UN SOPRENDENTE CLASSICISMO (PARTE II). La Pala di Santa Giustina del Romanino ai Musei civici di Padova

Lorenzo Lotto, Pala Martinengo, 1513-1516. Bergamo, San Bartolomeo.

Lorenzo Lotto, Pala Martinengo, 1513-1516. Bergamo, San Bartolomeo.

 

L’eredità del grande architetto marchigiano non è comunque rara nelle opere di ambito veneziano del periodo. Si pensi a titolo d’esempio alla purtroppo distrutta Pala dei Battuti di Belluno, opera dell’artista più “sperimentatore” e aperto nella bottega dei Vivarini, Alvise, o alla Pala di Sant’Ambrogio (1503, Venezia, Santa Maria Gloriosa dei Frari) eseguita dallo stesso Alvise in collaborazione con Marco Basaiti. E ancora alla Pala Martinengo di Lorenzo Lotto (1513-1516, Bergamo, chiesa di San Bartolomeo) dov’è raffigurata l’Incoronazione della Vergine dentro un’architettura sorprendente per inventiva. Soffermiamoci un momento proprio sul dipinto che Lotto eseguì originariamente per la chiesa dei Santi Stefano e Domenico e fu finanziato da Alessandro Martinengo Colleoni, nipote del celeberrimo capitano Bartolomeo Colleoni. Di poco successivo a quello di Girolamo Romanino, esso a nostro avviso può essere utile termine di paragone per molti aspetti, a cominciare dagli influssi nordici e dal ricercato realismo dei volti in comune. Il gioco di sguardi proposto dal maestro bresciano è vario e sfaccettato, con il serioso Benedetto rivolto leggermente verso di noi mentre la sorella Scolastica lo osserva, quasi in cerca di conferme sui propri studi. Prosdocimo e Giustina, invece, in pose diverse si rivolgono a Gesù intento a sua volta a guardare teneramente Maria il cui volto, infine, appare perso in tristi pensieri dopo aver letto il libro che tiene sulla mano sinistra. Lorenzo Lotto a modo suo utilizza questo espediente comunicativo e lo porta a un livello superiore, secondo quella «logica di sguardi per cui i fedeli si rispecchiano nei santi» (R. Villa e Giovanni C. F. Villa (2011). Lotto, inoltre, propone una volta a cassettoni ancor più accentuata, tanto che questa si perde nell’oscurità, e guarda al Mantegna per l’oculo in alto dal quale scendono in volo le figure eteree degli angeli reggi-corona. In questo confronto serrato tra i due maestri che, probabilmente, più di tutti intrapresero strade antitetiche a quelle tracciate dai mostri sacri del Rinascimento, Raffaello, Michelangelo e Tiziano, osserviamo ora proprio le due coppie di angeli. Quelli che in Romanino porgono la corona alla Vergine sono rappresentati in un elegante quanto acrobatico e precario passo di danza e hanno consistenza decisamente più “fisica” rispetto quelli lotteschi. Le due figure in questione poi, come colto in precedenza da Fossaluzza e Dal Pozzolo (2009), riprendono piuttosto fedelmente il modo in cui la Giuditta di Giorgione (1502, San Pietroburgo, Ermitage) mostra la gamba. E ancora essi formano sul drappo verde la simbolica forma a conchiglia (si pensi alla Pala Montefeltro di Piero della Francesca), similmente a quanto avviene nella Madonna del Rosario di Dürer (1506, Praga, Nàrodnì Galerie), artista cui pure Lotto guardò attentamente.

Le influenze esterne non si fermano comunque a questi elementi, continuando nel paesaggio verso cui si apre il tempio su tutti e tre i lati, definito “giorgionesco” (anche se sarebbe meglio dire veneto), nelle ricche decorazioni a racemi e fino all’abbondante uso dell’oro. Questi ultimi dettagli ricordano Bramantino e soprattutto Giovanni Bellini, punto di riferimento imprescindibile in terra veneta per la tipologia della pala d’altare unitaria.

Il sentimento che scaturisce dalla Pala di Santa Giustina è di solenne calma e divina maestà, tutto è armonioso e ben calibrato, dalle architetture ai colori passando per i gesti compiuti dai vari personaggi. In una parola il capolavoro di Girolamo Romani ci appare “classicheggiante”. Il nostro pensiero obbligatoriamente va a Raffaello e possiamo ipotizzare che l’artista bresciano abbia cercato, riuscendovi, di accontentare i committenti richiamandone lo stile pittorico. Proprio il genio urbinate, infatti, come anticipato era stato contattato per primo e Romanino avrebbe potuto assimilarne la lezione senza spostarsi da Padova, osservando il ciclo di affreschi eseguito nel chiostro di Santa Giustina da Bernardo Parentino.

Giunti ormai a conclusione vorremmo porre l’accento su un aspetto fin qui solo sfiorato, eppure a nostro avviso assolutamente centrale e, per certi versi, sorprendente. Questa enorme pala, da porre come detto tra i massimi capolavori del Romanino, non presenta la vena schietta e talvolta “provocatoria” tipica delle sue opere successive, né tanto meno gli accostamenti cromatici coraggiosi della Natività di Brescia (1525, Pinacoteca Tosio Martinengo). La pala di Padova svela piuttosto una straordinaria padronanza di luce e colori, da cui scaturiscono effetti di stupefacente realismo lontani dall’architettura di luce delle opere più tarde. Per meglio comprendere quest’aspetto basti osservare i tessuti della Pala di Santa Giustina. Siano essi sete, velluti o sontuosi damaschi, non presentano le tinte iridescenti riscontrabili nella citata Natività, dove la voluminosità del corpo di Maria è data esclusivamente dal bellissimo mantello argenteo, tanto da far parlare alcuni studiosi appunto di “architettura di luce” (R. Stradiotti 2013).

In definitiva ci stupisce il classicismo della Pala di Santa Giustina, per molti versi un unicum all’interno della produzione del maestro bresciano, il quale, non ancora trentenne, dimostra di saper apprendere dai più grandi maestri del secondo Quattrocento e primo Cinquecento, unendone magistralmente le migliori qualità in un unico capolavoro d’arte sacra.

In opere successive, come da noi sottolineato, lo stile di Girolamo Romani diventerà sempre più personale e originale, persino “espressionistico”, anche se a dire il vero già nella coeva Ultima cena, eseguita sempre per il refettorio di Santa Giustina, egli svela tutta la sua indole anticonformista.

 

Girolamo Romanino, Pala di Santa Giustina, San Massimo 1513-1514 circa, olio su tavola, diametro 30 cm. Padova, Musei Civici.

Girolamo Romanino, Pala di Santa Giustina, San Massimo, 1513-1514 circa, olio su tavola, diametro 30 cm. Padova, Musei Civici.

 

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RIFERIMENTI IN RETE

http://padovacultura.padovanet.it/it/musei/un-restauro-esemplare-nuova-luce-sulla-pala-del-romanino