LA VOCAZIONE DI SAN MATTEO. UNA NUOVA CREAZIONE

Contesto storico:

Nella chiesa di San Luigi dei Francesi, collocata a Roma nella omonima piazza, è custodita un’opera cardine per la produzione artistica del 1600. Si tratta della trilogia di tele realizzate per la decorazione della cappella Contarelli ad opera di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571- 1610). Per la decorazione della cappella in questione furono scelti episodi della vita di San Matteo apostolo tra cui la Vocazione (parete sinistra della cappella), San Matteo che scrive il Vangelo con l’Angelo (pala d’altare) e il Martirio del Santo (parete destra).  Questa impresa artistica non solo è la prima opera pubblica del pittore lombardo realizzata nella capitale pontificia in cui si era trasferito nel 1592, ma mostra la portata rivoluzionaria dello stesso nel campo della pittura, lo sforzo che il pittore ha fatto di adeguarsi a situazioni nuove e pressanti, ma anche come l’artista è stato in grado di cogliere e assimilare le lezioni che Roma poteva offrire nell’ambito dell’Arte. La commissione della cappella Contarelli venne affidata a Caravaggio dai rettori della chiesa alla fine del XVI secolo per due importanti motivi: uno, l’imminente Giubileo del 1600 e l’altro, la conversione al cattolicesimo di Enrico IV di Francia che portò sul finire del XVII secolo alla riconciliazione tra la Francia e la Spagna.  In realtà la scelta su chi dovesse decorare la Cappella Contarelli non cadde immediatamente su Caravaggio. L’artista ricevette il contratto per i dipinti destinati alla cappella il 23 luglio 1599, cioè tre decenni dopo che Mathieu Cointrel, aveva acquisito il luogo sacro e disposto la sua decorazione. Egli aveva inizialmente incaricato dell’opera Girolamo Muziano dettando precisamente il programma iconografico: la pala d’altare doveva raffigurare il Santo apostolo che scrive il Vangelo ispirato da un Angelo, alle pareti laterali la Chiamata e il Martirio dello stesso; sulla volta altri episodi della vita di San Matteo. Purtroppo nel 1585, anno della morte del donatore, nessuna di queste opere risultava ancora compiuta. Virgilio Crescenzi, l’esecutore testamentario del prelato francese, decise di affidare l’esecuzione della decorazione ad altre mani, quelle dello scultore fiammingo Jacob Cornelisz Cobaert che avrebbe dovuto realizzare una scultura raffigurante San Matteo con l’Angelo, oggi custodita a Santa Trinità dei Pellegrini, ed a quelle di Giuseppe Cesari detto il Cavalier d’Arpino, del quale lo stesso Caravaggio frequentò la bottega, a cui spettò il compito delle opere laterali e della volta. Dato che anche con questa soluzione i lavori procedettero a rilento, tanto che il Cavalier d’Arpino nel 1593 aveva realizzato solo la volta e lo scultore fiammingo ancora non aveva terminato il gruppo scultoreo, papa Clemente VIII affidò la giurisdizione sul lascito di Cointrel alla Fabbrica di S.Pietro di cui faceva parte il cardinale Del Monte e, con buona probabilità, fu grazie all’intercessione di quest’ultimo che, secondo quanto riferisce Giovanni Baglione – pittore e biografo di artisti -l’incarico venne affidato a Michelangelo Merisi. Il pittore si trovò a doversi confrontare con tele di grande formato e a dover gestire anche un gran numero di figure; è stato possibile osservare le difficoltà iniziali di questo nuovo approccio dalle radiografie eseguite sulle tele, in particola su quella del Martirio di San Matteo in cui si vedono due versioni. Ovviamente la committenza per la decorazione di una cappella pubblica rappresentava un riconoscimento per l’artista