LA BELLEZZA DELLA FRAGILITÀ. Elisa Panfido in mostra a Castelfranco Veneto con “Sottovoce”

 

Fino la domenica prossima, 15 ottobre, sarà visitabile la bella mostra monografica di Elisa Panfido a Castelfranco Veneto (Galleria del Teatro Accademico, ingresso libero) dal significativo titolo Sottovoce. Noi siamo andati a vederla già settimana scorsa e nell’occasione abbiamo avuto il piacere di parlare a lungo con la “Pintora”, protagonista di una precedente mostra proprio nella sede di INIZIO – Spazio culturale a Bassano (Palazzo Finco, settembre 2017), con cui collaboriamo. Dall’incontro è nato il seguente contributo, che vuole essere un omaggio a Elisa e un invito a non perdere gli ultimi giorni dell’esposizione a Castelfranco Veneto. Essa presenta un maggior numero di opere rispetto alla citata mostra bassanese, comunque dedicate sempre ai medesimi amati soggetti, salvo qualche nuova interessante novità: i meravigliosi e coinvolgenti fiori, le poetiche marine e le silenti figure umane, cui si aggiungono ora dipinti di sapore più “astratto” (non chiamiamolo concettuale!), dove cresce la ricerca introspettiva e il carattere autobiografico.

Iniziamo dicendo che Elisa ci ha subito accolto con la sua proverbiale affabilità e il suo travolgente entusiasmo e calore, e dobbiamo ammettere che ci ha sorpreso e spiazzato sin dai primi scambi, svelandoci un piacevole dettaglio. Il titolo della mostra, Sottovoce appunto, ci racconta esserle stato proposto dalla sua collaboratrice Alice, dopo aver letto la breve recensione da noi scritta proprio in occasione di Personalmente presso INIZIO. Scopriamo così di aver lasciato un bel segno, di cui siamo onorati e grati, perché nel piccolo ci fa sentire parte di questa sua ultima avventura e ci fa capire di aver svolto un buon lavoro, ma, soprattutto, di aver colto qualcosa nell’arte di Elisa e di essere entrati in un certo senso in “sintonia”. La prima parte è tutta dedicata all’acqua, a immagini di velieri solitari che, pur tra nebbie e tempeste solcano maestosi e ieratici l’immensa distesa azzurra. Tali soggetti sono figli naturali dell’identità istriano-veneziano di Elisa, di un’anima forgiata a stretto – e costante – contatto con l’acqua sia per il lavoro che svolgeva il padre (dirigente di società di rimorchiatori a Venezia) sia per tramite del nonno materno, un simpatico comandante sempre in viaggio. Un elemento, l’acqua appunto, cui la nostra pittrice non riesce a fare a meno, e che ricompare continuamente nella sua mente, anche a distanza di anni e dopo il trasferimento tra le dolci colline asolane. A riguardo Elisa non nasconde di sentire nostalgia per la laguna veneziana, per i suoi colori e la vivace vita del porto, tutti aspetti cui le meravigliose colline tra le quali oggi vive non riescono a sopperire. Da ciò s’intuisce quanto le marine, e al medesimo modo gli altri temi, siano per Elisa un mezzo per comunicare sicuramente qualcosa di più della semplice – e comunque apprezzabile – bellezza estetica.

 

