IL CANTO DELLA CERAMICA. DIEGO POLONIATO E LE FANTASIOSE POESIE DEI CUCHI


«Cose piccole da portare in giro, poiché, oggi i tempi sono cambiati e non è più la gente ad andare al laboratorio ma l’artigiano/artista a doversi muovere, in un mondo divenuto molto competitivo».

Con queste parole ha avvio la piacevole e conversazione con Diego Poloniato, maestro della ceramica cresciuto in una famiglia di artisti-artigiani. Come ci racconta Diego suo padre Domenico gli ha trasmesso sin da bambino la passione per quest’arte, sia all’interno del laboratorio gestito dalla moglie, sia perché fu insegnante all’Istituto d’Arte di Nove e, per “deformazione professionale”, propenso alla trasmissione del sapere. La nostra storia di oggi parte dunque dalle radici, da quando Domenico Poloniato iniziò a dodici anni la propria esperienza nella ceramica con la manifattura Barettoni (che aveva acquistato la storica ditta Antonibon nel 1907). Qui lavorava già il nonno Antonio e molti altri Poloniato o parenti acquisiti di altre famiglie novesi tanto da dare vita al detto:

«Sensa i Poloniati e i Comacchio la Barettoni non ‘ndaria vanti».

Antonio Poloniato portò i propri figli a lavorare presso la Barettoni, in un’epoca in cui c’era molta richiesta, ma le paghe erano basse e si doveva iniziare presto a lavorare, pur di mantenere la famiglia. A riguardo, Diego ci racconta che nonno Antonio svolgeva la mansione di tornitore, nel momento in cui suo padre iniziò come semplice garzone “tuttofare”. La passione di Domenico per la ceramica, era così innata e forte da spingerlo a rimanere in ditta oltre gli orari di lavoro, al fine di accrescere le proprie abilità e conoscenze ritoccando i modelli consumati del ‘700, recuperandone i dettagli più usurati. Proprio la prima fase della creazione del modello, della forma-madre o stampo – che dir si voglia – da cui poter trarre il numero di pezzi desiderati è quella più creativa, la più delicata e costosa, dove sono richieste abilità che solo pochi hanno o riescono a maturare. Il legame instaurato così precocemente con i capolavori dei grandi maestri ceramisti del passato, Domenico lo trasmetterà a Diego – come vedremo in seguito -, unico dei fratelli che deciderà di seguire a tempo pieno le orme paterne. Una volta compiuti i diciotto anni Domenico fondò la sua prima fabbrica (sic!), L’Arca, assieme ad altri cinque soci: esperienza terminata dopo pochi anni cui seguirono quelle presso la Zanolli-Sebellin e la Spiller. Filo conduttore di queste fasi giovanili è che Domenico si occupò sempre della modellazione, distinguendosi per le proprie creazioni. Passato il concorso per l’insegnamento, Domenico decise, però, di iniziare quella che sarebbe diventata la sua – trentennale – esperienza come docente presso il citato Istituto d’Arte di Nove, dove per un anno, come ci racconta con affettuosa nostalgia Diego fu suo professore. Giungiamo così a quello che potremmo definire il passaggio di consegne tra padre e figlio, poiché, una volta conseguito il diploma di Maestro d’Arte a termine dei primi tre anni di studi superiori, Diego entrò subito in fabbrica. A quei tempi, per la verità non lontani dai nostri eppure così diversi, le possibilità d’impiego erano infinite e si poteva passare da una ditta all’altra con enorme facilità, anche solo per cambiare ambiente e trovare nuovi stimoli di là da questioni economiche. Diego, d’altronde, sin da bambino ci svela di aver sempre preferito l’aspetto manuale più ancora di quello ideativo, sebbene come lui stesso riconosce:

«non raggiungerò mai sul piano tecnico mio padre, il quale a dodici anni faceva cose già straordinarie, ma forse sono meno “schematico” e più “fantasioso” di lui».


Finite le superiori fu il padre stesso a spingere Diego a uscire dal laboratorio di famiglia, non tanto per imparare il mestiere, ma piuttosto per capire i valori del rispetto, dei turni sul lavoro, cosa significasse “stare sotto padrone”, tanto che tutt’oggi Diego, pur lavorando in proprio, è molto ligio sugli orari. Uno dei particolari più belli che escono dalla nostra amichevole chiacchierata è sentire come Domenico coinvolgesse tutti i figli nella propria attività, con piccoli lavoretti o chiedendo una mano nel tempo libero. Fu durante questi preziosi momenti che Diego comprese quanto la ceramica sarebbe stata la sua vita. Egli rimaneva in laboratorio, al fianco del padre, molto più tempo dei fratelli e finì col trasformare la produzione dei cuchi e arci-cuchi, che era più un passatempo per Domenico rispetto al modellare, nella sua specializzazione.