in questo nuovo ambiente romano ma, insieme alle lodi e agli altri incarichi, arrivarono anche le critiche e i giudizi da parte degli esponenti delle altre cerchie. Il XVII secolo, infatti, è un periodo attraversato da tre anime: da una parte la rivoluzione caravaggesca che aspettava ancora di essere compresa, da un’altra la tradizione dell’accademia e da un’altra parte ancora quella che diverrà la tradizione barocca. Ricordiamoci che, mentre il Merisi è intento a decorare la cappella Contarelli, a Napoli nasce Gian Lorenzo Bernini e, a Bissone nel Canton Ticino, Francesco Borromini. Le critiche, oltre a venire da parte delle massime autorità artistiche – Bernard Berenson ricorda il pessimo commento mosso proprio a San Luigi dei Francesi dal Principe dell’Accademia di San Luca Federico Zuccari: “Che romore è questo? Io non ci vedo altro che il pensiero di Giorgione.” – vennero anche dagli stessi committenti. Un episodio si riscontra proprio nella pala di San Matteo e l’Angelo riguardo quella che doveva essere la prima versione, andata distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. Il Bellori racconta: «Qui avvenne cosa, che pose in grandissimo disturbo, e quasi fece disperare il Caravaggio, in riguardo della sua reputazione; poiché havendo egli terminato il quadro di mezzo di San Matteo, e postolo sù l’altare, fù tolto via da i Preti, con dire che quella figura non haveva decoro, né aspetto di Santo stando à sedere con le gambe incavalcate, e co’ piedi rozzamente esposti al popolo.» Nonostante le critiche, il Caravaggio divenne un pittore apprezzato; pochi mesi dopo si trovò a realizzare opere per la cappella Cerasi insieme ad Annibale Carracci, un altro grande pittore, e lo stesso Bellori apprezza la sua capacità di imitazione della natura: «Dicesi che Dementrio antico statuario fu tanto studioso della rassomiglianza che dilettossi più dell’imitazione che della bellezza delle cose: lo stesso habbiamo veduto in Michelangelo Merigi, il quale non riconobbe altro maestro che il modello, e senza elettione delle migliori forme naturali, quello che è a dire è stupendo, pare che senz’arte emulasse l’arte». Il 1600 poi è anche un secolo molto delicato per una serie di questioni: si diffusero le idee della “Rivoluzione Scientifica” e, soprattutto, Galileo Galilei trovò le prove delle idee copernicane, pubblicate nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo nel 1632, cosa che sanciva la perdita di un “centro”. L’uomo del Seicento non si trova più al centro dell’universo. Si diffusero le idee panteistiche di Giordano Bruno, episodio che terminerà drammaticamente con la sua condanna al rogo nel 1600. La Chiesa Cattolica si preparava tramite il Concilio di Trento (1545-63) a rispondere alla Riforma Luterana, avviata con l’affissione delle 95 Tesi il 31 ottobre 1517, ed intervenne anche indicando le linee principali da seguire nel campo dell’arte figurativa; iniziarono le ispezioni nelle chiese, gli artisti furono obbligati a richiedere ed ottenere l’assenso dell’autorità ecclesiastica presentando disegni preparatori delle storie da rappresentare, il cardinale Federico Borromeo scrisse il De pictura sacra, vennero stabilite delle pene e sanzioni per gli artisti che avessero contravvenuto alle disposizioni. Nacquero nuovi ordini religiosi e venne istituito l’Indice dei libri proibiti. Le opere del Caravaggio contenute nella Cappella Contarelli si mostrano chiaramente condizionate da questo clima di tensione, e sono portatrici di notevoli rivoluzioni figurative fondate anche su un rapporto critico con la tradizione figurativa.

