GIOVANNI BELLINI: PADRE DELLA PITTURA VENETA. A Conegliano Bellini e Belliniani dall’Accademia dei Concordi di Rovigo


Gerolamo da Santacroce, Madonna con il Bambino e il donatore tra i santi Giovanni Battista, Francesco, Gerolamo e Sebastiano, secondo decennio del XVI secolo. Rovigo, Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi.

 

Il 25 febbraio scorso chi scrive ha avuto il piacere di visitare, con il primo gruppo in assoluto grazie alla Delegazione FAI di Bassano del Grappa, una mostra davvero particolare incentrata non tanto su un grande artista, ma su ciò che egli riuscì a lasciare in eredità alle generazioni successive. In tempi come i nostri, nei quali spesso si definisce “logoro” – e logorante – il lavoro di maestro nelle scuole pubbliche – e non -, la figura di Giovanni Bellini (1426-1427 circa – 1516) diventa per molti aspetti un possibile e inaspettato punto di riferimento. Giambellino, infatti, non è solo uno straordinario pittore, ma anche un esempio da seguire per la capacità che ebbe nel trasmettere ad allievi e collaboratori, valori e prototipi su cui poter costruire strade nuove e autonome. La mostra in corso a Conegliano (Palazzo Sarcinelli, 25 febbraio – 18 giugno 2017), proprio per questa ragione, forse, deluderà chi si aspetta di vedere molti capolavori di Giambellino, poiché solo due dipinti sono propriamente autografi. Al contrario Bellini e belliniani dall’Accademia dei Concordi di Rovigo risulterà una gradita sorpresa per chi, mosso da sana curiosità, saprà apprezzare il lavoro svolto dai curatori Giandomenico Romanelli e Franca Lugato, nel raccontare la sua bottega e il ruolo da essa svolto nella pittura veneta.

Per fare ciò bisogna tenere in considerazione due aspetti. Il primo è che come indicato dal titolo, si tratta di una mostra incentrata su una selezione ristretta di opere provenienti dall’Accademia dei Concordi di Rovigo, eccetto per una delle due Circoncisioni del discepolo Marco Bello, entrambi comunque riproposizioni del noto dipinto di Giovanni Bellini conservato alla National Gallery di Londra. Il secondo è che nel 2016, per celebrare i cinquecento anni dalla morte del Bellini si sono organizzati innumerevoli eventi anche a livello internazionale lui dedicati e, quindi, più interessante poteva essere proprio l’idea di guardare al suo lascito artistico, per andare oltre il singolo e scoprirne così i frutti.

Partendo allora dai dipinti di Bellini ammirabili a Conegliano, due per l’appunto, ossia la Madonna con il Bambino (1470 circa) e il Cristo Portacroce (1510 circa), opere fondamentali per motivi che presto analizzeremo, s’incontreranno tra gli altri Palma il Vecchio, Gerolamo da Santacroce, Sebastiano Florigerio, Dosso e Battista Dossi. I due dipinti esposti del Giambellino ricoprirono un ruolo importantissimo tra XV e prima metà del XVI secolo nello sviluppo dell’iconografia mariana per eccellenza (di derivazione bizantina), che vede protagonista la Vergine mentre tiene in braccio il Bambino e in quella del Cristo sofferente. Nel primo caso il volto assorto, malinconico di Maria lascia presagire il sacrificio di Gesù il quale, terrorizzato alla scoperta del destino che lo attende sembra – molto umanamente – voler sfuggire a esso (si guardi la manina sinistra, la bocca spalancata e il movimento del piedino destro). Certo, qui siamo attorno al 1470 e il paesaggio, che diventerà elemento distintivo per Giambellino, luogo simbolico e teologico per eccellenza latita ancora, se non fosse per il cielo terso sullo sfondo. Eppure appare chiaro, guardando le opere di medesimo soggetto esposte ed eseguite da allievi, discepoli, collaboratori e seguaci come Nicolò Rondinelli, Pasqualino Veneto e Jacopo da Valenza, che la Madonna con il Bambino – e altre opere analoghe per iconografia – di Giambellino furono per loro punto di riferimento imprescindibile. Ciò si riscontra sia per l’immagine assorta di Maria, sempre maternamente preoccupata per il proprio figlio, sia sul piano teologico per la centralità data – per via indiretta – alla Passione e alla verità di fede che definisce Gesù come «vero Dio e vero uomo».

