PITTURA DA “ASCOLTARE E ASSAPORARE”. Evaristo Baschenis, maestro della natura morta, in mostra a Bergamo

Evaristo Baschenis, Trittico Agliardi, pannello sinistro, 1665 circa. Bergamo, Casa Agliardi.

 

Nel quattrocentesimo anno dalla nascita di una delle massime glorie artistiche bergamasche, l’Accademia Carrara dedica a Evaristo Baschenis (1617-1677) una mostra (23 aprile – 4 settembre 2017) in cui oltre alle opere del Museo si potranno ammirare Ragazzo con canestra di pane e dolciumi (1650-1660) e Natura morta di cucina (1660 circa), entrambe giunte da collezioni private. Nel primo caso in particolare si tratta di un’opportunità unica, vista la rarità dei ritratti all’interno della produzione Baschenis, con quel vivido volto di ragazzo un po’ guardingo nei nostri confronti. Ed è un peccato, perché l’opera in questione è un vero capolavoro del Seicento nel suo genere, per il sapiente gioco tra toni freddi e caldi, il realismo nel cogliere un istante di vita quotidiana, la capacità nel riprodurre le modulazioni di luce sulla cesta di vimini lombarda, traboccante di pani e dolciumi di cui par di poterne assaporare profumi e sapori.

Figlio del mercante Simone Baschenis e di Francesca Volpi, a ventidue anni Guarisco o Evaristo Baschenis entra come garzone nella bottega di Gian Giacomo Barbelli, seguendolo nelle sue varie commissioni tra Milano, Lodi e Crema. Nel 1643 prende i voti e l’anno successivo riceve l’autorizzazione a celebrare messa. Nel frattempo Evaristo Baschenis prosegue con la pittura, si mette in proprio e “crea” un nuovo soggetto, quello della natura morta musicale, partendo dalla lezione di Caravaggio e della “scuola milanese”, differenziandosi, quindi, dal maestro Barbelli. Nel campo della natura morta e nello specifico della “musica picta” Baschenis si dimostra pittore eccellente, al vertice della cui produzione possiamo porre di certo il Trittico Agliardi (1665 circa), opera quasi a sé, giacché ai due generi citati è unito quello del ritratto di gruppo. Il Trittico Agliardi, infatti, mostra Baschenis vestito da sacerdote affianco ai suoi amici, i nobili fratelli Agliardi: Bonifacio (tra i fondatori dell’Accademia degli Eccitati), Alessandro con una chitarra e Ottavio al liuto. Il tema è quello del concerto in procinto di iniziare, cui lo stesso Baschenis parteciperà suonando la spinetta. Proprio tale passione per la musica alimentò le critiche rivoltegli da alcuni religiosi, giunte persino a una citazione in tribunale, di tralasciare eccessivamente i propri doveri ecclesiastici. Ad ogni modo è indubbio il legame di amicizia che lo lega ai tre fratelli Agliardi, riccamente abbigliati secondo la moda del tempo, contraddistinta dall’abbinamento tra colore nero e bianco, l’ampio uso di pizzi e camice dalle maniche larghissime. I dettagli dei libri e degli spartiti sono fondamentali poi, per comprendere la cultura di riferimento, e tra di essi si possono scorgere le Rime di Aurelio Orsi e altri libri letterari o di giurisprudenza che ricordano gli studi padovani di Alessandro. Proprio le citazioni fatte da Baschenis dei testi a lui coevi sono spesso l’unico appiglio per una possibile cronologia della sua produzione, priva di date certe e basata per il resto su analisi stilistiche. Indicativo in tal senso il Manuele de’ Giardinieri, presente nella Natura morta con tendaggio rosso-oro dell’Accademia Carrara, la cui data di pubblicazione, il 1652 a Vicenza, rappresenta un preciso termine post-quem. Gli studi su stile e composizione, invece, hanno condotto per esempio Marco Rosci a ipotizzare che i quadri con punto di vista rialzato e composizioni più semplici siano anteriori rispetto quelli più complessi, con visuali ampie e ritmi “solenni” di gusto maggiormente barocco.

 

Evaristo Baschenis, Ragazzo con canestra di pane e dolciumi, 1660 circa. Collezione privata.

 

Ritornando un momento all’aspetto culturale, va sottolineato che la poesia nel Seicento era assieme alla musica uno dei passatempi preferiti dall’aristocrazia, come ben si può comprendere nei dipinti del nostro pittore. La musica svolgeva in particolare un ruolo di primo piano durante le festività religiose e laiche, le quali erano numerosissime durante tutto l’anno e scandivano la vita pubblica, maggiore di quello che ricopre oggi nell’era delle cuffiette, dove spesso è relegata a esperienza personale e consumistica. Baschenis celebra, quindi, quest’arte sublime, sia praticandola (non è casuale la scelta di autoritrarsi alla spinetta e non al cavalletto) sia tramite il pennello, raffigurandone i principali strumenti con dovizia di particolari e rigore filologico. Volendo dimostrare, però, non solo il proprio status sociale, le frequentazioni e le capacità (probabilmente a livello dilettantistico), ma anche competenza, Baschenis non manca di ricordare i massimi mastri liutai lui contemporanei (senza i quali d’altronde non vi sarebbe alcun concerto!), inserendo non di rado in bella vista firme come “M+H” del tedesco Michael Hartung, documentato a Padova e Venezia verso la fine del Cinquecento. Talvolta questi preziosi manufatti provenivano dalla collezione personale dell’artista, che lì “ritraeva” in più opere, ma in ogni caso sono sempre simbolo di ostentazione e dell’orgoglio dei loro gelosi proprietari.

