DE CHIRICO A FERRARA 1915-1918. PITTURA METAFISICA E AVANGUARDIE EUROPEE

Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca (1925-1930, Collezione privata)

 Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca (1917, Collezione privata).

 

Ferrara, in cui giunse nel 1915 come un “figliol prodigo”, è stata fondamentale per l’arte di Giorgio de Chirico (Volos, Grecia, 1888 – Roma 1978). Ecco perché a cent’anni di distanza da quel fatidico incontro, la splendida città che fu capitale del ducato estense gli dedica a Palazzo dei Diamanti (fino al 28 febbraio 2016), una grande mostra che ha tra i suoi pregi, quello d’indagare l’influenza che de Chirico esercitò su altri grandi maestri del primo Novecento in Italia: Carlo Carrà, Filippo De Pisis e Giorgio Morandi. Soprattutto con il primo tra questi, incontrato a Ferrara nel 1917, il confronto è serrato, come dimostrano Il cavaliere occidentale (1917, Collezione privata), Il figlio del costruttore (1917-1921, Collezione privata), Il dio ermafrodito (1917, Collezione privata) e L’ovale della apparizioni (1918, Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea), dipinti appartenenti al periodo metafisico di Carlo Carrà. È curioso scoprire come proprio Carrà all’epoca fosse maggiormente apprezzato dalla critica, in particolare per le sue cromie più morbide rispetto a quelle adottate da de Chirico.

Non solo pittura italiana però, poiché i curatori Paolo Baldacci e Gerd Roos hanno voluto porre l’accento anche sull’ammirazione per de Chirico di alcuni protagonisti a livello europeo delle avanguardie storiche (Surrealismo e Dadaismo in particolare). Nella rassegna ferrarese sarà perciò possibile lasciarsi “interrogare e inquietare” da Piaceri illuminati (1929, New York, Museum of Modern Art), Gradiva ritrova le rovine antropomorfe (1931-1932, Madrid, Museo Thyssen-Bornemisza), entrambe opere di Salvador Dalí, da La condition humaine di René Magritte (1933, Washington, National Gallery of Art) e da La ruota della luce (1926, Stoccarda, Staatsgalerie) di Max Ernst. Nella quinta sala in particolare, affascinante è il confronto diretto tra Interno metafisico (1916, Stoccarda, Staatsgalerie) di de Chirico e La condition humaine di Magritte postale dinanzi.

Giorgio de Chirico è stato davvero un punto di riferimento per l’arte d’inizio XX secolo, il creatore di una pittura capace di sondare gli aspetti più reconditi della psiche umana, le angosce e le domande esistenziali legate alla vita moderna. Tutto ciò senza però dimenticare la grande arte del passato, che gli fece anzi da vera e propria musa ispiratrice, e una buona dose d’ironia. Questa commistione di elementi anche molto diversi tra loro, gli ha permesso di creare soggetti enigmatici e meravigliosi allo stesso tempo, come le Muse inquietanti (1918, Collezione privata) e I progetti della fanciulla (fine 1915, New York, Museum of Modern Art). Tra le numerose opere in mostra merita una citazione anche l’Alcesti (1918, Collezione privata), ritratto di quell’Antonia Bolognesi con la quale de Chirico ebbe una relazione durante gli anni ferraresi, e tenne una fitta corrispondenza.

Infine nell’ultima sala avviene l’incontro con i dipinti più emozionanti in assoluto: Ettore e Andromaca (1917, Collezione privata) e Il Trovatore (1917, Collezione privata). In essi de Chirico sembra raggiungere l’apice della sua poetica, tanto che anche i colori acquistano in queste due tele, una lucentezza e un equilibrio unici non riscontrabili in altri dipinti esposti. L’idea che l’uomo sia in balia della follia dell’universo, incapace di controllare il destino cui è sottoposto, raggiunge qui la sua massima chiarezza. Eppure a questa visione “malinconica” e pessimistica del mondo, che ci vede assolutamente impotenti, de Chirico associa allo stesso tempo quella di un’arte che giunge in nostro soccorso. In questi due capolavori del 1917, percepiamo quanto per de Chirico l’arte, e di conseguenza il ruolo dell’artista, fosse centrale per riscattare la condizione umana. Per dare forma a una spiritualità viva e multiforme, magistralmente espressa in quell’abbraccio, quasi un passo di danza, che tiene teneramente stretti tra loro Ettore e Andromaca.