 


GiovanniBellini, Madonna con il Bambino, 1470 circa. Rovigo, Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi.

 

Proseguendo nel percorso s’incontra una sezione dedicata alle Devote meditazioni, definizione – corretta e condivisibile – sempre più adottata dagli studiosi e dagli storici dell’arte. In passato intitolate “sacre conversazioni”, questo tipo d’immagini erano commissionate soprattutto per la devozione privata e la formazione cristiana dei più piccoli, chiamati a riconoscere gli esempi dei santi e i primi rudimenti della fede. Esse, però, non proferiscono alcuna parola sono totalmente “silenti”, sempre che si possa dire di quadro che sappia parlare. Le devote meditazioni, che non si riferiscono a nessun passo biblico e non hanno intento narrativo, in altre parole non rappresentano discussioni teologiche tra i santi e le figure più sacre, giacché si tratta di formidabili strumenti ideati con il preciso scopo di supportare contemplazione e meditazione personali. Qui spiccano la Madonna con il Bambino e il donatore tra i santi Giovanni Battista, Francesco, Gerolamo e Sebastiano (secondo decennio del XVI sec.) di Gerolamo da Santacroce e la Madonna con il Bambino tra i santi Gerolamo ed Elena (secondo decennio del XVI sec.) di Palma il Vecchio. Senza dimenticare la Madonna in trono con il Bambino tra i santi Gerolamo, Pietro, Paolo, Antonio abate e Nicola da Tolentino di Dosso e Battista Dossi, ormai molto tarda (siamo nel quarto decennio del Cinquecento), dove l’eco, per la verità flebile di Giovanni Bellini giunge attraverso Lorenzo Lotto. In questi dipinti ad ogni modo il paesaggio è – finalmente – “belliniano” nelle atmosfere armoniose dei piccoli borghi e della vita agreste, negli azzurri dei cieli e delle montagne; diventa protagonista, elemento idealizzato e sublimato affinché aiuti in modo efficace – e, perché no piacevole, essendo la natura frutto della Creazione divina – la preghiera.

 


Giovanni Bellini, Cristo Portacroce, 1510 circa. Rovigo, Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi.

 

Emozionante poi, la sezione dedicata all’Imago Christi, dove il Cristo portacroce di Giambellino è senza ombra di dubbio l’opera principale, capace di mettere in secondo piano tutte le altre nonostante le sue piccole dimensioni (48,4 x 27 cm). La scelta, difatti, di restringere il campo e tagliare gran parte della croce per concentrare tutta l’attenzione sul volto di Gesù, caratterizzato dagli occhi rossi, quasi sanguinanti, raggiunge risultati altissimi e non eguagliati nelle opere circostanti. Sia Francesco Bossolo sia Jan Mostaert, invero, non hanno saputo creare quel dialogo diretto e senza scappatoie tra il Cristo e l’osservatore. Nemmeno il citato Florigerio è riuscito a eguagliare il maestro nel suo Compianto sul Cristo morto con donatore e angeli recanti i simboli della Passione (1533), dipinto lodevole se non fosse per gli angioletti poco riusciti della parte superiore. Giovanni Bellini ha così creato un’immagine di forte impatto emotivo, dove sono espresse sapientemente e senza scadere nel facile patetismo il dolore, il senso di solitudine nel dover portare il peso del peccato dell’umanità, l’immenso e umano sconforto che Gesù dovette provare nell’ora del sacrificio estremo. Durante tutto l’arco della sua carriera Bellini seppe comunicare la fede cristiana in modo chiaro, andando al cuore del suo messaggio come dimostra questo sublime capolavoro.

Chiudendo vogliamo ricordare la sala dedicata ai rapporti con l’arte tedesca e in particolare con Dürer, del quale vale la pena citare le parole da lui scritte in una lettera del 1506: «Fra gli italiani ho molti buoni amici che mi avvertono di non familiarizzare troppo coi pittori locali. Molti di loro mi sono nemici, e vanno copiando i miei lavori nelle chiese e dovunque li possono trovare; e, per di più, dopo disprezzano anche il mio stile…Giovanni Bellini invece mi ha lodato davanti a molti nobili, e voleva avere qualche cosa di mio. È infatti venuto egli stesso da me, e mi ha chiesto di dipingergli qualche cosa, promettendo che l’avrebbe pagato bene. Tutti mi avevano detto che era un grand’uomo, e infatti lo è, e io mi sento veramente amico suo. È molto vecchio, ma certo è ancora il miglior pittore di tutti.»