Le capacità virtuosistiche di Baschenis, però, non si fermano qui. Egli era abilissimo altresì nel ricreare con estremo realismo gli effetti della polvere su mandole, liuti e viole, come si può vedere nella parte centrale del citato Trittico Agliardi. Se si fa un confronto con altri pittori che tentarono la medesima sfida, ci si troverebbe d’accordo nel ritenere Baschenis insuperato nel ridare l’impalpabile consistenza tattile di quel sottilissimo strato bianco. Sul piano iconologico la polvere è simbolo del tempo che scorre e si contrappone alla mosca: tanto la prima chiede tempo (potendo implicare così una certa incuria o disinteresse, senza di cui non si può imparare l’arte musicale) per accumularsi, quanto la seconda è rapida nel sostare per riprendere subito il volo.

Negli interni di cucina Baschenis dimostra nuovamente di essere artista dalle grandi doti tecniche. Si tratta di un soggetto all’epoca molto apprezzato, specie nei Paesi Bassi, riconducibile in certe circostanze al noto passo evangelico di Gesù ospitato in casa delle sorelle Marta e Maria. Come ben si sa, il significato di fondo del passo evangelico in questione è la controversia sulla vita attiva e quella contemplativa, che Baschenis traduce in opere ora “silenziose” e sorprendentemente drammatiche. Egli, infatti, memore della lezione di Caravaggio (nel 1650 Baschenis andò a Roma per il giubileo, dove avrebbe potuto ammirare altre opere del Merisi) investe la luce di un ruolo preponderante, ideando potenti contrasti tra parti illuminate e in ombra, che fanno acquistare un valore quasi universale a dei pur semplici animali morti (si guardi Natura morta di polli spennati, anatre e frattaglie del 1660).

La fama di Evaristo Baschenis e la sua morte prematura, quando le sue opere erano ancora parecchio richieste, hanno prodotto un vasto movimento di imitatori, falsari o semplici seguaci. Tra di essi uno dei più dotati e apprezzabili è senza dubbio il bergamasco Bartolomeo Bettera (1639-1688), il cui gusto si differenzia per una minor impronta “metafisica” a favore di uno sfarzoso e virtuosistico decorativismo barocco, sia nel modo di disporre gli oggetti sia nei dettagli di tessuti e materiali. Di fatto, la sfilza di epigoni e falsificatori si è rilevata in poco tempo deleteria per il riconoscimento di Evaristo Baschenis nella storiografia artistica, tanto che solo nel 1908 se ne ricomincerà lo studio dopo le scoperte di Alphonse-Jules Wauters, mentre era direttore dei Musées Royaux des Beaux-Arts di Bruxelles. Tappe fondamentali di questo percorso di riscoperta sono state la mostra sui Pittori della realtà in Lombardia curata nel 1953 da Roberto Longhi, quella antologica a Bergamo del 1996 e l’esposizione del 2000 al Metropolitan Museum di New York. Oggi possiamo così meglio apprezzare l’arte di Baschenis per la sua originalità e peculiarità, oltreché per l’apporto alla comprensione della società bergamasca e più in generale del Seicento, incluso il gusto dei committenti, che andava mutando rispetto il passato a favore di generi più “laici”. Pur esigue di numero le sue opere ci fanno tornare a quei tempi, ai concerti da camera, alla bellezza della musica quale arte da condividere tra amici fosse solo per diletto, ai genuini sapori e profumi della cucina lombarda del XVII secolo.

Evaristo Baschenis, Natura morta di strumenti musicali con mela, 1665 circa. Collezione privata.

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

R. LONGHI – R. CIPRIANI – G. TESTORI (a cura di), I pittori della realtà in Lombardia; catalogo della mostra (Milano, Palazzo Reale, aprile-luglio 1953), Milano 1953.

F. ROSSI & C. BERTELLI (a cura di), Evaristo Baschenis e la natura morta in Europa; catalogo della mostra (Bergamo, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, 4 ottobre 1996 – 12 gennaio 1997), Milano 1996.

E. DE PASCALE, Musica per gli occhi. Evaristo Baschenis a Bergamo; in Art & Dossier n° 344, rivista, Firenze-Milano 2017, pp. 60-63.7

E. DE PASCALE & G. FERRARIS, Baschenis; Art & Dossier n° 344, Firenze-Milano 2017.

M. ROSCI, Evaristo Baschenis; Bolis edizioni 1985.

A. VECA, Natura morta; Art & Dossier n° 46, Firenze 1990.