A questo punto vanno specificati i due “pilastri” dell’arte di Elisa, senza conoscere i quali si perde gran parte del messaggio sotteso alle sue opere, perché come detto la nostra pittrice non vuole fermarsi al puro dato visivo. Questi sono il procedimento creativo e la tecnica. Il primo è per certi versi curioso, indubbiamente affascinante e fuori dagli schemi. Esso muove i suoi primi passi nelle ore “del silenzio”, quando ogni pensiero scorre sottovoce prima del sopraggiungere del sonno. È in quelle ore tarde verso la mezzanotte, che Elisa trova la giusta pace e serenità per immergersi completamente nell’arte e confrontarsi con la nuda tela. Si tratta di un rapporto non filtrato dalle osservazioni del mondo reale, da influenze artistiche o dallo studio sui libri (i suoi figli le hanno sempre sconsigliato di “insegnare a dipingere”). Gli stessi Fiori, come ci spiega la nostra pittrice, nascono esclusivamente dalla sua mente e, per essere più chiari, dal flusso dei ricordi. In quei momenti il tempo si ferma per lei, lasciando il posto alla dimensione “altra” della memoria e dell’anima. Ad aiutarla in tale processo accorre la musica, in una contraddizione solo apparente con il silenzio di cui accennato, poiché la musica è da sempre un’arte che aiuta a “silenziare” i rumori esterni e perturbatori portati dalla vita di ogni giorno, e far scaturire così le energie creative interiori. E non è tutto, giacché Elisa mentre ascolta le proprie melodie preferite balla instancabilmente, esprimendo anche in questo modo e finalmente in piena libertà il proprio essere, con tutto il suo bagaglio emotivo. Se il processo è andato a buon fine, la mattina dopo, al risveglio, la tela sarà approvata e portata avanti fino al completamento, il quale non prevede cornici (salvo alcuni casi specifici, dove, comunque, la cornice è davvero minima). In caso negativo, quando Elisa non è soddisfatta da quanto uscito durante la “trance”, la tela sarà scartata. Se lei per prima non è convinta e colpita al cuore, vuol dire che l’opera non sarà in grado di instaurare un legame empatico con le persone, fallendo così quella che è per Elisa la prima missione dell’arte stessa. Ad ogni modo ci colpisce questo saldo legame tra arti sorelle, musica e pittura, che dimostra quanto la lunga diatriba su quale delle due fosse superiore (si pensi a Leonardo da Vinci, di cui a breve ci occuperemo) non abbia in fondo mai avuto grande senso, spazzata via da armonie dove note e colori si fondono, di fatto, in una sola cosa.

Alla luce degli elementi sin qui affrontati, facendo un successivo passo possiamo adesso apprezzare fino in fondo anche la “fisicità” presente nei dipinti di Elisa, fatta di addensamenti di colore, punti in cui la tela riaffiora, “tagli” e solchi lasciati visibili tra le tavole. Il procedimento creativo della Pintora come visto è certo interiore, ma allo stesso tempo molto corporeo, fatto di movimenti danzanti che influenzano il risultato sulla tela e, come vedremo, conseguentemente la tecnica pittorica. Questa fisicità ci ha colpito soprattutto in un caso, dove sono raffigurati delle navi in lontananza le cui vele paiono proprio dei “tagli”, che sembrano metafore di ferite interiori fuoriuscite per via riflessa. In altre parole la tela è come se fosse uno specchio, grazie al quale Elisa può conoscere meglio sé stessa e far conoscere la proprio sensibilità, il bisogno di rapporti umani autentici, di persone cui descrivere ciò che prova e con cui condividere il misterioso viaggio della vita.

 

Passando alla tecnica, questa consiste nell’uso essenzialmente della spatola e delle mani, da cui la consistenza pastosa, disomogenea e mutevole che invita l’occhio a non fermarsi mai su un solo dettaglio ma a seguire tutta la “melodia pittorica”. Ecco allora che, come poc’anzi accennato, a tratti si può veder comparire l’affascinante trama della tela, o il colore di base che Elisa usa ovunque: ovviamente questo non può che essere l’amato azzurro del mare. Questa libertà di tratto come naturale esito prevede un raro e parsimonioso uso del pennello, percepito come strumento troppo preciso e non adatto a dar voce alla fantasia né all’atavica spontaneità di cui è capace Elisa con la propria arte.

