LA PITTURA È VIVA, LA PITTURA È VITA. Mauro Capitani fino al 12 novembre a Firenze, per i cinquant’anni di attività

 

È trascorso un po’ di tempo ormai dall’inaugurazione, il 18 ottobre scorso, della mostra a Palazzo Medici Riccardi curata da Giammarco Puntelli e dal significativo titolo: Mauro Capitani. Viaggi di vita e di pittura (fino al 12 novembre 2017). Nonostante ciò, il ricordo di quei momenti passati in amicizia a festeggiare un grande e meritato traguardo rimane vivido, come le emozioni dinanzi alle opere esposte e la piacevole sensazione provata nel costatare il tanto affetto dei presenti verso Mauro Capitani, fossero essi autorità politiche, colleghi, amici o semplici appassionati. Significativo il titolo, come espresso in apertura, perché come vedremo pone l’accento su due elementi essenziali nella poetica di Capitani, puntualmente affrontati nel preciso e sentito intervento dello stesso Puntelli. Proprio a quest’ultimo, prima di addentrarci nella mostra, va fatto un plauso per la serietà, il valore e l’autenticità di quanto condiviso nella sua presentazione, durante la quale ha dimostrato un forte affiatamento con l’artista, toccando le giuste corde e rispettandone in primo luogo il percorso umano, senza il quale non esiste arte o analisi che tenga. Potrebbe sembrare cosa quasi scontata da dirsi, se non fosse che troppi critici oggi sono presi sempre spesso più da sé stessi, trascurando quella che dovrebbe essere la loro missione (per la quale oltretutto sono pagati): dare voce all’arte e agli artisti, facilitando il legame col pubblico.

Venendo a noi il primo elemento è che il percorso di Capitani non è stato un viaggio al singolare ma, appunto, un insieme di viaggi attraverso soggetti, stili e soprattutto i colori, sempre presenti, efficaci, espressivi come si addice a uno dei massimi coloristi italiani degli ultimi decenni. Il secondo è che la pittura di Capitani è inscindibilmente connessa alla vita, proprio come due facce della stessa medaglia, dove un’influenza costantemente l’altra in un continuo scambio reciproco. Se la vita dona linfa preziosa e inesauribile alla creatività, con i suoi imprevedibili cambiamenti e, talvolta, stravolgimenti, l’arte da parte sua offre sostegno al percorso umano, aiuta a conoscere sé stessi, superare i momenti difficili e a vincere uno dei maggiori mali della nostra epoca, ben indagato in molta letteratura del Novecento: la noia! Capitani, infatti, ha più volte dichiarato di aver sempre cercato nel proprio cammino di modificare stile e soggetti anche per non annoiarsi. Aprendo una breve parentesi, si tratta di una motivazione validissima, giacché troppi “artisti” di – immeritata – fama mondiale celano questo loro malessere e l’assenza di creatività con operazioni provocatorie puramente commerciali, che nulla hanno a che spartire con l’arte. Tornando al nostro discorso nel primo caso Capitani adotta di volta in volta un tratto più veloce e sottile, oppure più materico, denso, magari inserendo elementi spuri (ad esempio stoffe) o ancora una tecnica tradizionale nel senso più nobile del termine, dando lustro alla tradizione pittorica italiana non solo novecentista. Nel secondo caso, invece, riguardo ai soggetti, Capitani è passato dai celebri ed evocativi gabbiani ai magici/razionali paesaggi newtoniani, dagli ipnotici animali alle opere più ironiche o, al contrario, di denuncia contro le brutalità della Seconda Guerra Mondiale. Capitani in sostanza conosce il pericolo della noia, e in un parallelismo con il suo spettacolare e indomito toro su fondo rosso potremmo dire che non si fa ingabbiare, le sfugge continuamente. Pena l’uccisione subdola e silenziosa di ogni slancio, ideale, sospiro di vita e pittura vera. Tale approccio dinamico sin dagli esordi si è rivelato necessario quindi, e Capitani ha dato poca importanza ai rischi (per esempio l’incomprensione o l’insuccesso) corsi abbandonando temi fortunati, per «ritrovarsi di nuovo spiazzato dalla nuda tela». Anche perché diciamolo, il maestro Capitani conosce benissimo l’arte della pittura, questo “mestiere alto e nobilitante”, e a cinquant’anni dal suo esordio può con soddisfazione guardare indietro e dire di aver vinto se non tutte, gran parte delle sfide affrontate.

