LA GRANDE MADRE

Roman Ondák Teaching to Walk [Insegnare a camminare], 2002/2015 Una madre e invitata a recarsi nello spazio espositivo assieme al figlio di un anno per insegnargli a camminare Performance, Palazzo Reale, Milano Courtesy Roman Ondák. Foto Martin Polák
Roman Ondák, Insegnare a camminare (performance, 2002/2015).

 

Da nume del focolare domestico a femme fatale, la donna nell’arte contemporanea e del Novecento.

Tra le numerose iniziative culturali legate a Expo 2015, c’è la mostra in corso a Milano La Grande Madre (Palazzo Reale, fino al 15 novembre), ideata dalla Fondazione Nicola Trussardi, da sempre attenta all’arte contemporanea, con la curatela di Massimiliano Gioni. Innanzitutto diamo due numeri: gli artisti, soprattutto donne, sono centoventisette per uno spazio espositivo davvero enorme, circa duemila metri quadrati. Massimiliano Gioni, già curatore della Biennale di Venezia 2013 (Il Palazzo Enciclopedico), sembra prediligere mostre “corpose”. Il titolo della rassegna milanese è d’altro canto un po’ ingannevole, dato che i temi trattati sono in realtà molti (talvolta in contrasto tra loro) come spiegato dallo stesso Gioni, il quale in primo luogo ha cercato di ricollegarsi al tema di Expo 2015: la nutrizione. Nessuna immagine ha il potere di richiamare alla nostra mente questo tema come quella di una madre che allatta al seno il proprio figlio. Ecco quindi che troviamo opere di scarno ed essenziale realismo come la foto di Catherine Opie (Autoritratto allattando, 2004) o, al contrario, opere che rimandano alle tradizionali iconografie cristiane. Quest’ultimo è il caso ad esempio di Gertrude Käsebier (La mangiatoia, 1899) e di Cindy Sherman (Senza titolo, 1990) la quale, con un po’ d’ironia e provocazione, si traveste come una Madonna del Pontormo e allatta un figlio di cui non vediamo il volto (andando decisamente contro la tradizione) e si domanda: «un figlio voluto?» Altre opere come Pregnant Image, con quella pancia terribilmente pallida e il volto blu, di Marlene Dumas (1988-1990), e ancor più l’animazione in plastilina It’s the mother di Natalie Djurberg (2008), risultano decisamente poco rassicuranti.

Interessante l’approccio di Gillian Wearing (Autoritratto come mia madre Jean Gregory, 2003) e di Anna Maria Maiolino (Per un filo, dalla serie Foto-poesia-azione, 1976). La prima indaga il desiderio di emulare la propria madre, vista anche come modello di bellezza (altre artiste invece leggono il rapporto con la madre in chiave conflittuale), mentre la seconda, esegue una foto in cui è rivendicato il ruolo delle donne al di la degli stereotipi, contro i quali si scaglia invece con feroce ironia Ketty la Rocca. Figlia, madre e nonna secondo la Maiolino sono legate tra loro da un filo, che passa dalla bocca e sembra voler ricordare l’importanza di una trasmissione orale delle esperienze alle generazioni più giovani. Tra le numerose sezioni, in quelle dedicate alle avanguardie storiche come il Dadaismo, il Surrealismo e il Futurismo – con opere di Duchamp, Picabia, Arp, Ernst, Dalì, Frida Kahlo, Boccioni, Mina Loy e Giannina Censi – sono indagati il ruolo femminile al loro interno e gli stereotipi tipici del primo ‘900 come quello della femme fatale e della donna meccanica.

In conclusione riteniamo che l’obiettivo non sia stato ben centrato, essendoci davvero troppo, con il rischio di disorientare il visitatore. L’evoluzione del ruolo della donna, la rivoluzione sessuale, la partecipazione femminile alle avanguardie storiche, lette alla luce degli scritti di Freud e Carl Gustav Jung, spesso ha poco o nulla a che fare con la maternità, la quale è legata, con qualunque cultura o credo si osservi, essenzialmente al miracolo della vita e alle sfide che questa ci pone dinanzi. Come espresso nella bellissima foto di Lennart Nilsson (È nato un bambino, serie di venti foto, 1965), nella performance di Roman Ondák Insegnare a camminare (2002/2015) e in Mother di Maurizio Cattelan (1999), moderna preghiera laica. Non c’è bambino che non cerchi la mano della propria madre per muovere i primi passi, il suo seno per saziare la propria fame o uomo che nel momento della difficoltà e della disperazione non abbia pregato affinché accorresse in aiuto. Bisogni primari e istintivi, lontani da sovrastrutture e riflessioni filosofiche, che ci ricordano che la mamma è sempre la mamma.