Svelati i caratteri distintivi del procedimento creativo e della tecnica, vorremmo ora dedicare qualche parola in più ad altri soggetti e in particolare a Mimì e ai Fichi d’India (la cui scoperta le ha fatto amare le piante grasse), giacché riassumo perfettamente la poetica artistica di Elisa Panfido. Mimì nasce a seguito di una «giornata molto triste» e la protagonista, una figura femminile come dice il nome stesso, è una sorta di “alter-ego” della pittrice. Proprio questa è l’opera dove fuoriesce maggiormente l’immagine della gabbia chiusa, accentuata dai punti di giunzione delle tavole – di recupero – utilizzate e che danno l’effetto di una grata invalicabile. Per Elisa Mimì è un’opera talmente importante da essere stata datata (Pasqua 2010), dettaglio non presente negli altri dipinti, e di certo possiamo dire che per lei è una compagna di vita, una figura consolatoria nei momenti dolorosi. Perché la vita è soprattutto bellezza come ci dice Elisa, ma in alcuni frangenti diventa una spaventosa prigione, dove soltanto la mente può viaggiare libera, sognare ed esprimere le proprie aspirazioni più alte. Il seme di questa sensazione di sentirsi talvolta in trappola scaturisce, in particolare, da quel peccato mortale che è l’indifferenza, radice di molti mali del mondo d’oggi e di molte ferite inferte al prossimo, spesso in modo freddamente inconsapevole. Se Mimì è un punto fermo e imprescindibile, anche altre opere indagano il “casino della vita”, ed ecco allora comparire per esempio un sasso, fisicamente attaccato alla tela, metafora di una testardaggine, forse, nel voler essere sempre positiva e nel fidarsi incondizionatamente delle persone. Atteggiamento naturale per Elisa e che riprenderemo in chiusura, alla base di molte belle amicizie, ma anche di spiacevoli e complicate situazioni personali. La fregatura, infatti, con le persone può celarsi dietro l’angolo e destabilizzare l’animo di Elisa, che al contrario del sasso è molto fragile. Passando ai Fiori e in particolare ai Fichi d’India, questi sono per lei metafora ideale delle persone. Come noi, difatti, hanno una moltitudine di colori, assumono posizioni differenti in grado di comunicare uno stato d’animo che può essere gioioso, solare o, viceversa, malinconico e angosciato per fare solo alcuni esempi. Come le persone, inoltre, i fiori (rossi, gialli, arancioni, rosa e azzurri in un tripudio di tonalità) possono indicare distacco e apatia o riavvicinamento ed empatia e, dunque, le due tele dedicate ai Fichi d’India non vogliono essere tanto una rappresentazione realistica degli assolati paesaggi siciliani. Nelle due tele non a caso ci ha subito colpito il dominio dei colori freddi, così lontani dalla nostra esperienza personale di quella meravigliosa e unica isola. Questo è dovuto al fatto che, coerentemente con quanto detto riguardo al procedimento creativo e alla tecnica (la base di azzurro), dal viaggio in Sicilia sono rimasti impressi ad Elisa il mare e, poi, quei curiosi frutti le cui spine non simboleggiano l’isolamento, ma, piuttosto, l’affollamento di persone, ognuna con la propria storia e direzione.

A termine della nostra chiaccherata Elisa ci svela un’importante lezione donatale dai genitori, che ci piace molto e per certi versi lascia aperto uno dei cammini da lei oggi affrontati in pittura, quello Verso la fede non ancora raggiunta. Il valore in questione, collegato alla fiducia verso il prossimo, è il far sentire gli altri sempre a proprio agio, accolti, tra pari. Ed è quello che per noi è il maggior pregio della pittura di Elisa, la quale ci accoglie tutti sottovoce tra le sue melodie di colori, chiedendo in cambio solo un sorriso, uno scambio di pensieri, emozioni e sguardi.

 

“MI SVEGLIAI DI SOPRASSALTO,
ACCESI LA LUCE,
MI GUARDAI ATTORNO
ED EBBI L’IMPRESSIONE DI NON 
RICONOSCERE LA MIA STANZA,
I MIEI OGGETTI,
I MIEI RICORDI.

SPALANCAI LA FINESTRA,
IL CHIARORE DELLA LUNA MI PERMETTEVA DI INTRAVVEDERE LA SAGOMA DELLE MONTAGNE.
AVVERTII IL DISAGIO,
LA SOFFERENZA DI CHI RICERCA SE STESSO.

MI MANCAVA IL MARE,
IL SUO PROFUMO,
IL RUMORE DELLA SUA RISACCA,
L’AMORE DI QUELL’UOMO.

TROVAI UNA VECCHIA TELA E LA RIEMPII COL MIO COLORE DEL SUO CALORE.

LENTAMENTE GIUNSE IL MATTINO, LE ONDE MI STAVANO CULLANDO.”

ELISA PANFIDO. 2012

 

L’arte “sottovoce” di Elisa Panfido
Quello che colpisce subito dell’opera di Elisa è la discrezione, la delicatezza che non s’impone, ma accoglie e chiede di essere accolta dall’osservatore, dimostrando il bisogno di comunicare dell’artista, di creare lentamente un legame emozionale profondo e poco avvezzo alle parole, che rischiano di essere di troppo. Le tre sale a Palazzo Finco, viste nell’insieme, sembrano un leggero e unico sussurro di colori che alla fine lascia un senso di autentico piacere, la consapevolezza che questa è Arte, perché non ha bisogno di troppe spiegazioni…
Ció la rende unica in un panorama generale votato all’usa e getta, alla rapidità e voracità consumistica, alla troppa filosofia spiccia e alle urla provocatorie di adulti rimasti adolescenti.
Lorenzo Berto – INIZIO – Spazio culturale.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.comune.castelfranco-veneto.tv.it/index.php?area=15&menu=224&page=2400&lingua=4
http://www.casadellapintora.it/

VIRTÙ, RAGIONE E FUNESTI PRESAGI. Il Fregio di Giorgione a Castelfranco Veneto tra astrologia e filosofia

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Giorgione, Fregio, 1498-1499 o 1502-1503 circa, particolare. Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione.