Giammarco Puntelli ha rilevato più volte, nella bella presentazione fatta all’inaugurazione di cui accennato all’inizio, che quella di Capitani è Pittura con la “P” maiuscola, fatta di colore, pennello, disegno e, aggiungendo un nuovo tassello, conoscenza. Questo è per molti aspetti il vero humus, il filo conduttore di tutte le creazioni di Capitani: il rispetto, in parte già visto, per il mestiere del pittore; la dimestichezza con il pennello; la conoscenza della storia dell’arte. Non dobbiamo scordarci, difatti, che Capitani è stato per molti anni insegante. Questa caratteristica affiora qua e la non solo e non tanto nel citare i maestri del passato, ma nel voler trasmettere in modo inconscio o meno dei valori alle nuove generazioni di artisti, affinché non scadano nel pressapochismo e nella faciloneria.

In conclusione vogliamo ringraziare l’amico Mauro Capitani per i doni che ha fatto e che farà all’arte italiana, augurandogli di continuare ancora con tanti nuovi e intraprendenti viaggi, un po’ come Stendhal in una delle opere più recenti, senza paura di osare e affrontare sfide nuove. Infine vogliamo condividere una grande speranza, sorta in noi osservando lo splendido dipinto Adamo vede per la prima volta Eva, dove ci ritroviamo catapultati in quel mitico e irripetibile (o forse avviene in ogni vero amore?) primo incontro tra uomo e donna: Capitani ha saputo cogliere lo stupore assoluto di Adamo nel vedere la compagna che Dio gli aveva messo accanto, affinché potessero condividere assieme la bellezza della Creazione. La nostra speranza è che in futuro si possa organizzare una mostra dedicata solo alle opere grafiche e ai disegni di Capitani. Noi siamo certi che si rivelerebbe scuola inimitabile per tutti i giovani che si avvicinano all’arte.

 

http://www.valdarno24.it/2017/10/26/36-dipinti-mauro-capitani-mostra-palazzo-medici-riccardi/

DAL RINASCIMENTO A OGGI. Riassunto per immagini di una giornata a Firenze

 

A breve le nostre recensioni delle splendide mostre in corso a Palazzo Strozzi (Il Cinquecento a Firenze. Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna) e a Palazzo Medici Riccardi con l’amico Mauro Capitani (Viaggi di Vita e di Pittura), ma anche una doverosa riflessione sull’installazione posta in Piazza della Signoria che tanto sta facendo discutere in queste settimane.

ROBERTO LONGHI, Artemisia Gentileschi

Artemisia Gentileschi, Giuditta che uccide Oloferne, 1620 ca., olio su tela, 199 x 162,5 cm. Firenze, Uffizi.

 

Da: Gentileschi padre e figlia; in “L’Arte” 1916, ed. 1961.

«… Chi penserebbe infatti che sopra un lenzuolo studiato di candori e ombre diacce degne d’un Vermeer a grandezza naturale, dovesse avvenire un macello così brutale ed efferato … Ma – vien voglia di dire – ma questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo? … che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole al volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ‘600 europeo, dopo Van Dyck».

BILL VIOLA. RINASCIMENTO ELETTRONICO. A Firenze è dedicata una grande mostra al maestro della videoarte (II)

Bill Viola, Self Portrait Submerged, 2013. Firenze, Galleria degli Uffizi.

