IL CINQUECENTO A FIRENZE

Andrea del Sarto, Pietà di Luco, 1523-1524. Firenze, Gallerie degli Uffizi.

 

“Maniera moderna” e Controriforma.

Ultimi due fine settimana per vedere la mostra Il Cinquecento a Firenze. “Maniera moderna” e Controriforma in locandina con sottotitolo Tra Michelangelo, Pontormo e Giambologna (Palazzo Strozzi, fino al 21 gennaio 2018), curata da Carlo Falciani e Antonio Natali. Vi siamo stati a ottobre dell’ormai anno venturo, eppure il ricordo di questa esposizione che immerge letteralmente il visitatore in un secolo, il Cinquecento appunto, dove Firenze fu protagonista artistica assoluta, rimane vivissimo.

Essa chiude la trilogia dedicata al XVI secolo ed espone oltre a prestiti da Londra, Venezia, Roma, Vienna, Napoli e collezioni private, molte opere presenti in città. Quest’aspetto ci porta in apertura a fare una breve riflessione, poiché di recente molte sono state le polemiche sull’usanza di spostare opere importanti, magari bisognose di particolari attenzioni, anche solo di poche decine di metri per allestire mostre di grido. Senza citare i casi, diciamo che in parte siamo d’accordo, nel senso che senza toccare le opere si possono inserire comunque nel percorso di una mostra.

Nel caso di cui parliamo oggi, però, la scelta è del tutto consona e motivata. In primo luogo perché come anticipato si chiude una trilogia e, quindi, chiudere al meglio diversi anni di lavoro e ricerca. In secondo luogo perché l’intenzione è stata quella davvero di catapultare il visitatore nel Cinquecento. Cosicché da fargli rivivere lungo le numerose sale quel periodo storico, riscoprendone la religiosità, la cultura, le ambizioni e il lascito artistico alle generazioni successive. Effetto impossibile da raggiungere con una “mostra diffusa”. Per alcune ore ci siamo sentiti dei contemporanei di Michelangelo, Pontormo e Giambologna e questo è qualcosa di impagabile.

 

Il percorso espositivo.

Il percorso prende avvio con il Compianto su Cristo morto o Pietà di Luco (1523-1524), di Andrea del Sarto. Da sempre Andrea del Sarto è uno dei nostri pittori preferiti per la sua pacata eleganza formale e morbidezza tonale, criticato dal Vasari per la “timidezza” che gli impedì, a suo dire, di raggiungere i più grandi maestri pur avendo le potenzialità e il talento. Poi ecco il Dio fluviale (1526-1527 circa) di Michelangelo, modello in argilla estremamente raro e delicato per la sua stesse caratteristiche e sopravvissuto solo per il nome del suo celeberrimo autore. Nemmeno il tempo di esaltarsi che arrivano la “trilogia” Rosso Fiorentino, Pontormo, Bronzino. Rispettivamente con la Deposizione dalla croce di Volterra (1521), la Deposizione di Santa Felicita (1525-1528) e il Cristo deposto (1543-1545) di Besançon.

Il primo colpisce per la composizione dinamica, la “sprezzatura formale” e i tratti bestiali di uno dei carnefici. Pontormo, invece, propone colori metallici, uno stile malinconico riassunto nella carne di Cristo morbidamente sostenuta, tra gli altri, da una figura la cui vestina attillata rosa, a metterne in risalto il corpo scultoreo, sembra anticipare certi abbigliamenti sportivi odierni. Infine, Bronzino si caratterizza per la nobile e divina eleganza nei tratti e degli intensi blu delle vesti. Seenza tralasciare gli strumenti della Passione di Cristo in alto, esposti già come trofei di vittoria dai putti michelangioleschi.

 

Da Salviati a Sirigatti.

Proseguendo ci s’imbatte nell’Annunciazione (1534 circa) di Francesco Salviati, dove una radiosa Maria quasi con passo di danza accoglie con reverenza l’inaspettato ospite celeste; nell’Immacolata Concezione (1540-1541) del Vasari; nell’Apollo e Giacinto (1546 circa – 1571) di Cellini. Nella sezione “Altari della Controriforma” a rimanerci impressa è la Crocifissione (1569) di Giovanni Stradano. Opera decisamente lontana dai canoni rinascimentali italiani, persino dalle invenzioni più audaci, per le sue figure allungate all’eccesso, il clima tetro sottolineato dal drago e dallo scheletro in bella vista incatenati alla croce di Cristo, ma anche dai colori e dalle pose contorte dei ladroni.

Splendido pure il Cristo e l’adultera (1577) di Alessandro Allori, di cui più avanti si può ammirare (sezione “Allegorie e miti”) la bellissima e maliziosa Venere e Amore (1575-1580 circa). Quest’ultima è un tripudio di vita, sensualità, carnalità, dove le due bianche colombe sono a loro volta colte in effusioni amorose. Segnalando l’intenso Crocifisso (1598) di Giambologna, dalla spiritualità pienamente controriformista, passiamo ai “Ritratti”, dove vanno ricordati quelli del citato Allori dedicati al primogenito di Cosimo I de’ Medici e Eleonora di Toledo, (Ritratto di Francesco I, 1570-1575) e a un’elegante e anonima nobildonna (1580 circa).

In seguito sono esposti il Ritratto di Antonio Ricci (1587-1590 circa) del Poppi; il Ritratto del nano Barbino (1564-1566), marmo di Valerio Cioli; l’austero e impassibile Ritratto di Benedetto Egio (1575-1580 circa) di Vincenzo Danti; i busti marmorei ritraenti Niccolò Sirigatti e Cassandra del Ghirlandaio Sirigatti (figlia del pittore Rodolfo del Ghirlandaio). Datati, rispettivamente 1576 e 1578 furono eseguiti dal figlio Ridolfo Sirigatti e sono ancora oggi testimonianza del suo sincero per i genitori, come esprime la scritta dedicatoria, incisa sul retro di entrambi i busti: «QUEM GENUI / RODULPHUS / ANIMI CAUSA / CAELAVIT».

 

Le ultime sezioni della mostra.

Non si possono dimenticare le sei lunette, riunite per la prima volta a Palazzo Strozzi. Esse sono state eseguite da Santi di Tito, Pietro Candido, Poppi, Giovanni Balducci (?), Giovanni Maria Butteri, Lorenzo Vaiani dello Sciorina. La loro particolarità è che rappresentano «uno dei rari cicli pittorici di soggetto profano e allegorico eseguiti da alcuni pittori coinvolti nello Studiolo di Francesco I a Palazzo Vecchio» (Carlo Falciani). Datate tra il 1582 e il 1585 raffigurano: La Fatica; L’Umiltà; La Giustizia/Constans Iustitia; L’Onore; Il Tempo/Crono; La Verità/Nuda Veritas.

Il percorso termina con opere pittoriche e scultoree che abbandonano il Cinquecento (toccante la Visione di san Tommaso d’Aquino di Santi di Tito) e ci introducono al Seicento. E qui svettano i nomi di Jacopo da Empoli, Cigoli, Caccini e Pietro Bernini.

 

Alessandro Allori, Venere e Amore, 1575-1580 circa. Montpellier, Musée Fabre.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE:

C. FALCIANI & A. NATALI (a cura di), Il Cinquecento a Firenze. “Maniera moderna” e Controriforma; catalogo della mostra (Firenze, Palazzo Strozzi, 21 settembre 2017 – 21 gennaio 2018), Firenze 2017.