La Vocazione di San Matteo:

1599 – 1600
Olio su tela, 322 x 340 cm
Roma, chiesa di S. Luigi dei Francesi.

Caravaggio, La vocazione di San Matteo, 1599-1600, olio su tela, 322 x 340 cm. Roma, San Luigi dei Francesi, cappella Contarelli.

 

Questa forse è l’opera più ammirata della cappella Contarelli, commissione in cui l’artista matura la sua poetica della luce e dell’ombra. L’episodio raffigurato è la chiamata di Levi, in seguito Matteo. L’opera di Caravaggio è attenta alla storia individuale, in questo caso dell’apostolo, ma non rimane insensibile ovviamente alla temperie culturale del tempo. Questo lo possiamo notare dall’anacronismo storico che si riflette nell’abbigliamento dei vari personaggi: mentre Cristo e San Pietro vestono gli abiti tradizionali, gli uomini seduti al tavolo, Matteo compreso, vestono gli abiti del 1600. Questo ci parla dell’attualità del messaggio evangelico, in clima di Controriforma; l’opera interroga l’uomo contemporaneo sulla propria vita, richiama il rito, la quotidianità dello straordinario, del mistero. La storia personale di Matteo funge da modello per ogni singolo uomo dell’età dell’artista. Oltremodo interessante è la stessa figura di San Pietro, aggiunta in un secondo momento, che risponde pienamente al clima conciliare. Mentre il luteranesimo negava un qualsiasi ruolo di mediazione della Chiesa nel rapporto tra l’uomo e Dio e negava la stessa “autorità” della figura del pontefice, Caravaggio, raffigurando l’apostolo Pietro (il primo papa) che compie lo stesso gesto di Cristo afferma invece il ruolo del papa come vicario di Cristo. Il mistero è ciò che circonda quest’opera. L’episodio, raccontato nei Vangeli di Matteo, di Marco e di Luca, è descritto dal Caravaggio con molta essenzialità ma mostra bene la poliedricità dell’artista e il suo gusto per le incongruenze. Prima di tutto dove ci troviamo? Il contratto stipulato dal pittore con i committenti di San Luigi dei Francesi indicava chiaramente che il “teatro” per la scena della Vocazione fosse uno spazio interno. Il buio che viene messo “in luce dalla luce” di cui non è chiara la sorgente, farebbe effettivamente pensare che la scena si svolga all’interno di qualche abitazione o di qualche dogana. Questo aspetto non è certo, e la domanda sorge se si osserva che si intravede un angolo esterno di un edificio, nella parte sinistra della tela e questo fa intuire che la scena si svolge all’esterno di un’abitazione. In alto troviamo una finestra, uno sfondo buio, un gruppo di uomini intenti a contare del denaro, ma che ad un certo punto si accorgono di qualcosa di strano. Dall’altro lato due uomini vistiti in maniera molto diversa da loro sbucano dall’ombra, non si capisce da dove vengono e per cosa stanno venendo. Quei due “uomini” sono Gesù e S. Pietro, ma non è neanche chiaro da dove provengano. Per la sua figura del Cristo, nello stesso contratto, si era stabilito che doveva essere rappresentato mentre passava per la strada con i discepoli ma, questa disposizione è stata sia osservata che ignorata dall’artista, in quanto la figura del Salvatore sembra uscire fuori dal muro mentre quella di S.Pietro sembra scontrarsi con questa. Stanno venendo a cercare qualcuno, ma chi? Che ci fanno in un posto del genere? Gesù, che si staglia nettamente uscendo dall’ombra, protende la mano e con il dito indica Levi, che a sua insaputa ora è diventato Matteo (dono di Dio). E chi è Matteo? La tradizione tramite il Bellori, ci tramanda che la figura dell’apostolo prescelto sia da individuarsi in quella dell’uomo barbuto, illuminato dalla luce, che indica o si indica con il dito: «Dal lato destro dell’altare vi è Christo, che chiama San Matteo all’apostolato ritrattevi alcune teste al naturale, tra le quali il Santo lasciando di contar le monete, con una mano al petto, si volge al Signore…». A confermare questa posizione è anche la posizione centrale di questa figura. Questo