LA “TESTA FEMMINILE” DI LEONARDO AGLI UFFIZI DI FIRENZE

Immagine

Leonardo da Vinci, Testa femminile con lo sguardo rivolto verso il basso (1468-1475, 280 x 200 mm, Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi).

 

Di norma è prassi non fare “classifiche delle opere più belle”, essendo il gusto artistico estremamente soggettivo e quindi fuorviante. Eppure talvolta la tentazione è tale, frutto di emozioni istintive e così potenti da non poter essere frenate, che si finisce con il fare uno strappo alla regola.

Nel campo del disegno e in particolare di quello italiano del Quattrocento, è il caso della splendida Testa femminile con lo sguardo rivolto verso il basso eseguita tra il 1468 e il 1475 (Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi) da Leonardo da Vinci (1452-1519), con la quale vogliamo iniziare questa nuova rubrica. Assieme a Busto di guerriero di profilo (1475-1480, Londra, British Museum), sempre di Leonardo, rappresenta a nostro avviso in assoluto uno dei più affascinanti disegni di tutti i tempi. Eseguito a pietra nera o punta di piombo, pennello e inchiostro diluito, con lumeggiature a carbonato di piombo, questo piccolo capolavoro desta un profondo senso di meraviglia per la sua altissima qualità tecnica, ancor più alla luce del fatto che sembrerebbe trattarsi di un’opera giovanile di Leonardo. Il condizionale è d’obbligo, poiché l’attribuzione di Testa femminile a Leonardo avviene per esclusione (sono stati fatti in passato i nomi di Lorenzo di Credi, Perugino e Francesco di Simone), non essendoci prove documentarie. Detto questo gli elementi a favore, numerosi e solidi, portano a inserire questo disegno tra le opere eseguite da Leonardo quando era ancora allievo del Verrocchio. Proprio a quest’ultimo rimandano ad esempio il particolare dei capelli, più corti sul lato sinistro, la forma degli occhi e altri elementi compositivi che ricordano le opere devozionali del Verrocchio come la Madonna col Bambino di Berlino (1470 circa), e gli studi per Testa femminile del British Muesum di Londra (1475 circa). Inoltre la delicatezza dei tratti del volto nel nostro disegno, si ritrovano in due celebri dipinti dell’ottavo decennio del Quattrocento oggi custoditi agli Uffizi di Firenze. Ci riferiamo al Battesimo di Cristo (1475-1480) del Verrocchio, in cui gli angeli sono, però, opera di Leonardo e all’Annunciazione del 1478 circa, interamente ascrivibile al genio di Vinci. La Testa femminile degli Uffizi ci immerge in un clima di serena e profonda meditazione, come nelle opere sopra citate del Verrocchio. A differenza di queste però non presenta alcuna pretesa di tridimensionalità, a favore di dettagli superficiali, quali l’acconciatura, la postura e il modo di utilizzare l’inchiostro diluito, che trasmettono nell’insieme un sentimento oltre che di contemplazione quasi onirico.

Sarà nel più tardo Busto di Guerriero di profilo, che Leonardo si concentrerà sull’effetto scultoreo e illusionistico
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

H. CHAPMAN, Disegno italiano del Quattrocento; Firenze-Milano 2011.

H. CHAPMAN, Testa femminile con lo sguardo rivolto verso il basso; scheda dell’opera n° 48, in H. CHAPMAN – M. FAIETTI (a cura di), Figure, memorie, spazio. Disegni da Fra’ Angelico a Leonardo; Firenze-Milano 2011, pp. 200-201.

H. CHAPMAN – M. FAIETTI (a cura di), Figure, memorie, spazio. Disegni da Fra’ Angelico a Leonardo; Firenze-Milano 2011.

F. DEBOLINI, Leonardo; Art Book n° 7, Milano 2005.

C. PEDRETTI, Leonardo. Il ritratto; Firenze 1998.

C. PEDRETTI, Leonardo. La pittura; Firenze-Milano 2005.

C. PEDRETTI, La mano del maestro; in Art & Dossier n°303, Firenze-Milano 2013, pp. 72-77.

S. TAGLIALAGAMBA, L’uomo dai mille volti; in Art & Dossier n°321, Firenze-Milano 2015, pp. 66-72.

F. ZÖLLNER, Leonardo da Vinci. Tutti i dipinti e disegni; Köln 2007.

IL FASCINO DELLA NATURA (parte I)

Claude Monet - Primavera, 1872.