 

(Parte II)

Continuando con la nostra analisi eccoci al secondo medaglione, dove troviamo questa volta il volto di un ebreo, da identificarsi forse, giacché il condizionale resta d’obbligo, con il maggiore profeta dell’Antico Testamento, ossia Mosè o una figura tra suo fratello Aronne, il saggio re Salomone. Secondo un’altra ipotesi di lettura, visto il tipico copricapo indossato dagli ebrei europei nel Tardo Medioevo, potrebbe trattarsi invece, di uno studioso più prossimo all’epoca di Giorgione e in questo caso il nome fatto da Gentili è quello del provenzale Levi Ben Gerson (Gersonide). Vissuto nel XIV secolo, Gersonide scrisse sulla centralità del calcolo e degli strumenti di misurazione per scrutare il futuro e pronosticò per il 1345 conseguenze terribili a causa della congiunzione di Saturno, Giove e Marte nel segno del Cancro.  Assieme al primo medaglione ciò ci dice che i fondamenti scientifici e matematici della vera astrologia sono da ricercare nella cultura araba ed ebraica. Anche qui il volto ritratto è posto tra due iscrizioni veramente interessanti. Quella di sinistra, di cui non si conosce ancora la fonte, recita così: QUI IN SUIS ACTIBUS RATIONE DVCE DIRIVUNTVUR IRAM CELI EFFUGERE POSSUNT (quelli che nelle loro azioni si fanno guidare dalla ragione possono sfuggire all’ira del cielo), mentre la seconda dice: FORTUNA NEMENI PLUS QUAM CONSILIUM VALET (per nessuno la fortuna vale più del senno). Questa riprende un brano tratto da Publilio Sirio (Sententia), «Fortuna hominibus plus quam consilium valet» invertendone, però, il senso originario. Adesso abbiamo finalmente tutti i mezzi per comprendere la prima sequenza del Fregio e così gran parte del suo messaggio. Esso è un monito contro l’ira del cielo che, come vaticinato da Gersonide nel 1345 e più tardi dall’Abioso ad esempio tra l’ottobre del 1503 e il giugno del 1504, quando vede la congiunzione di Saturno, Giove e Marte in Cancro, ancor più se accompagnata da eclissi (si osservi la seconda sequenza) porta tremendi cataclismi. Di fronte alle forze indomabili dell’universo, l’uomo può solo affidarsi alla virtù e alla ragione.

Giunti a questo punto, dopo un’altra breve parentesi dedicata ad alcuni diagrammi planetari, ci imbattiamo nella terza sequenza che, come anticipato, risulta “stonare” rispetto le altre. Si tratta di quella dedicata alla guerra, fonte di disarmonia e rottura, definita da Leonardo da Vinci in modo molto incisivo «pazzia bestialissima» (ed. 1997, par. 173). Le perturbazioni cosmiche provocano conflitti bellici che a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento sono innanzitutto le “guerre d’Italia”, ma anche lotte tra fazioni e sette religiose, carestie e innumerevoli altre sciagure climatiche e sociali. In questa parte, riassunta visivamente dai due trofei d’armi con elmo a visiera e lance per uno e testa leonina bifronte e spade incrociate per l’altro, compare al centro quello che potrebbe essere il busto di Alessandro Magno, condottiero di cui si elogiava la magnanimità (si pensi ad Alessandro Magno e la famiglia di Dario del Veronese). Ai suoi lati ecco altre due tabelle richiamarci a un certo distacco intellettuale e filosofico dagli avvenimenti che hanno interrotto l’armonia dell’universo, indicandoci una visione morale ed etica da seguire. La prima recita FORTIOR QVI CVPIDITATEM VINCIT QVAM QVI HOSTEM SVBTICIT, ossia “è più forte chi vince la cupidigia di chi sconfigge il nemico”, che reinterpreta un brano dei Proverbia di Publilio Siro. La seconda SEPE VIRTVS IN HOSTE LAVDATVR che tradotto significa “spesso nel nemico si loda il valore”. Si tratta di due insegnamenti che vogliono dimostrare la pazzia della guerra, la pochezza del valore dimostrato in battaglia rispetto a quello conquistato con le vittorie interiori, riportando il tutto a un livello di umanità che vede anzi nel nemico, qualità degne di rispetto e riconoscimento. È chiaro che questa sequenza, brusca e breve quasi a “voler proseguire oltre velocemente” (A. Gentili 1999) è un punto nodale dell’intero Fregio, e acquista un significato centrale riassunto perfettamente da Silvio D’Amicone: «nel suo ruolo di avversaria della virtù, la guerra si configura come avversaria tout court e persino come prototipo di ogni avversità possibile: un monito che si guadagna la propria centralità nell’opera perché non vada affatto trascurato» (2009). Conseguenza di tale impostazione è la mancanza nel Fregio di qualsiasi volontà di elogiare le virtù miliari, giacché anch’esse in definitiva allontanano dalla vera sapienza.