 

(Parte II)

Ricollegandoci ora a quanto detto in apertura, l’avvicinamento di Viola ai maestri del passato avvenne per gradi, man mano che venivano “digeriti” a livello inconscio. Non a caso Viola parla dell’esperienza italiana, come di un periodo in cui ha finalmente sentito “a pelle” l’arte, imparando a comprenderla nella sua totalità, come qualcosa di fisico in grado di plasmare lo spazio circostante. Questo concetto, così distante dall’astrazione, si farà largo in lui, altresì, grazie a un’altra significativa esperienza: la visita al Museo del Prando nel 1984, dove scoprì i pittori fiamminghi e spagnoli, rimanendo scioccato dalle Pinturas negras di Goya. Ad ogni modo quest’avvicinamento troverà un primo vero compimento poco più tardi, alla metà degli anni ’90, periodo da cui si può idealmente far partire il “Rinascimento elettronico” di Bill Viola. Il valore senza tempo dell’arte antica d’allora sarà fondamentale nella visione del nostro artista, poiché lo condurrà a concentrarsi sui grandi temi e quesiti che da sempre toccano l’uomo. Ci riferiamo ovviamente alla vita, alla morte, alle emozioni, al concetto di sacro e al mistero ad esso strettamente connesso, infine, gli elementi naturali. Acqua, terra, fuoco e aria sono spesso presenti nelle opere di Viola, come i numeri “3” e “5”, il cui valore simbolico è desunto rispettivamente dal cristianesimo e dal buddismo. L’acqua in particolare acquisisce un peso preponderante nella sua produzione, e basti guardare il video Autoritratto sommerso del 2013, opera donata agli Uffizi dove l’artista, pur completamente immerso, trasmette un’inaspettata calma. Il riferimento è a un’esperienza vissuta all’età di sei anni, quando Viola rischiò di morire annegato durante una gita in montagna se non fosse stato per il tempestivo intervento dello zio. Quell’esperienza fu per lui una delle più belle mai affrontate, cosa che può apparire strana a molti, ma che l’artista spiega con il senso di pace e stupore percepiti dinanzi le bellezze celate sott’acqua, capaci in quei drammatici istanti di allontanare ogni paura.

Acqua, dunque, metafora di purificazione e del passaggio dalla vita alla morte, cui vogliamo affiancare almeno un secondo elemento, il fuoco. Quest’ultimo diventa simbolo infernale nel trittico The city of man (1989), video che rappresenta una tra le tante cittadine californiane, con le sue vie, il consiglio comunale, ma anche uno dei drammatici incendi che spesso mettono in ginocchio quelle terre (Viola vive con la moglie proprio in California). La natura e suoi elementi sembrano avere nell’artista newyorkese un valore da un lato molto intimo e personale, dall’altro sacro, desunto dal cristianesimo, sia per cultura materna sia per mezzo dell’arte, oltre che dalle religioni e filosofie orientali (forte l’influenza della tradizione giapponese). La natura ha la capacità di distruggere ogni cosa e allo stesso tempo di avvolgerci, rassicurarci, farci sentire vivi e liberi da timori e fragilità, parte di una creazione al contempo misteriosa e meravigliosa. Talvolta, però, la forza della natura ci tra-volge, come nel caso di The Crossing (1996) e The Deluge (2002). In questi esempi va posto l’accento sull’aspetto tattile e corporale presente in buona parte delle opere di Bill Viola, dove spesso le persone che mettono in scena le sue idee affrontano prove fisicamente non facili come un’inondazione, per quanto controllata.