«Galli, civette, ussari a cavallo, pagliacci, pinocchi ed altri animali, tutti pezzi realizzati interamente a mano, semirefrattari policromi cotti ad alte temperature (1150/1180° C) greificati e trattati con ossidi puri».

Questa peculiare predilezione di Diego verso i cuchi continua tutt’oggi nel laboratorio che fu del padre (ritenuto da tutta la famiglia, un valore da tramandare e difendere), luogo abitato da figure buffe e simpatiche, sempre frutto di autentica fantasia. Diego ci spiega, infatti, che i suoi pezzi non derivano dall’interpretazione diretta di altre opere o dalla lezione dei maestri del passato, ma che la sua fantasia, semmai, è alimentata in primo luogo dalla lettura e dal ricordo delle favole classiche e dei libri per bambini. In altre parole la sua arte trae la propria linfa vitale dal potere dell’immaginazione, capace di tramutare suggestive storie fantastiche in opere uniche e tangibili, che catapultano quei personaggi nella nostra realtà quotidiana. Ecco allora che una differenza dal padre, quasi ovvia conseguenza di quest’approccio, è quella di prediligere l’uso di molti colori al semplice accostamento bianco/nero. Ogni creazione di Diego è un vero e proprio tripudio di abbinamenti, pensati per rendere i suoi cuchi gioiosi, coinvolgenti anche per i bambini che si divertono a suonarli. I cuchi, in effetti, non sono altro che fischietti, in tutto simili a quelli prodotti da secoli in tutto il mondo e in varie culture, ma in Veneto prendono il loro nome dal cuculo, uccello che con il proprio allegro canto annuncia dai boschi l’arrivo della primavera. I cuchi hanno così assunto nella nostra cultura il potere di esorcizzare il male e allontanare gli spiriti cattivi, ma sono anche divenuti strumento di satira, talvolta irriverente: alcuni tra i soggetti preferiti sono il temibile mamalucco, il soldato napoleonico o il carabiniere che cavalcano un uccello, l’ussaro dai baffi esagerati e ogni sorta di buffo volatile o animaletto.


Uomo ebbro su damigiana di vino.

Detto ciò non manca in Diego la conoscenza dell’arte antica, specie rinascimentale, maturata nei numerosi viaggi fatti con il padre in Toscana. Qui furono fondamentali per lui gli incontri con le opere bronzee di Donatello e di altri celebri scultori fiorentini, protagonisti di quella straordinaria e irripetibile stagione artistica, senza dimenticare botteghe come quella dei Della Robbia (Luca, Andrea e Giovanni). Non a caso tra le opere paterne che Diego ci mostra, figurano splendide Madonne con il Bambino e presepi, chiaramente debitori dei capolavori robbieschi ed eseguiti secondo tecniche che nemmeno Diego riesce a eguagliare. Infine, i libri d’arte sono a loro modo uno strumento importante per il nostro artista, non tanto, come già visto, per la fase ideativa, ma piuttosto per la loro bellezza intrinseca e poiché strumenti di trasmissione del sapere, di una sana “cultura del bello”.


Due cavalieri alla carica di Diego Poloniato.

Avviandoci alla conclusione chiediamo a Diego Poloniato del suo rapporto con il Museo della Ceramica di Nove e ci fa piacere sapere come questo sia sempre stato forte, indice di quanto il Museo funga ancora da cuore pulsante della ceramica novese. Diego fa parte del direttivo e collabora con la direttrice Francesca Meneghetti, figura competente, propositiva e dai modi affabili (altro che certi direttori vanesi, tronfi e un po’ mummificati). Nelle ultime battute, dove domandiamo dei progetti futuri, Diego ci spiega di partecipare spesso con qualche pezzo a rassegne nazionali, specie sui presepi. Allo stesso tempo, però, per scelta e carattere, ma anche per un’umiltà, valore oggi poco diffuso purtroppo ma che si addice ai “maestri”, aggiunge di non voler comparire mai troppo né di amare le mostre personali. Accompagnati dai canti allegri dei cuchi, decidiamo allora di salutarci con Diego, e proprio con le sue parole vogliamo chiudere il nostro scritto poiché prova, a nostro avviso, di quanto egli sia un artista a tutti gli effetti:

«Mi sento più artigiano che artista, legato al “fare” e alla “tradizione” con semplicità e umiltà. Ciò che mi spinge a continuare è sapere che i miei lavori sono apprezzati; il desiderio di far sorridere le persone e renderle contente».


Davanti a un ussaro di dimensioni reali, capolavoro in due pezzi di Domenico e Diego Poloniato.