A venirci in soccorso per condurci presto fuori dai pensieri e dalle conseguenze funeste prodotte dalla guerra, compare nella stessa sequenza un salterio, che ci introduce, finalmente, alle arti, iniziando da quelle musicali. Gli strumenti visibili sono in ordine: un clavicordo; un liuto; una viella; dei flauti custoditi in una sacca; un archetto; una sonagliera; una ghironda; un secondo clavicordo sormontato da tamburello e cimbali. All’inizio della nostra analisi si è rilevato il gesto assurdo di strappare il busto posto in questo punto, producendo danni irreparabili ai due motti postigli accanto, tanto che su quello di sinistra si possono solo fare supposizioni mentre quello di destra è del tutto incomprensibile. Partendo dal presupposto che l’uomo effigiato sia Orfeo, sul primo (VER […] DU […] MU […] […] A […]) si possono dare più possibilità, legate in senso stretto alla musica o piuttosto riconducibili al tema generale che sottende l’intero Fregio. Nel primo caso si può pensare a un passo dell’Ecclesiasticus, «La parola dolce moltiplica gli amici» (VI, 5) o leggervi «è duro ascoltare la verità, dolce ascoltare la musica» (G. Fossaluzza 2009). Nell’altro ordine d’interpretazione, quello proposto da Gentili per intenderci, le iniziali rimaste potrebbero essere lette così: «a verità conduce il mondo da qualche parte o in qualche modo». A parer nostro questo è l’unico caso, dove la proposta di Augusto Gentili risulta più debole, sebbene possa, in effetti, per vari motivi essere quella astrologica la strada giusta. Di sicuro sarà difficile ottenere un responso definitivo alla luce delle numerosi possibilità d’interpretazione, cui le poche lettere superstiti lasciano spazio. Tale problema, inoltre, mantiene aperto anche il significato degli strumenti stessi, che secondo Gentili è indubbiamente negativo, poiché essi sono privi delle corde necessarie a suonare e possono, dunque, creare solamente un disarmonico frastuono o al massimo un perturbante silenzio.

Dopo la musica è la volta della pittura, o meglio dello studio di un pittore con scarse capacità. In apertura, infatti, troviamo un rozzo e sciatto busto di San Giovanni Battista e più avanti su di un cavalletto una donna (faunessa?) con un bambino (Dioniso?). Nel mezzo compare una cassa dalla serratura senza chiave; una custodia decorata per colori; una ciotola con il suo pennellino; un libro aperto con disegni alquanto semplici di prospettiva. Di seguito l’ultimo motto e il busto da identificare con ogni probabilità con «il mitico fondatore dell’arte pittorica» ossia Apelle (si osservino le due iniziali maiuscole “A” e “P”). Chiude il lungo fregio, una sequenza che pare superflua, poiché il tema della pittura è già stato abilmente riassunto poco prima. Secondo Gentili questa parte con scodelline, pennelli legati tra loro, stampi e ritratti vari, potrebbe alludere alle idee dell’Abioso, alla “medicina astrologica” e ricondurre così alla sfera magica legata alla preparazione erboristica. L’incertezza anche in questo caso rimane perché «bisognerebbe avere le chiavi per aprire quella misteriosa serratura» (A. Gentili 1999) per trovare delle risposte.