e gli altri personaggi seduti intorno alla tavola si accorgono subito della preziosa presenza mentre la figura del giovane seduto, insieme all’anziano con gli occhiali, a capotavola sembrano non accorgersi di nulla e, del tutto estranei alla situazione, continuano a contare le monete. Il contratto prevedeva, inoltre, che l’apostolo dovesse essere raffigurato nel momento in cui si alzava in risposta alla chiamata, ma anche questa disposizione non fu osservata. In ogni modo le varie reazioni degli uomini indicano uno stato di incredulità, non hanno ben realizzato quello che sta succedendo. L’uomo barbuto al centro del quadro, che secondo la tradizione raffigurerebbe l’apostolo, porta a sé il dito, ma è un gesto che sembra più dire “Ma chi io?”. Altra ipotesi, assai affascinante, identifica il Santo apostolo nella figura del giovane a capotavola. Ora, dato che Caravaggio giocava molto sulle ambiguità visive, è vero che il gesto dell’uomo a tavola sembra indicare sé stesso ma è altrettanto vero che può sembrare indicare proprio il personaggio a capotavola. Oltretutto la differenza dell’abbigliamento di questa figura dalle altre fa riflettere. Mentre gli altri personaggi sono vestiti come signorotti benestanti del 1600, la figura a capotavola mostra un vestiario sciatto. Levi era un pubblicano, un traditore del proprio popolo, di certo fosse stato un uomo di una buona condizione non si sarebbe messo al servizio del popolo invasore; ha il volto adombrato che piano piano riceve la Luce, elementi che potrebbero indicare la sua condizione di peccatore; il peccato abbrutisce, fa chinare su sé stessi, infatti l’uomo al capo della tavola è chinato sulle monete che riflettono la sua immagine: quello è il suo centro, il suo essere. Importante osservare anche il linguaggio delle mani. Levi, nome che coincide anche con uno dei nomi delle tribù di Israele, era un esattore delle tasse. Il personaggio indicato da Bellori posa le monete sul tavolo, mentre la figura, guardandole con sguardo fisso, tiene nell’altra mano, nascosta sotto il braccio, un sacco con delle altre monete. Sarà lui il pubblicano chiamato a vita nuova? La bellissima citazione che il pittore lombardo fa dell’opera di Michelangelo nella Sistina, consistente nella mano del Cristo che chiama l’apostolo, accompagnata dalla luce, è segno della nuova vita che aspetta Levi nel momento in cui rinnega sé stesso per seguire Cristo: «Chi mi vuole seguire rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole trovare la sua vita la perderà, ma chi perderà la sua vita per causa mia, la troverà» (Mt. 15). È rappresentato un atto di amore grandissimo, la creazione di una nuova identità, di un nuovo Io illuminato da Cristo. Ora Levi non esiste più, ha lasciato spazio a Matteo, si è rinnegato, non è più il suo centro, non ha seguito l’esempio del giovane ricco che per la sua incapacità è rimasto un senza nome, senza identità. Una risposta molto forte, rinunciare alle proprie certezze per un qualcuno che ha pronunciato verso di noi una sola parola: «seguimi». È anche chiamato in campo il tema del libero arbitrio: appena Levi alzerà la testa (se alzerà la testa, poiché libero di scegliere) e distoglierà lo sguardo dalle monete, perderà di vista la sua vita, per incrociare lo sguardo di Cristo e troverà la Vita diventando Matteo, si aprirà al mondo e partirà subito senza esitazione. Il buio che viene trafitto dalla Luce (la Grazia) è il buio del cuore di Levi. C’è una sospensione del tempo. Noi sappiamo: «Andando via di là, Gesù vide un uomo, seduto al banco delle imposte, chiamato Matteo, e gli disse: “Seguimi”. Ed egli si alzò e lo seguì.» (Mt 9:9) ma, affidandoci alla sola opera artistica rimaniamo in sospeso, non possiamo vedere Matteo che segue il Signore, non si è ancora accorto della sua presenza, aspettiamo di sapere quale sarà la sua risposta.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