Monet – Primavera (1872, Baltimora, Walters Art Gallery).

 

La pittura di paesaggio da Monet a Millet, da Sisley a Van Gogh.

L’Ottocento è stato per eccellenza il secolo della pittura di paesaggio. A dominare la scena in questo campo fu un gruppo di artisti divenuto celebre con la “scandalosa” mostra del 1874 (nel 1886 l’ottava e ultima) presso lo studio parigino del fotografo Nadar, al numero 35 del boulevard des Capucines, gli «impressionisti». Il termine fu coniato da Louis Leroy dopo aver visto Impressione, sole nascente (1872, Parigi, Musée Marmottan) di Monet (1840-1926). L’intento era tutt’altro che celebrativo, tanto che proprio riferendosi al capolavoro di Monet, eseguito quando il pittore si trovava nel porto di Le Havre in Normandia, Leroy scrisse il suo commento più dissacrante: «…Impressione, ne ero sicuro. E poi mi dicevo, visto che sono impressionato, dev’esserci dell’impressione…e che libertà, che facilità nella resa! La tappezzeria allo stato embrionale è ancor più finita di quella marina!». Eppure già nel 1867 Jule Castagnary, dimostrando grande lungimiranza e profondità critica aveva scritto «…La bellezza è sotto i nostri occhi, non nel cervello, nel presente non nel passato, nella verità non nel sogno, nella vita non nella morte. L’universo che abbiamo davanti a noi è quello che l’artista deve rappresentare» per sottolineare in seguito: «Sono impressionisti nel senso che non rendono un paesaggio ma la sensazione che un paesaggio produce». Ecco allora che il gruppo, nel desiderio di trasmettere questi sentimenti, diventerà celebre proprio per il modo audace di utilizzare il colore, debitore delle stampe xilografiche giapponesi, e per il modo di lavorare en plein air sulla scia dei maestri francesi d’inizio secolo (si pensi soprattutto a Daubigny e Théodore Rousseau). In realtà però, molte delle opere più celebri dello stesso Monet venivano poi completate in studio, come il suo primo dipinto eseguito en plein air, ovvero Donne in giardino (1866-1867, Parigi, Musée d’Orsay).

Ogni artista del gruppo adottò una propria tecnica pittorica, come dimostrano bene le opere eseguite da Monet e Renoir presso Bougival, un paese sulle rive della Senna. Nell’estate del 1869 i due dipinsero assieme, e dal modo di raffigurare la Greounillère (si confrontino il dipinto di Monet custodito alla National Gallery di Londra e quello di Renoir nel museo Puškin), un ristorante sorto sull’isolotto di Croissy proprio di fronte a Bougival, ben si comprende il differente approccio intrapreso dai due amici. A riguardo sono condivisibili le parole di Maria Teresa Benedetti: «Se Monet rivela la natura, Renoir rivela la vita, vita di uomini e cose uniti nell’abbraccio dell’atmosfera. L’uno esalta la forza dei colori complementari, l’altro addolcisce i contorni in un insieme fuso, ovattato». Non è un caso dunque se le pennellate di Monet sono più piccole e le sue versioni più strutturate, mentre Renoir adotta un piano più ravvicinato e delle pennellate morbide e continue. Monet d’altronde sarà il vero ideatore delle cosiddette “serie”, dove uno stesso soggetto viene osservato in vari momenti della giornata e con differenti situazioni atmosferiche, così da approfondire il rapporto tra luce e variazioni cromatiche. Ecco quindi che nel 1891 termina prima quella dei Covoni e poi quella dei Pioppi sulla riva dell’Epte (per la cui realizzazione pagò il comune di Limetz affinché non li abbattesse), caratterizzata da una maggiore linearità e geometrizzazione che in taluni casi sembra preludere a quell’avvicinamento all’astrazione ravvisabile nelle sue massime poesie: le Ninfee. Si tratta di una parte dei duecentocinquanta dipinti eseguiti negli ultimi ventinove anni di vita, durante i quali Monet andò lentamente perdendo la vista. Unico protagonista è il suo giardino a Giverny, un vero e proprio paradiso terrestre. Nelle Ninfee il colore prende definitivamente il sopravvento, sfaldando le forme ormai solo evocate, e facendoci così immergere come mai prima nelle emozioni che la natura animò in lui durante tutta la sua vita.