Alla fine del Fregio rimane proprio un profondo senso di ambiguità e insicurezza.  Se la frase SI PRVDENS ESSE CVPIS FVTVRA PROSPETVM INTENDE (se vuoi essere saggio volgi lo sguardo alle cose future) potrebbe assurgere, difatti, a consiglio per superare le difficoltà, il busto che seguendolo finisce inesorabilmente col guardare un riquadro vuoto indicherebbe l’esatto opposto. Insomma il saggio abbandonato a se stesso dovrà saper affrontare qualsiasi infausto presagio grazie all’arte divinatoria e dovrà altresì riempire da solo quella tabella, grazie alla sapienza acquisita attraverso lo studio, l’applicazione delle arti e l’esempio dei maestri passati. Tutto ciò apre però a nuovi dubbi, perché se bisogna ricercare la verità, come può la pittura «che è arte della simulazione per eccellenza» (S. D’Amicone 2009) esserci utile? Silvio D’Amicone trova un’interessante via di decodificazione, vedendo la pittura come subordinata alla sfera intellettuale, semplice strumento materiale all’interno di una visione che esalta la sapienza astronomica e matematica.

 

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Giorgione, Fregio, 1498-1499 o 1502-1503 circa, particolare. Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

L. DA VINCI, Trattato della pittura; ed. a cura di M. DOTTI CASTELLI, Colognola ai Colli (Vr) 1997, par. 173.

E. M. DAL POZZOLO, Pittura Veneta; Milano 2010, p. 149.

E. M. DAL POZZOLO & L. PUPPI (a cura di), Giorgione; catalogo della mostra (Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione, 12 dicembre 2009-11 aprile 2010), Ginevra-Milano 2009.

S. D’AMICONE, Le arti dell’oracolo; in E. M. DAL POZZOLO & L. PUPPI (a cura di), Giorgione; catalogo della mostra (Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione, 12 dicembre 2009-11 aprile 2010), Ginevra-Milano 2009, pp. 87-112.

G. FOSSALUZZA, Castelfranco, la Marca e Treviso; in L. PUPPI – E. M. MARIA DAL POZZOLO – G. FOSSALUZZA (a cura di), Le vie di Giorgione nel Veneto, Ginevra-Milano 2009, pp. 35-45.

A. FREGOLET, Giorgione; collana Art Book, n° 24, Milano 2006.

A. GENTILI, Da Tiziano a Tiziano. Mito e allegoria nella cultura veneziana del Cinquecento; Roma 1988.

A. GENTILI, Giorgione; Art & Dossier n° 148, Firenze 1999.

M. A. MICHIEL, Notizia d’opere del disegno; ed. critica a cura di T. FRIMMEL, Vienna 1896, ristampa anastatica, Firenze 2000, p. 53.

M. PASTORE STOCCHI, Giovan Battista Abioso e l’umanesimo astrologico a Treviso; in M. MURARO (a cura di), La letteratura, la rappresentazione, la musica al tempo e nei luoghi di Giorgione, Atti del Convegno (Castelfranco Veneto 1978), Roma 1987, pp. 17-38.

G. VASARI, Vita di Giorgione da Castelfranco; in Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, ed. integrale, Roma 2007, pp. 568-571.

VIRTÙ, RAGIONE E FUNESTI PRESAGI. Il Fregio di Giorgione a Castelfranco Veneto tra astrologia e filosofia

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Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione, Sala del fregio delle arti liberali e meccaniche.

 

(Parte I)

Vivide sono ancora nei miei ricordi, le lezioni di Storia dell’Arte Moderna tenute dal professor Augusto Gentili all’università Ca’ Foscari di Venezia, duranti i primi anni universitari, quando optai, con stupore di amici e compagni di studio, per i suoi due corsi tra quelli a scelta, certo non i più facili. Del grande studioso di origini romane ma innamorato della pittura veneta, mi colpiva – e mi colpisce ancora oggi – il coraggio nel proporre riflessioni nuove, talvolta scomode, fuori dal coro e osteggiate, comunque sempre punto di partenza per dibattiti da cui sono scaturite ulteriori scoperte e letture iconologiche su Tiziano, Veronese, Tintoretto e altri maestri veneti. Un esempio sono le sue parole poco lodevoli per la Tempesta (1507-1508, Venezia, Gallerie dell’Accademia) di Giorgione (1477/1478-1510), in effetti, troppo spesso osannata a sproposito poiché semioticamente “reticente” e piena di rimaneggiamenti. Al contrario dell’artista nativo di Castelfranco Veneto, nella Marca trevigiana, a Gentili interessava molto più un’opera complessa, problematica e sfaccettata come il Fregio (1498-1499 o 1502-1503 circa, Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione) dipinto a chiaroscuro di terra gialla lumeggiata a biacca e con ombreggiature a bistro. Proprio su di esso oggi ci soffermeremo, a voler ripercorrere l’affascinante e – per noi – condivisibile lettura fattane da Augusto Gentili e, idealmente, recuperare quegli entusiasmanti anni universitari.