https://archive.org/details/bub_gb_407y3olIvg0C; Le vite de’ pittori scultori et architetti. Dal pontificato di Gregorio 13. del 1572. In fino a’ tempi di papa Vrbano ottauo nel 1642. Scritte da Gio. Baglione Romano e dedicate all’eminentissimo, e reuerendissimo principe Girolamo card. Colonna

https://archive.org/details/levitedepittoris00bell; Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni.

https://archive.org/stream/professorideldiseg03bald#page/680/mode/2up/search/caravaggio;  

Prater, Kretschmer, Hass, Rӧttgen, Lavin, Dov’è Matteo? Un caso critico nella Vocazione di San Luigi dei Francesi, finito di stampare nel novembre 2012, Ingraf srl- Milano.

Rossella Vodret, Caravaggio a Roma Itinerario; guida storico- artistica; Silvana editoriale S.p.A Cinisello Balsamo, Milano, 2010.

Rossella Vodret, Caravaggio l’opera completa, Silvana editoriale S.p.A, finito di stampare nel mese di ottobre 2009.

Rodolfo Papa, Caravaggio; le origini, i modelli, Artedossier n°264, Giunti editore S.p.A., marzo 2010.

Sebastian Schütze, Caravaggio, l’opera completa, Taschen Biblioteca Universalis, 2017.

B.Berenson, Caravaggio. Delle sue incongruenze e della sua fama a cura di Luisa Vertova, Carte d’Artisti 77, finito di stampare nel mese di gennaio 2017 da Geca SRL-San Giuliano Milanese.

 

In copertina:
Veduta interna della cappella Contarelli. Roma, chiesa di San Luigi dei Francesi.

I COLLABORATORI DEL CAFFÈ ARTISTICO DI LO

LORENZO BERTO

Nato a Thiene nel 1986, Lorenzo Berto si diploma al liceo scientifico Jacopo da Ponte di Bassano del Grappa. La sua vera passione però è da sempre l’arte, alimentata da una viva curiosità per le bellezze d’Italia e coltivata sin da bambino in famiglia. Dopo la maturità entra quindi all’Università ca’ Foscari di Venezia, dove si laurea in Conservazione dei Beni Culturali, indirizzo bizantino-medievale, con la tesi Immagini sacre in processione nella Roma alto medievale, incentrata su alcune antiche icone mariane e la processione dell’Assunta. Sempre a Venezia prosegue con gli studi magistrali, laureandosi nel 2013 in ambito medievale con il massimo dei voti. Questa volta la ricerca, intitolata Nobili gesti. Guariento e l’Incoronazione della Vergine, indaga l’iconografia di Maria incoronata e il contributo in termini di inventiva e profondità teologica dato da Guariento, importante artista del Trecento e primo vero pittore di corte nella Padova dei Carraresi.

Nei primi anni universitari collabora a lungo con l’Associazione Porta Dieda, instaurando un rapporto di stima e amicizia che dura tutt’oggi con la prof.ssa Anita Zamperin, allora direttrice del centro culturale. Numerose sono le conferenze tenute su temi come la pittura di paesaggio nell’Ottocento, i disegni di Leonardo da Vinci, Giovanni Bellini e le crociate, talvolta con altri studiosi e artisti del bassanese come per esempio quelle su Caravaggio, Dürer e Bosch. Nel 2014 collabora con la parrocchia di Ss. Trinità, all’allestimento della mostra di beneficienza Mario Duse 1911-1996. Pittore, poeta e grafico del ‘900. Sempre presso la Ss. Trinità di Bassano svolge, poi, numerose altre attività culturali, spesso legate al Teatro Remondini e all’Associazione Amici del Teatro Remondini. Dal 2015 al 2016 scrive articoli per l’associazione culturale bassanese Polites su mostre, artisti e temi generali, e collabora a iniziative di grande risonanza come: Start. Rinascita culturale del Territorio bassanese presso le Bolle di Nardini; Mauro Zanchi e la pittura di Lorenzo Lotto; La Riforma del Terzo Settore con Giancarlo Moretti; Il problema della sicurezza pubblica con Gianni Tonelli (SAP); . È, infine, tra i fondatori e presidente (fino a luglio 2017) dell’associazione INIZIO – Spazio Culturale, con la quale ha curato diverse mostre come quelle su Patrizio Martinelli, Mauro Capitani, l’antiquariato di Antonio Meneghello ed eventi musicali o d’interesse pubblico sui temi della salute. Dall’11 novembre 2017 scrive per il settimanale BassanoWeek.

