JEAN BLANCHAERT, GIO PONTI

Un artista ecclettico.

Giovanni detto Gio Ponti nasce a Milano nel 1891, anno dell’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII sul tema del lavoro, da Enrico Ponti e Giovanna Rigoni. Formatosi alla facoltà di Architettura al Regio Istituto tecnico superiore di Milano, partecipa alla Grande Guerra prestando servizio in Veneto, terra del Palladio. Nel 1923, dopo appena un anno, il proprietario Augusto Richard  lo nomina direttore artistico della fabbrica di ceramica Richard-Ginori. Nel ’25, poi, Gio Ponti vince il Grand Prix all’Esposizione internazionale di Parigi. Fondatore della rivista Domus, Gio Ponti è figura ecclettica, capace di spaziare tra diversi ambiti, dall’architettura al design, dall’insegnamento fino alla pittura.

Sua cifra stilistica: il saper unire un’educazione classica all’innovazione, bellezza e industria, dando sempre massima attenzione alle forme.

Qui un passo di Jean Blanchaert sulla serie Le mie donne e il suo legame con l’Art Decò.

Jean Blanchaert, Gio Ponti (Firenze-Milano 2018, pp. 15 e 17):

«I suoi modelli rinascimentali sono il Parmigianino e il Pontormo, che ispirano la sua serie ceramica Le mie donne, creature divine, adagiate sui fiori e sulle nuvole, di un manierismo lezioso e languido. Ponti partecipa anche a quella rivoluzione del gusto, nata dal sogno di una bellezza consumabile da tutti e in atto in Europa dagli anni Venti, che sarà poi chiamata, con un termine assegnato dalla critica in anni successivi, Art Decò. Se egli si inserisce in pieno in questo movimento, risultato della fusione di moli stili, è perché alla sua origine hanno contribuito i laboratori della Wiener Werkstätte (artigianato viennese) in cui si è per la prima volta posto radicalmente il problema dell’arte in funzione della produzione industriale. Egli infatti crede che il binomio bellezza-industria possa influenzare la vita, facendo nascere uno stile. Crede che, alla fine, lo stile possa diventare un’etica, l’etica di un’intera nazione».

Qui sopra e in copertina: Gio Ponti, Le mie donne, 1924, manifattura Richard-Ginori di Doccia.