 

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Giorgione, Fregio, 1498-1499 o 1502-1503 circa, particolare. Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione.

 

Sin dalle sue più remote origini la speculazione filosofica tenta di decodificare e poi spiegare l’universo, in una chiave possibilmente “accettabile” e tranquillizzante (A. Gentili 1988). Se i pensatori iconici, una volta fatti propri i concetti di “uno” e “infinito”, giunsero a inquietanti conclusioni riguardo tutto quello che vi sta nel mezzo, delineando una situazione di “conflitti cosmici” tra contrari che può condurre alla distruzione della realtà conosciuta, i Pitagorici intrapresero una strada ben diversa. Definito l’uno come “archetipo indivisibile” in cui coesistono il pari e il dispari, essi vedevano i contrari non necessariamente come avversi tra loro ma, piuttosto, in un rapporto dialettico e armonioso nonché potenzialmente di complementarietà. Questa breve parentesi introduttiva è assolutamente doverosa prima di affrontare l’enigmatico Fregio, che per molti aspetti anticipa quello che è il capolavoro di Giorgione, ossia I tre filosofi del Kunsthistorisches Museum di Vienna (datato al 1504-1505 è chiamato anche I tre astrologi o le Tre religioni) che il Michiel vide in casa di Taddeo Contarini nel 1525. Senza entrare nel merito basti dire che entrambe le opere riconducono a un ambiente culturale ristretto, cristiano ma legato da vari fili all’ebraismo e al pensiero di Giovan Battista Abioso (di cui parleremo), motivo che starebbe alla base di quell’alone di mistero che circonda Zorzi da Castelfranco, costretto a dover cautamente celare alcuni messaggi contenuti nei suoi dipinti.

Conservato nel salone del piano nobile, eccetto per il profilo di imperatore romano strappato nell’Ottocento per finire incomprensibilmente nella privata abitazione Rostirolla Piccini, il Fregio si divide nelle pareti est e ovest per un totale di quasi 32 m di lunghezza. Probabilmente anche i due lati brevi dovevano essere decorati, ma ad ogni modo noi ci occuperemo in questa sede solamente di quello che si sviluppa nel lato est, poiché l’unico che per la maggior parte degli studiosi è ascrivibile al Giorgione. La parte ovest è quasi certamente opera di bottega o meglio di un epigono di poco successivo, giacché si presenta molto più disordinata e discordante sul piano dei contenuti, con armi, libri, strumenti musicali e di misurazione associati senza alcun preciso criterio né ordine. La struttura del nostro affresco è pentapartita, con le prime due sezione che ricoprono un ruolo gerarchicamente preminente, mentre la parte centrale, che come vedremo è “dissonante” rispetto le altre, si mostra minore sul piano dello spazio, come se la si dovesse affrontare “velocemente per poi proseguire oltre”. Nella descrizione che Dal Pozzolo dà del Fregio, egli scrive che Giorgione vi « svolse una complessa allegoria che esortava ad affrontare le difficoltà dei tempi praticando le virtù sapienziali, astrologiche, belliche e artistiche. Un tema insolito che attesta non comuni frequentazioni umanistiche e che Giorgione costruì immaginando una sequenza di oggetti monocromi posti su una mensola fittizia, intervallati a teste e tabelle con motti latini. L’effetto è quello di una srotolata, lunghissima natura morta ante litteram» (E. M. Dal Pozzolo 2010). Se tale concisa descrizione riassume piuttosto fedelmente il significato del dipinto, Gentili (1999) e D’amicone (2009) propongono, però, una lettura differente del riquadro con le armi come vedremo in seguito. Il Fregio non è comunque, come taluni ancora dicono, una semplice rappresentazione delle arti liberali, poiché contiene un messaggio a tratti spaventoso, debitore delle conoscenze astronomiche del tempo, in particolare del citato Abioso (vissuto a cavallo tra XV e XVI secolo). Di origini campane, egli fu un celebre matematico, medico e filosofo, resse una scuola di astrologia a Treviso e fu l’autore del Dialogus in astrologiae defensionem cum vaticinio a diluvio usque ad Christi annos 1702. Stampato a Venezia nel 1494 questo libro non solo parla dell’Anticristo, ma descrive in modo puntuale gli anni 1503, 1524 e 1702 come assolutamente infausti e catastrofici. Si guardi bene che alla fine Quattrocento e nei primi del Cinquecento i messaggi di questo genere erano diffusissimi, veicolati da testi a stampa, incisioni e sermoni sia laici sia religiosi. Gli astrologi d’altro canto erano tenuti in grandissima considerazione. Salvo coloro che operavano all’interno delle varie corti europee, a tutti gli effetti “ciarlatani” che per ingraziarsi i propri signori davano loro solo “notizie buone”, costoro avevano ottime conoscenze matematiche e astronomiche ed erano stimati personaggi come il nostro Abioso.