Lo storico e critico d’arte Lorenzo Berto durante una conferenza tenutasi a Masserano a maggio 2017.

 

FEDERICA BOSSI

Sono nata a Roma il 19/02/1992. Il mio primo incontro con la storia dell’arte l’ho avuto in quinta elementare, quando la mia maestra organizzò per noi grandi un corso di educazione all’immagine. L’innamoramento scatta quando tra le diapositive che scorrevano ci si soffermò sulla Madonna dei Pellegrini del Caravaggio. Mi innamorai della luce che traspariva dalla pelle di quella Madonna e che colpiva i volti dei due pellegrini. Anche la visita alla meravigliosa Galleria Borghese contribuì molto ad alimentare questa passione. Come si fa a non desiderare di toccare il materasso su cui poggia Paolina Borghese che sembra essere di gommapiuma? In ogni modo già dalle elementari avevo deciso che avrei proseguito con gli studi artistici. Mi sono diplomata in architettura e design al IV liceo statale Alessandro Caravillani, anni bellissimi e di grande formazione, dove ho avuto la fortuna di avere professori eccellenti. In seguito mi sono iscritta presso l’Ateno di Roma Tre al corso di Storia e Conservazione del Patrimonio Artistico e Archeologico, per la quale ho avuto anche la fortuna di svolgere un periodo di tirocinio presso il mio vecchio liceo, ritornandovi questa volta “dall’altra parte della cattedra” e affiancando una professoressa di storia dell’arte. Lungo il mio percorso universitario ho avuto la possibilità di strutturare il mio itinerario di studi, mirato ad approfondire la storia dell’arte moderna e rinascimentale, con una maggiore attenzione in particolare per il Quattrocento.

 

STEFANO CAVALIERE

Stefano Cavaliere è uno storico dell’arte Piemontese ed è nato a Biella il 06 dicembre 1985. Da sempre innamorato dell’arte, nel 2000 intraprende gli studi artistici frequentando il Liceo Artistico di Romagnano Sesia. Durante il percorso formativo liceale matura sempre di più l’attaccamento alla Storia dell’Arte e per ciò s’iscrive a Beni Culturali a Vercelli.

Il periodo Universitario Vercellese dà la possibilità a Stefano di venire a contatto con la realtà museale di Vercelli, dove potrà attingere le prime conoscenze del dietro le quinte di un Museo. In seguito si trasferisce a Roma nel 2008 per svolgere lo stage universitario presso i Musei Vaticani.

Come si sa tutto ha un fine ed ecco l’arrivo della laurea in Beni Culturali nell’aprile 2010, con l’inizio di un periodo di frequentazione sempre maggiore del Palazzo dei Principi di Masserano (la frequentazione era iniziata, però, già gennaio 2007). Questo porterà Stefano ad assumere la direzione del nuovo Museo di Masserano.

Il neonato Museo viene istituito dall’Associazione don Barale la domenica 10 aprile 2016 sotto il nome di Polo Museale Masseranese, che raggruppa sotto di sé quattro siti: il Palazzo dei Principi Ferrero-Fieschi (signori e Sovrani del Principiato di Masserano); la chiesa Collegiata; l’ex chiesa di san Teonesto; la chiesa di Santo Spirito.

Adesso il Polo Museale Masseranese sotto la direzione di Stefano Cavaliere si avvia verso l’affermazione di Istituzione nel territorio biellese.

Il direttore del Polo Museale Masseranese Stefano Cavaliere.