Tornando a The city of man, formato e soggetto derivano chiaramente dalla tradizione Tre-Quattrocentesca, ricordando in particolare il fiammingo Hieronymus Bosch. Viola, ad ogni modo, non si accontenta di emulare o semplicemente richiamare una tradizione plurisecolare in modo passivo. Qui sta il secondo aspetto da noi apprezzato, ossia l’umiltà, unita alla padronanza del mezzo espressivo del video, con cui Viola ha saputo reinterpretare l’enorme eredità degli antichi maestri in modo tutt’altro che ossequioso e meccanico. Anzi, in questo Viola merita davvero il titolo di “maestro”, per la sua originalità e capacità di aggiungere valore alla tradizione, mettendosi sempre alla prova. Si pensi, ad esempio, al rapporto con la Visitazione (1528-1529 circa, Carmignano, pieve di San Michele Arcangelo) di Pontormo, cui s’ispira The Greeting (1995). Viola nel 1995 conosceva il capolavoro del Pontormo solo tramite le riproduzioni fotografiche sui libri, tanto che a distanza di molti anni, nel 2013, sarà per lui una fortissima emozione poterlo ammirare dal vivo, mentre era in restauro. A colpirlo furono i colori, davvero unici e lucenti del Pontormo, l’incontro di quelle donne, portatrici ognuna di emozioni e storie uniche e significative come quelle di Maria ed Elisabetta. Viola mentre lavorare a The Greeting aveva ormai imparato una lezione preziosa: una delle più grandi difficoltà con cui i pittori del passato dovevano confrontarsi risiedeva nel mezzo espressivo, la tela! Questa, difatti, permette di cogliere solamente un istante, un momento da fissare per sempre, spingendo l’artista a dar fondo a tutte le proprie abilità e conoscenze al fine di comunicare nel modo migliore con gli osservatori e accontentare i committenti. Si pensi appunto alla Visitazione del Pontormo, immagine rivolta ai fedeli che contiene un insieme complesso e sfaccettato di messaggi, insegnamenti morali, emozioni e storie. Viola parte da questo dato e, attraverso il moderno strumento del video, oltre alla non casuale scelta di operare in slow motion, ci mostra “il prima” e “il dopo” di quell’abbraccio. La maggior parte dei movimenti del viso e del corpo sono impercettibili a occhio nudo, ma Viola grazie alla tecnologia e con precise scelte formali riesce a svelarci con tutto il loro prezioso significato. Grazie al moderno strumento del video si può così, partendo dal passato e dalle emozioni, mai banali o superate, produrre nuovo valore e ampliare le capacità cognitive. La telecamera e gli altri strumenti tecnologici non sono per Viola meri mezzi meccanici, ma piuttosto parte di un “sistema filosofico”.

Terminando, l’arte rinascimentale dava centralità assoluta al corpo, tempio dell’anima attraverso il quale si manifestano le emozioni e percepisce lo scorrere del tempo. Se non si comprende questo punto, non solo non si comprende il passato, ma nel caso di Viola nemmeno il presente né il suo modo d’intendere la videoarte!
La produzione di Bill Viola è una fusione di cinema, pittura, elementi tratti dal reale e molto altro che assieme, però, non si addizionano semplicemente ma creano qualcosa di nuovo, «un’espansione dei livelli di realtà». Se gli affreschi di Giotto e Masaccio anticipano di secoli il cinema e i video, Bill Viola è un degno successore, capace di toccare nel profondo uomini e donne di ogni parte del mondo, precursore – speriamo – di un “nuovo Rinascimento” nell’era digitale.

 

The Greeting di Bill Viola in dialogo con La visitazione del Pontormo

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

F. ARDITI, Il più grande videoartista? Giotto; in L’Unità, quotidiano, 4 ottobre 2002, p. 29.

M. G. BICOCCHI, art/tapes/22 – tra Firenze e santa teresa dentro le quinte dell’arte (‘73/’87); Venezia 2003.

A. GALANSINO, Bill Viola; Art & Dossier n° 341, Firenze-Milano 2017.

A. GALANSINO, La storia è parte del presente. Bill Viola; Art & Dossier n° 343, rivista, Firenze-Milano 2017, pp. 26-31.

A. GALANSINO & K. PEROV (a cura di), Bill Viola. Rinascimento elettronico; catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Strozzi, 10 marzo – 23 luglio 2017), Firenze-Milano 2017.

K. PEROV (a cura di), Bill Viola. Visioni interiori; catalogo della mostra (Roma, Palazzo delle esposizioni, 21 ottobre – 6 gennaio 2008), Firenze-Milano 2008.

R. POLESE, Il colore Viola del Manierismo; intervista in “La Lettura”, supplemento al Corriere della Sera, 23 febbraio 2014, p. 16.

L. SEBREGONDI, Umanità al plasma. Bill Viola a Firenze; Art & Dossier n° 341, rivista, Firenze-Milano 2017, pp. 18-23.

C. TOWSEND (a cura di), L’arte di Bill Viola; ed italiana, Milano 2005.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.palazzostrozzi.org/mostre/bill-viola/

http://www.billviola.com/