Un artista, de Chirico, che ancora oggi lascia aperti molti quesiti, legati soprattutto ai tanti riferimenti personali presenti nei suoi dipinti. Domande talvolta complicate dal fatto, che ancora in vita dichiarò falsi suoi dipinti autografi, veri dei falsi e datazioni errate di altre opere (coinvolgendo autorità di polizia e giudiziarie). Il mito di de Chirico si alimenta altresì di questi “scherzi”, che tutt’oggi danno non pochi grattacapi a collezionisti e massimi estimatori della sua arte.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

AA. VV., Civico Museo d’Arte Contemporanea; Milano 1994.

P. BALDACCI (a cura di), De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie; catalogo della mostra (Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 14 novembre 2015-28 febbraio 2016), Fondazione Ferrara Arte 2015.

M. C. BANDERA (a cura di), Carrà; catalogo della mostra (Alba, Fondazione Ferrero, 27 ottobre 2012-27 gennaio 2013), Milano 2012.

M. CARRÀ – E. COEN – G.-G. LEMAIRE, Carrà; Art & Dossier n° 13, Firenze-Milano 1987.

M. DANTINI, Tra le due guerre; in G. FOSSI (a cura di), I grandi stili dell’arte, Firenze-Milano 2007.

D. LIBERANOME, Ai posteri l’ardua sentenza; Art & Dossier n° 318, rivista, Firenze-Milano 2014, pp. 76-77.

G. MORI, De Chirico metafisico; Art & Dossier n° 230, Firenze-Milano 2007.

S. SALVAGNINI, De Pisis; Art & Dossier n° 219, Firenze-Milano 2006.

 

 

DE CHIRICO, IL FIGLIOL PRODIGO

Giorgio de Chirico, Il figliol prodigo (1922, Milano, Civico Museo d'Arte Contemporanea).

Giorgio de Chirico, Il figliol prodigo (1922, olio su tela, 87 x 59 cm, Milano, Civico Museo d’Arte Contemporanea).

 

Nato nel 1994 il CIMAC ospita una vasta collezione di opere del XX secolo, dove ben rappresentati, sono i più grandi maestri italiani della prima metà del secolo, tra i quali basti qui citare Boccioni, Sironi, Marussing, Balla e De Chirico. Tra le opere di quest’ultimo spicca per la qualità e la datazione precoce, rispetto ad altre sue opere sempre conservate al Civico Museo d’Arte Contemporanea di Milano, Il figliol prodigo (1922). Si tratta di un dipinto legato ancora alla fase Metafisica di Giorgio de Chirico (Volos, Grecia, 1888 – Roma 1978), artista poliedrico, fuori dagli schemi e fautore di un’arte talvolta ironica, soprattutto nei confronti delle esperienze artistiche di Picasso e Braque. Vi troviamo raffigurati un manichino senza volto (il figlio) e una statua di gesso (il padre), colti in un fraterno e immobile abbraccio, soggetto che rimanda alla parabola narrata in Lc 15, 11-32, da cui prende il nome l’opera. A riguardo, viene da domandarsi se le caratteristiche delle due figure siano riconducibili in qualche modo, a quelle che sono le virtù dei due protagonisti della parabola, come per esempio la misericordia espressa dal padre e la sua fiduciosa e ferma attesa del ritorno del figlio (proprio come una statua). In ogni caso troviamo riferimenti alla vita di de Chirico, nello specifico al suo ritorno in “patria” nel 1915 assieme al fratello Alberto Savinio (Atene, 1891 – Roma, 1952) e al classicismo, inteso come tradizione nazionale con cui riconciliarsi.
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BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

AA. VV., Civico Museo d’Arte Contemporanea; Milano 1994.

R. BOSSAGLIA, Sironi e il “Novecento”; Art & Dossier n° 53, Firenze-Milano 1991

M. DANTINI, Tra le due guerre; in G. FOSSI (a cura di), I grandi stili dell’arte, Firenze-Milano 2007, pp. 964-965.

G. MORI, De Chirico metafisico; Art & Dossier n° 230, Firenze-Milano 2007.