LA DANZA DELLA NATURA. Il trittico “Sa di vite e di viti” di Beata Kozak

Beata Kozak, Sa di vite e di viti, 2017.

 

L’arte di Beata Kozak incontra l’arte della viticoltura.

Sa di vite e di viti è l’ultima opera dell’artista di origini ungheresi Beata Kozak. Essa è frutto del recente coinvolgimento nel mondo della viticultura da parte di alcuni amici e, nel caso specifico di Monica Poggiana. Da sempre arte e vino vanno a braccetto. Non sono mancate negli ultimi anni mostre a livello nazionale, dedicate proprio a questo fortunato connubio tra calice e pennello. Per Beata Kozak, però, quello della coltivazione della vite, con tutto il suo immenso e millenario bagaglio di storie, tradizioni, usanze e profumi è un mondo ancora in gran parte sconosciuto. Quest’ultimo è un dettaglio importantissimo da tenere sin da subito a mente. Al contrario non si comprenderebbe il lungo e a tratti difficile lavoro (pur nella massima libertà d’interpretazione), che sta dietro l’opera oggi qui esposta per la prima volta al pubblico.

Beata, infatti, fino ad oggi si è sempre cimentata con l’elemento acqua, declinato in ogni sua forma (onde, mare, cascate, fiumi, ruscelli e stagni). L’acqua è per lei a tutti gli effetti “fonte vitale” senza la quale non avrebbe, forse, mai intrapreso la strada della pittura; tanto importante da essere una cifra stilistica imprescindibile, aspetto centrale della sua identità di giovane artista. La terra, invece, salvo qualche sortita con la serie dedicata ai fiori è qualcosa di nuovo. In Sa di vite e di viti il risultato è, comunque, davvero lodevole e lascia sperare in una continuazione su questo filone tematico.

Beata Kozak, sa di vite e di viti, 2017, particolare del terzo pannello.

 

Analisi dell’opera.

Iniziando a osservare l’opera, il primo elemento tra i molti d’interesse che è immediatamente evidente è il formato. La scelta del trittico, infatti, sebbene di recente anche altri artisti vicentini si siano confrontati con formati simili, e nel nostro caso vada letto rigorosamente da sinistra a destra, è piuttosto rara per non dire desueta nell’arte contemporanea. Eppure in Sa di vite e di viti è un dettaglio chiave, una scelta felice di Beata. Tale scelta è utile a dare all’insieme un effetto di continuità, a richiamare in modo diretto e comprensibile la ciclicità delle stagioni e della pianta, i cui frutti sono tanto dolci quanto preziosi per l’economia del nostro territorio. In altre parole, il formato enfatizza già di suo tale aspetto ben conosciuto da chi opera nel settore, senza il quale non ci sarebbe ricambio, la necessaria “rinascita”.

Altro dato che colpisce è come la vite in tutti e tre i pannelli abbia sembianze umane, in maggior parte femminili. Ciò crea un legame simbolico che gioca con la parola latina vitae, tra la pianta e la vita dell’uomo sin dal concepimento. Entrando maggiormente nel dettaglio il primo pannello a sinistra mostra una “donna-tronco”, i cui volto è celato all’osservatore dai lunghi capelli-racemi. I delicati tocchi di azzurro e le tonalità fredde in generale richiamano senza dubbio l’inverno, la stagione per eccellenza del riposo dal cui torpore ci invita a destarci proprio la donna-tronco.

Come un ballo fauves.

È quest’ultima figura a compiere il movimento dal quale, lentamente, prenderà il via la danza. Nel secondo pannello centrale incontriamo la prima mutazione. È curioso che ciò avvenga al chiaro di una luna che sembra fondersi con la vite da una parte e dall’altra abbracciare un cielo fattosi mare, quasi fosse impossibile cancellare del tutto l’amato elemento dell’acqua. La scelta di ambientare la prima fase della rinascita di notte sembra volerci dire che, come effettivamente avviene nella realtà, spesso non ci accorgiamo più dell’arrivo della primavera. Colpa di una vita moderna spesso alienante e scollegata dal mondo naturale. La notte in altre parole, secondo la nostra lettura, fa cogliere perfettamente questa distrazione dell’uomo. Un uomo addormentato e incapace di vedere quella meravigliosa danza di profumi, colori, forme, insomma di vita.

E proprio un ballo di sapore quasi fauves è quello rappresentato nel terzo pannello. Qui la chioma della donna-tronco è finalmente libera di inseguire il vento e un altro tronco-uomo, il cui succoso grappolo d’uva si potrebbe tranquillamente interpretare come la testa, accoglie l’invito alla gioia. Il sole in alto a destra, che in alcune specifiche situazioni d’illuminazione acquista affascinanti sfumature, domina su tutto, grande e maestoso. Egli scaccia le malinconie invernali e decreta la vittoria della vita, la maturazione e il sopraggiunto momento della raccolta di quel frutto buonissimo. Un frutto cui sono legati molti momenti felici della nostra quotidianità.

 

In copertina: un momento dell’inaugurazione dell’evento In Vino al ristorante Ca’ Sette di Bassano del Grappa.