In un bellissimo saggio del catalogo redatto in occasione della mostra, Augusto Gentili rileva con arguzia e intelligenza che Giovanni Bellini fu davvero un “grande vecchio”. Riprendendo gli studi dettagliati di Daniel Wallace Maze sulla data di nascita, Gentili dà ragione al Vasari che nelle Vite scrisse che Bellini morì a novant’anni. Oggi questo dato è, forse, definitivamente assodato, liberando in tal caso il campo dai dubbi sul ruolo che Giambellino svolse nella pittura veneta. Riassumendo velocemente Giambellino non fu figlio di Jacopo, ma il fratellastro nato da un tardivo secondo matrimonio del padre Nicolò. Ecco perché Anna Rinversi non nomina Giovanni nel testamento del 1471, poiché non è suo figlio ma lo zio di poco più anziano di Gentile (nato tra il 1429 e il 1435), con il quale la differenza d’età era minima. Giovanni Bellini fu un anziano maestro sotto ogni punto di vista insomma a cominciare dal dato anagrafico e dal modo in cui visse gli ultimi anni di vita, non smettendo mai di cercare liberamente strade nuove in pittura, senza l’ossessione del denaro, del volere dei committenti o di ricercare la perfezione stilistica. Lo fu, infine, per il suo buon carattere che lo fece lodare da Dürer e per aver lasciato un’eredità enorme, dalla quale le generazioni successive poterono tracciare percorsi inediti fino a Jacopo Tintoretto, presente nell’ultima sala di quest’apprezzabile mostra a Conegliano.

 


Palma il Vecchio, Madonna con il Bambino tra i santi Gerolamo ed Elena, secondo decennio del XVI sec. Rovigo, Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

E. M. DAL POZZOLO, Pittura Veneta; Milano 2010.

A. GENTILI, Giovanni Bellini; Art & Dossier n° 135, Firenze 1998.

M. LUCCO & GIOVANNI C. F. VILLA (a cura), Giovanni Bellini; catalogo della mostra (Roma, Scuderie del Quirinale, 30 settembre 2008 – 11 gennaio 2009), Milano 2008.

G. ROMANELLI, Una bottega che ha fatto scuola. Giovanni Bellini e i belliniani a Conegliano (Treviso); in Art & Dossier n° 341, rivista, Firenze-Milano 2017, pp. 64-69.

G. ROMANELLI & F. LUGATO (a cura di), Bellini e belliniani dall’Accademia dei Concordi di Rovigo; catalogo della mostra (Conegliano, Palazzo Sarcinelli, 25 febbraio – 18 giugno 2017), Venezia 2017.

A. TEMPESTI, Giovanni Bellini; Milano 1998.

G. VASARI, Vita di Iacopo, Giovanni e Gentile Bellini pittori viniziani; in Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, ed. integrale, Roma 2007, pp. 454-461.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.mostrabellini.it/it/ufficio-stampa.html

 

 

 

INDIMENTICABILI SCORCI DA CONEGLIANO

Sabato scorso, 25 febbraio, con la Delegazione FAI di Bassano del Grappa abbiamo avuto il piacere di visitare la splendida Conegliano, piccolo centro del trevigiano ricco di arte, storia e tradizioni. L’occasione era l’inaugurazione della mostra curata da Giandomenico Romanelli Bellini e Belliniani dall’Accademia dei Concordi di Rovigo. A breve scriveremo il nostro racconto della mostra, ma, intanto, grazie anche al bel tempo vi regaliamo qualche caratteristico scorcio di Conegliano, con la sua piazza, la “Contrada Granda”, l’Accademia, il Duomo, la Scuola dei Battuti, gli affreschi di Francesco da Milano e Lodewijk Toeput, divenuto celebre in Italia con il nome di Ludovico Pozzoserrato (nato ad Anversa nel 1550 ca., morì a Treviso nel 1604/1605) .