MARTE GRADIVO, BARTOLOMEO AMMANNATI

 Storia critica dell’opera.

Sguardo arcigno, fisico scultorio al limite del body-bulding, gesto perentorio del braccio e passo deciso, questa in breve potrebbe essere la descrizione del Marte gradivo di Bartolomeo Ammannati (1511-1592). Scultura di bronzo alta poco più di due metri, il Marte gradivo fu eseguito tra il 1559 e il 1560 e oggi si trova agli Uffizi di Firenze.

Curioso che presto se ne sia persa l’autografia, tanto che Paolo Alessandro Maffei, primo a lasciare un commento critico nel 1704, lo ritenesse un bronzo di epoca classica. A lui, comunque, si deve non solo l’apprezzamento del valore artistico dell’opera, ritenuta «statua bellissima», ma anche il riconoscimento del soggetto, appunto Marte. Maffei dovette vedere la statua davanti alla loggia di Villa Medici a Roma, dove giunse nel corso del Seicento.

Sul finire del medesimo secolo, l’opera fu raffigurata in un‘incisione (1691) di Giovan Francesco Venturini, con alcune integrazioni per spada e bastone, previste inizialmente, ma non presenti nell’immagine pubblicata dal Maffei e di cui non parla un’altra fonte. Ci riferiamo al cardinale Ferdinando dei Medici, il quale, infatti, scrive «di una grande figura di bronzo al naturale detta gladiatore nudo, con […] in una mano i fornimenti da spada e nell’altra un pezzo di bastone, […] fatta dall’Ammannati». In altre parole, quelle aggiunte che andavano ad accrescere le dimensioni dei due attributi, furono fatte solo dopo l’arrivo del Marte gradivo a Roma.

 

Studi e scoperte del Novecento sul Marte gradivo

Confusione attributiva ci fu fino al Novecento e ai fondamentali studi di Kriegbaum (1928). Pure Winckelmann (1779), nonostante ne avesse compresa l’origine cinquecentesca rispetto al Maffei, si sbagliò facendo il nome del Giambologna. Ad ogni modo fu grazie alla scoperta di una nota di spesa, datata 1559, che Kriegbaum poté sciogliere i dubbi. In essa si parla «d’una forma di terra da gittare uno Marte di Bronzo» da trasportare da casa dell’Ammannati alla fonderia della Sapienza. Inoltre, lo studioso ebbe l’intuizione di associare questa scoperta al ricordo di Raffaello Borghini (1584), per il quale contemporaneamente all’Ercole e Anteo e all’Appennino, l’artista «aveva lavorato un Marte, una Venere, e due fanciulli tutti insieme di bronzo». Le date sembrano coincidere ugualmente con le diverse opere eseguite per Cosimo I e citate dal Vasari. Cosimo I fu collezionista famelico, desideroso di trasmettere un’immagine forte di sé e del Granducato da lui fondato.

 

Marte: dio di virtù e intelletto, modello di Cosimo I

Da scartare, in definitiva, passate letture che nel Marte gradivo vedevano o un’allegoria del giovane Francesco dei Medici o del noto condottiero Gian Luigi detto Chiappino Vitelli. Al contrario, Cherubini (2011) a nostro avviso sottolinea correttamente l’associazione tra Cosimo I e il dio guerriero che incarnava i «valori di virtù e d’intelletto» posti dal granduca a fondamento del suo governo. Non dimentichiamo poi, che lo stesso Cosimo I scelse proprio il capricorno tanto caro a Marte e segno zodiacale dell’imperatore Augusto, come suo emblema personale. Un segno inserito da Bartolomeo sotto il cimiero e che con spada e bastone rappresenta uno dei soli tre attributi di questo dio superbamente terribile, rivestito di nulla se non della propria forza.

 

Qui e in copertina: Bartolomeo Ammannati, Marte gradivo, 1559-1560, bronzo, 215 cm., intero e particolare. Firenze, Uffizi.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

A. CHERUBINI, Marte gradivo; in B. PAOLOZZI STROZZI & D. ZIKOS (a cura di), L’acqua, la pietra, il fuoco. Bartolomeo Ammannati scultore, catalogo della mostra (Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 11 maggio -18 settembre 2011), Firenze-Milano 2011, pp. 396-397.

B. PAOLOZZI STROZZI & D. ZIKOS (a cura di), L’acqua, la pietra, il fuoco. Bartolomeo Ammannati scultore; catalogo della mostra (Firenze, Museo Nazionale del Bargello, 11 maggio -18 settembre 2011), Firenze-Milano 2011.

 

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