Iniziamo allora ad analizzare nel dettaglio il lungo Fregio e ci imbattiamo subito in una serie di libri, aperti o chiusi, taluni appoggiati ad una mensola, chiari riferimenti all’importanza della conoscenza. Passato questo primo riquadro compare il volto di un sapiente, il cui copricapo ci porta in modo inequivocabile in Medio Oriente e nella cultura araba. Costui per lo più è stato interpretato come il «grande padre delle scienze celesti, Tolomeo egizio» (A. Gentili 1999). L’altro nome proposto è quello di Abu Mas’shar (vissuto nel IX secolo in occidente era conosciuto come Albumasar) protagonista assieme a Tolomeo del Dialogus dell’Abioso, che li chiama entrambi in causa per contrastare le «obiezioni preconcette di un “superstizioso sofista”» (A. Gentili 1999). Questo splendido “ritratto” è preceduto da un monito che più terribile non potrebbe essere: UMBRE TRANSITUM EST TEMPUS NOSTRUM traducibile in “il nostro tempo è il passaggio di un ombra” (Sapienza II, 5). Il tema della pochezza del tempo a nostra disposizione e della precarietà di ciò che lasciamo (nulla è più labile e sfuggente di un’ombra), non a caso è accompagnato da una clessidra posta sulla mensola accanto, «il più ansiogeno strumento di misurazione del tempo» (A. Gentili 1999). L’inizio è davvero da cardiopalma, mettendoci subito in allerta, ma la seconda scritta ci dà presto un’alternativa più ottimista: «SOLA VIRTUS CLARA AETERNAQUE HABETUR» (Sallustio, Bellum Catilinae 1, 4) che significa “solo la virtù appare chiara ed eterna”. Questo prezioso insegnamento è seguito da altri libri chiusi e strumenti di misurazione (tavola, riga e compasso) che ci portano alla sequenza successiva. Molto ampia e ordinata essa è composta da: una sfera celeste con costellazioni, segni zodiacali, la falce di luna e il sole antropomorfo; un sestante; una sfera armillare che nel cartiglio-didascalia cita la Sphera mundi, testo di Giovanni Sacrobosco la cui prima edizione veneziane è datata 1478; le figure delle eclissi di luna e di sole; l’immagine di un calcolo geometrico; tre compassi; un bellissimo astrolabio piano con nastrini svolazzanti; una figura geometrica; un regolo a squadra. Interessante notare che l’astrolabio riprende quello presente nel frontespizio dell’Epytoma in Almagestum Ptolomei (edita a Venezia nel 1496), dove l’autore Giovanni da Monteregio (o Regiomontano) siede accanto a Tolomeo abbigliato come un re. Le citazioni dirette o indirette dei due grandi studiosi Giovanni Sacrobosco e Giovanni Regiomontano vanno lette come un consiglio a fondarsi oltre che su buoni strumenti anche su maestri affidabili.

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Giorgione, Fregio, 1498-1499 o 1502-1503 circa, particolare. Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione.

 

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.italianways.com/il-fregio-di-casa-pellizzari-di-giorgione-nostalgia-di-una-storia-interrotta/

Il Fregio – Castelfranco Veneto