La maggior parte del tempo all’estero, quasi vent’anni, lo trascorse però in Russia, tra San Pietroburgo e Mosca, divenendo un apprezzato artista presso la corte zarina. Il breve bravo proposto di recente e tratto dai suoi Diari, parla proprio del suo primo viaggio verso la “Venezia del nord”, dove in seguito sarebbe divenuto membro dell’Accademia di Belle Arti, ottenendo molti riconoscimenti (tra cui una medaglia d’argento il 7 gennaio 1841 come pittore di storia) e un generale apprezzamento per la sua produzione artistica.

Il bellissimo San Sebastiano nella chiesa di Santa Maria Assunta a Zero Branco, nel trevigiano,  risale ai mesi precedenti le tappe fatte da Cosroe Dusi a Capodistria, Venezia e Monaco, ossia prima di partire alla volta di San Pietroburgo. Abbiamo scelto quest’opera nella ricorrenza della morte dell’artista, poiché dimostra senza dubbio le qualità di questo pittore itinerante, spentosi a causa dell’epatite il 7 ottobre del 1859 nella vicina Marostica, come si evince da un atto della parrocchia di Santa Maria.

L’opera si caratterizza per il roseo incarnato del giovane e scultoreo martire, che si staglia sul fondo ombroso dominato da una vegetazione selvaggia e impenetrabile, attraverso la quale a fatica si scorge il cielo. Il santo è legato con le mani dietro la schiena a un albero dagli spessi tronchi, la cui sommità scompare dentro una nuvola da cui si disvela la presenza divina. In un’ambientazione che è tutta solitudine e oscurità, il corpo del santo viene così illuminato dalla piccola eppur abbagliante luce di Dio. Questa è metafora della fede che salva, dimostrazione che solo Dio è fonte di consolazione e forza per affrontare l’ultima ed estrema prova, prima di raggiungere la pace e la gloria eterna.

 

Cosroe Dusi, San Sebastiano, 1839, olio su tela, 225,5 x 119 cm. Zero Branco, Santa Maria Assunta.

 

In copertina:
Cosroe Dusi, Francesca da Rimini, 1831, olio su tela, 89 x 114 cm. Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
N. STRINGA (a cura di), Cosroe Dusi 1808-1859. Diario artistico di un veneziano alla corte degli Zar; catalogo della mostra (7 luglio – 14 ottobre 2012, Marostica, Castello Inferiore ), Milano 2012.