L’ATELIER “ATIKOM”. Le stanze delle muse nello studio di Manuel Pablo Pace e Marisol Ebner Epple

12 Maggio 2014, Campese, interni studio atikom con manuel pablo pace e marisol cecilia ebner epple
12 Maggio 2014, Campese, lo studio Atikom con Manuel Pablo Pace e Marisol Cecilia Ebner Epple.

 

Quando si entra in una “stanza delle muse”, c’è sempre il timore d’interrompere qualcosa di magico, di disturbare quel clima lirico e fantastico che ogni autentico artista ricrea in modo unico nel proprio studio; lì dove intuizione, materia e lavoro s’incontrano e si abbracciano per produrre quel bene effimero eppure essenziale che è l’arte. Nel caso di Manuel Pablo Pace all’inizio rimango incerto, una volta giunto alla soglia del suo atelier di Campese, splendida frazione di Bassano del Grappa, perché consapevole che quest’occasione metterà in qualche modo a nudo la sua pittura e allo stesso tempo un pezzo di me stesso. Vero, l’idea cui ho imposto il nome “Le stanze delle muse” me l’ha data proprio Pablo e nel suo studio vi ero già entrato in precedenza, ma non per renderlo protagonista di una rubrica del mio blog, semplicemente per un confronto amichevole tra amanti del bello.

 

 

Come un novello Argonauta, dunque, varco la soglia di casa sua, conscio che sarà un’esperienza nuova, una sorta di salto acrobatico nel buio verso un ignoto sul quale non ho controllo e che per questo mi affascina. Sennonché, Pablito mi mette subito a mio agio accogliendomi col sorriso, felice di quella visita programmata e da entrambi attesa da qualche tempo, rinviata più volte per i mille impegni estivi. Presto egli svela tutta la sua irrefrenabile voglia di condividere i suoi ultimi splendidi lavori e, allora, ci buttiamo a capofitto, senza sosta, nei nostri discorsi. Mi descrive con sano – e motivato – orgoglio la sua più recente “fatica”, Exemplum virtutis, lasciando intuire il grande lavoro che ci sta dietro. Le muse, difatti, hanno bisogno di tempo per trovare spazio nell’animo dell’artista e indicargli la giusta strada da seguire, alla fine della quale raggiungere il risultato a lungo sognato. A sostegno di questo nostro pensiero viene il ricordo della serie sulle Allegorie dell’amore, che ha richiesto ben tre anni di lavoro. Pablo d’altro canto, e noi con lui, è profondamente convinto che:

 

«l’arte chiede di non contare le lancette dell’orologio, ma di lasciarla fluire secondo le proprie leggi segrete»

 

 

Nel caso di Pablito le muse operano soprattutto per mezzo della luce e dei colori, si tratti di quelli caldi e sensuali dell’estate o dell’azzurro terso dell’autunno in cui siamo appena entrati. I colori, come già espresso da lui in occasione della mostra Tableaux Vivants a START, giocano un ruolo centrale, tanto che spesso lo portano per vie inesplorate e inattese, lo prendono letteralmente per mano travolgendo ogni precedente convinzione e indicandogli un cammino nuovo. Come stupirsi di ciò, giacché il suo atelier, condiviso con l’amata Marisol, presenta ben dodici finestre con una visuale a 360° verso fuori ed è letteralmente inondato di luce! Il numero dodici non è casuale ma riferimento preciso ai dodici apostoli, chiamati a tutelare quello spazio prezioso, dove Pace può ritornare fanciullo, come in una foto bellissima che mi mostra di lui in campagna con lo sguardo pieno di quello stupore che solo i bambini sanno avere.

 

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Manuel Pablo Pace da piccolo.

 

Senza quella purezza e armonia non si comprendono le opere del suo ultimo periodo; quanto l’arte per lui sia un’insegnate di vita, colei che gli ha svelato come rielaborare i lutti e trasformare il dolore in qualcosa di bello e positivo. Il frutto di questa visione e sensibilità è la predilezione per il ritratto, e qui vogliamo citare una sua affermazione che mi ha particolarmente colpito:

 

«Dipingo le persone perché sono opere d’arte e non vanno mai date per scontate. Ogni giorno in cui vivono, sono un dono e l’arte ci aiuta a non guardarle mai con superficialità».

 

Manuel Pablo Pace all'opera.
Manuel Pablo Pace mentre sta ultimando uno dei suoi ultimi ritratti dalla serie Exemplum virtutis.

 

Durante la nostra conversazione escono davvero tanti spunti interessanti sul modo che Manuel Pablo Pace ha di interpretare le proprie opere. Innanzitutto i suoi dipinti lui li vede come dei figli, e in tale ottica essi devono prima o poi “uscire di casa”! A breve sarà la volta di Auto-portrait (2011) cui da sempre è fortemente legato ma che è giunto il momento di lasciar andare via, affinché trovi qualcun altro ad amarlo e coccolarlo. Il motivo di tale credo non sta, com’è comunque giusto che sia, solamente nella necessità di vivere del proprio lavoro, ma soprattutto nell’esigenza di aver fede sulle proprie capacità. In sostanza i quadri non sono fatti per essere accumulati e anche i capolavori di cui si è più fieri devono alla fine lasciar spazio ad altre creazioni, magari di pari bellezza o, si augura sempre l’artista, persino più “potenti”. Creazioni che, in caso contrario, rischierebbero di non vedere mai la luce, soffocate da quei precedenti modelli. Il pittore deve proseguire nel proprio cammino, dunque, non può fermarsi se non nei momentanei periodi di riassestamento e non deve diventare schiavo del proprio mito né farsi travolgere dall’autocompiacimento una volta raggiunto un felice traguardo. Altro spunto curioso è l’utilizzo dell’illuminazione artificiale, in apparenza paradossale se si pensa all’amore di Pace per la natura. Il motivo risiede sia nel suo potere di sfaldare le forme (mettendo così in difficoltà il pittore), sia nel carattere “teatrale” che hanno l’arte e le mostre. Il nostro pensiero allora corre veloce al grande Caravaggio, maestro insuperato nel mettere in scena l’umanità più umile e fragile nobilitandola attraverso l’uso sapiente di luci e ombre.

 

«l’artista deve trasferire ciò che respira, annusa, mangia, ascolta e sente…il luogo in cui vive!».

 

 

Arrivati ormai, a conclusione di questa chiaccherata tra amici, ammirando per gli ultimi istanti il Ritratto di Paolo Bisol, in procinto di essere ultimato, Pablo ci svela un ultimo segreto. Atikom è, come molti sapranno, un progetto condiviso in tutto e per tutto con Marisol, ed è lei la vera musa ispiratrice di quel luogo magico. Marisol consiglia, sostiene o stronca quando necessario Pablo nel proprio lavoro, ne è la compagna di vita, colei che gli sta accanto, perché a chi scrive non è mai piaciuto il detto “dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna”: semmai accanto ad ogni grande uomo c’è una grande donna. Uscendo dalla casa di Manuel, avvolti dal verde e dalla tranquillità di Campese, non ci resta che augurarci con Pablo di rivederci presto dopo il suo periodo di ferie-lavoro in Spagna (e dove se non nella patria di Picasso?), perché se c’è una cosa assodata per chi opera nell’arte, è che piacere e fatica sono, alla fine di tutto, la stessa cosa.

 

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Assieme all’artista, accanto il dipinto Auto-potrait.