Tra i numerosissimi capolavori di Monet vogliamo ricordare infine Papaveri ad Argenteuil (1873, Parigi, Musée d’Orsay), dove figure umane e natura, vera protagonista del dipinto, s’incontrano armoniosamente. E ancora Primavera (1872, Baltimora, Walters Art Gallery), dove ritrae amorevolmente la moglie in un delizioso vestito rosa, mentre legge immersa nelle aiuole del giardino. Infine merita una citazione Casa dei doganieri a Varengeville (1882, Rotterdam, Museum Boymas-van Beuningen), per l’audace punto d’osservazione adottato, la ricchezza dei colori e perché il mare fu sempre per Monet uno dei temi prediletti.

Altro grande artista del gruppo fu Alfred Sisley (1839-1899)
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Una sola passione: l’Arte

Nato a Thiene nel 1986, Lorenzo Berto si diploma al liceo scientifico Jacopo da Ponte di Bassano del Grappa. La sua vera passione però è da sempre l’arte, alimentata da una viva curiosità per le bellezze d’Italia e coltivata già da bambino in famiglia. Dopo la maturità entra quindi all’Università ca’ Foscari di Venezia, dove si laurea in Conservazione dei Beni Culturali, indirizzo bizantino-medievale, con la tesi Immagini sacre in processione nella Roma alto medievale, incentrata su alcune antiche icone mariane e la processione dell’Assunta. Sempre a Venezia prosegue con gli studi magistrali, laureandosi nel 2013 in ambito medievale con il massimo dei voti. La tesi “Nobili gesti. Guariento e l’Incoronazione della Vergine”, indaga questa particolare iconografia mariana, e il contributo in termini di inventiva e profondità teologica dato da Guariento, importante artista del Trecento e primo vero pittore di corte nella Padova dei Carraresi.

Nei primi anni universitari collabora a lungo con l’Associazione Porta Dieda, instaurando un rapporto di stima e amicizia che dura tutt’oggi con la prof.ssa Anita Zamperin, allora direttrice del centro culturale. Numerose sono le conferenze tenute da solo su temi come la pittura di paesaggio nell’Ottocento, i disegni di Leonardo da Vinci, Giovanni Bellini e le crociate, o in gruppo con altri studiosi e artisti del bassanese su pittori tra i quali Caravaggio, Dürer e Bosch. Nel 2014 collabora con un gruppo della parrocchia di Ss. Trinità, all’allestimento della mostra di beneficienza “Mario Duse 1911-1996. Pittore, poeta e grafico del ‘900”. Sempre presso la Ss. Trinità di Bassano svolge poi numerose altre attività culturali, spesso legate al Teatro Remondini e all’Associazione Amici del Teatro Remondini. Dal 2015 scrive articoli per l’associazione culturale bassanese Polites su mostre, artisti e temi generali, e collabora a iniziative di grande risonanza come “Start. Rinascita culturale del Territorio bassanese” presso le Bolle di Nardini.

I saluti di Lo

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Benvenuti in questa nuova pagina dedicata al mondo dell’arte, la quale sarà approfondita in ogni sua forma ed espressione. Frutto di anni di ricerche e studi, “Il caffè artistico di Lo” non vuole avere alcuna pretesa di esaustività e scientificità ma piuttosto essere uno spazio capace di alimentare la curiosità e l’amore per le bellezze artistiche che ci circondano. Questo nella radicata consapevolezza del ruolo che l’arte svolge nella crescita dell’uomo e dell’immenso privilegio che abbiamo nel vivere in un paese unico come l’Italia. Le rubriche saranno in tutto cinque, incentrate su temi e approfondimenti generali, singole opere, simbologie nascoste e sulle mostre del momento.

Il desiderio è quindi quello di dare stimoli sempre nuovi, per questo motivo saranno ben accetti consigli e commenti per migliorare e arricchire nel tempo “Il caffè artistico di Lo”.

In conclusione vorrei ringraziare gli amici dell’associazione culturale Polites di Bassano del Grappa, nonché l’amico Mauro Spigarolo, per il sostegno e la stima sincera che sempre mi hanno dimostrato. Senza di voi questa pagina sarebbe rimasta soltanto un’idea.

Buona lettura,

Lorenzo Berto,                                Bassano del Grappa, 17/09/2015.