UN’ATTESA “LUNGA UN SECOLO”. Il 17 giugno scorso ha ufficialmente riaperto il Museo interdisciplinare di Messina

La sala con i due capolavori di Caravaggio.

 

Correva l’anno 1914 quando re Vittorio Emanuele III di Savoia istituì con Regio decreto il Museo di Messina. Nelle intenzioni iniziali il Museo doveva essere soprattutto una delle massime prove di rinascita per Messina, a pochi anni dal devastante e drammatico terremoto che il 28 dicembre 1908 rischiò di cancellarne in un sol colpo ogni eredità artistica e architettonica. Ci sono voluti, però, 103 anni per riaprire definitivamente e in tutto il suo splendore questa grande collezione d’arte, probabilmente la più completa in Sicilia sul piano culturale e temporale, poiché abbraccia molti secoli e stili differenti: dai numerosi reperti archeologici (tra cui uno strepitoso rostro romano) ai grandi capolavori di Antonello da Messina, Colijn de Coter e Caravaggio; dalla magnifica Berlina del Sentato (1742) di Domenico Biondo e Letterio Paladino alla Conca di Gandolfo (1135). Troppo a lungo, infatti, solo 200 opere sono state esposte a rotazione (su un totale di circa 20.000 i reperti) all’interno dell’ex Filanda Mellinghoff, «opificio ottocentesco risparmiato dal sisma e destinato per decenni a sede “temporanea”».
Nei mesi scorsi c’è stato ancora qualche spiacevole disguido, per chi si è trovato a pagare un biglietto senza poter vedere tutte le sale. Il problema finisce, comunque, in secondo piano davanti al grande sforzo e lavoro in primo luogo della direttrice Caterina di Giacomo e dei suoi più stretti collaboratori. Grazie alla loro tenacia si è realizzato un piccolo miracolo, dopo un’infinità di intoppi, problemi finanziari e un progetto del 1984 (completato nel 1995) rivelatosi a dir poco da barzelletta, se si pensa che non aveva calcolato le dimensioni dell’Adorazione dei pastori (1609) e della Resurrezione di Lazzaro (1609) del Merisi. Il 17 giugno scorso, quindi, si è finalmente inaugurato ufficialmente il MuMe (Museo interdisciplinare regionale di Messina) alla presenza di numerose autorità politiche e religiose, a dimostrazione dell’importanza di tale patrimonio artistico, spirituale e culturale per la città di Messina, che ora può vantare un grande polo museale e una sicura attrazione per turisti e studiosi.
Certo, i problemi non sono finiti e basti pensare che manca il personale necessario per una struttura che vanta in tutto (tra sale con esposizioni permanenti e temporanee, aree verdi, biblioteca, archivio e depositi) 17.000 mq. Ma, da quando nel 2013 Caterina di Giacomo assunse l’incarico direttivo e iniziò a lavorare con la dott.ssa Grazia Musolino e gli architetti Gianfranco Anastasio e Rosario Vilardo, a un nuovo progetto museale, ci è stata un’accelerazione sorprendente, che ha portato a un risultato impensabile e i messinesi ad avere un prezioso luogo che narri la loro identità. Infine non fa sottovalutato il fatto che, in una nazione spesso e volentieri madre di sprechi, lavori interminabili e ruberie di varia natura, si è arrivati a dimostrare che con persone capaci e volenterose non c’è problema che non si possa risolvere. Il MuMe è già riuscito a dare una preziosa iniezione di fiducia.

 

 

RIFERIMENTI IN RETE

https://www.facebook.com/Museo-regionale-di-Messina-481659268565015/

http://www.strettoweb.com/2017/06/messina-apre-al-pubblico-la-nuova-area-del-museo-visitatori-pronti-ad-ammirare-i-reperti-che-raccontano-27-secoli-di-storia-foto-e-interviste/566900/

http://insideart.eu/2017/06/19/a-messina-ha-aperto-il-mume-il-museo-interdisciplinare-regionale-piu-grande-dellitalia-meridionale/