ISOLA DEL LIBRO. Capitani, Dipinti

 

In occasione dell’edizione estiva 2017 de l’Isola del Libro, l’amico e Maestro Mauro Capitani esporrà alcune sue opere eseguite tra il 2005 e il 2016 (Dipinti, inaugurazione sabato 12 agosto – 31 agosto 2017) presso la Rocca di Passignano sul Trasimeno.
Si tratta di una piccola ma importante selezione, di un’occasione unica per chi ama l’arte e la lettura in queste calde giornate d’estate.
Ringraziamo di cuore Capitani per aver scelto una nostra citazione; è un onore e una bella responsabilità trovarsi accanto a storici dell’arte e pittori di grande levatura come Mino Maccari e Giammarco Puntelli.

<<…Osservando attentamente le marine di Capitani da noi citate, ci accorgeremmo che la linea dell’orizzonte è sempre molto alta, come se ci fosse richiesta una devota e rispettosa ammirazione da lontano, prima di potersi avvicinare con il giusto stato d’animo a quella maestosa espressione della natura…>>

 

 

RIFERIMENTI IN RETE

Isola del Libro Trasimeno, spazio all’arte con la mostra di Mauro Capitani

http://www.firenzeart.it/artisti/maurocapitani/

MAURO CAPITANI, Sulle rotte del mio tempo ed oltre 2011

Mauro Capitani, Gabbiani e delfini, 1995, olio su tela, 100×100 cm.

 

Da: Sulle rotte del mio tempo ed oltre, mostra personale, Comune di Cortona, Palazzo Casali, 2011.

«Avrei potuto dipingere i miei gabbiani all’infinito, come nel loro volo, giustificando tutta quella produzione come un viaggio attorno ad un’opera fortunata. Ho scelto di andare oltre per rivivere ogni volta l’emozione della tela bianca e l’imprevisto del dipinto, fino al suo compimento».

MAURO CAPITANI E QUEGLI AMICI DEL NOVECENTO. Quando il colore prende vita: Breddo, Capitani e Loffredo nelle terre di Ezzelino

 

In questi giorni è in corso presso INIZIO – Spazio Culturale (Palazzo Finco, Bassano del Grappa) l’emozionante mostra Mauro Capitani e quegli amici del Novecento. Tre artisti nelle terre di Ezzelino. Gastone Breddo, Mauro Capitani e Silvio Loffredo (fino al 10 giugno, ingresso libero), curata dall’associazione INIZIO e patrocinata dal comune di Bassano del Grappa. Ho già avuto modo di scrivere una breve recensione negli ultimi numeri di Bassano News (maggio/giugno 2017) e InFormaSalute (ed. del Veneto), periodico su cui vale la pena spendere due parole. Può sembrare strano, infatti, che una rivista di ambito medico dedichi spazio a una mostra, ma i suoi curatori, tra i quali figura l’amico Romano Clemente, che ha contribuito in prima persona alla mostra, con grande lungimiranza e intelligenza sanno quanto l’arte abbia valore “terapeutico”.

E proprio da questa speciale dote, molto spesso dimenticata, prendiamo le mosse nel nostro viaggio attraverso le tre sale espositive, ciascuna dedicata a un singolo Maestro. All’inizio incontriamo Mauro Capitani, classe 1949, di una generazione più giovane rispetto a Gastone Breddo (1915-1991) e Silvio Loffredo (1920-2013), e che in questi mesi festeggia i cinquant’anni di una straordinaria carriera artistica con un volume fresco di stampa, impreziosito da un testo critico del grande Antonio Paolucci. Le opere esposte risalgono, a cominciare da Alto Valdarno del 2005, agli ultimi dodici anni di attività e sono tutti dipinti esclusi i due splendidi vasi in vetro, eseguiti con l’aiuto di un mastro vetraio finlandese. Questi due pezzi sono dedicati al tema del mare, definito da Capitani «la mia isola di silenzio» e ancora, in modo molto indicativo: «vita oltre la vita, è maternità, è capire, è navigare su uno scoglio, è vivere la quiete e al tempo stesso l’imprevedibilità. “È vivere balenando in burrasca” e continuare ancora il viaggio, in compagnia dei gabbiani». Il mare ha, quindi, un’importanza centrale nella poetica di Mauro Capitani, poiché luogo fisico e allo stesso tempo del cuore. Si pensi al magnifico Gabbiani su nel cielo aperto (2014), dipinto che ci trasporta in un volo vorticoso, facendoci sentire liberi come gabbiani guidati dai venti, parte di quel cielo fatto di blu e intense sfumature di verde come se ne vedono raramente. Spiaggia (2011), Spiaggia con conchiglie (2011) e Spiaggia con Fossile (2015) ci riportano, invece, con i piedi per terra, a percepire i granelli di sabbia fine e la schiuma delle onde tra le dita dei piedi, a camminare affianco all’artista in un viaggio dove le lancette del tempo si sono fermate. Lo spazio è abitato dalle solitarie e silenti figure di un fossile o di alcune conchiglie (in due delle tre opere citate), di cui possiamo goderne estatici la bellezza o immaginarne la storia prima del loro arrivo su quelle candide rive. In Spiaggia e Spiaggia con conchiglie i colori sono luminosi, bellissimi, vari e coinvolgenti, spaziando dai gialli agli azzurri, mentre in Spiaggia con fossile il mare è in burrasca e il cielo è dominato dai colori scuri di fine autunno e inizio inverno, tonalità malinconiche giusto accese da tocchi di arancio e rosso vermiglio. Qui si rimane affascinati proprio dal contrasto tra il nero e i colori chiari nella parte inferiore, metafora forse, di un contrasto interiore. L’artista in altre parole sembra dialogare con il mare e questo a sua volta assumerne lo stato d’animo, che dalla quiete passa al tormento e viceversa, seguendo i cambiamenti che la vita – e le stagioni – impone. Non possiamo non citare, poi, Mare d’inverno in Adriatico, dove una distesa bianca fatta di pennellate carnose riecheggia i ghiacciai del profondo nord, quando nei laghi l’acqua e la vita si celano sotto uno spesso strato ghiacciato. Eseguito nel 2014, Mare d’inverno in Adriatico è un vero capolavoro per la poetica fusione degli elementi naturali e atmosferici, con il mare che si unisce al cielo e ancora la nuvoletta che sembra uscire dalla spuma delle onde o dalla sabbia stessa. In tutti questi dipinti dedicati al mare, la linea dell’orizzonte è sempre molto alta, come se ci venisse richiesta una devota e rispettosa ammirazione da lontano, prima di potersi avvicinare con il giusto stato d’animo a quella straordinaria espressione della natura. In fondo il mare è sublime ma anche terribile, con quel suo perdersi nell’infinito che destabilizza e a volte inquieta l’uomo: qualcosa ne sapevano i vari Argonauti, Ulisse, Cristoforo Colombo, e tutti coloro che nei secoli ne hanno solcato coraggiosamente le onde.

 

Mauro Capitani, Spiaggia, 2011, olio su tela.

 

Stupendo l’Arrivo di Stendhal a Rocca Calascio (2017), il quale segna un netto cambiamento rispetto le opere fin qui analizzate. Esso ci riporta ai colori sfolgoranti del futurismo italiano, a domandarci se tanta bellezza sia frutto di realtà o di un mondo onirico da cui non volersi più risvegliare. E ancora Toscana, piccolo gioiello che, invece, riprende piuttosto la tradizione post-impressionista per il modo di usare il pennello e d’interpretare il paesaggio. Di certo si tratta di una tra le nostre opere preferite, per il magistrale mescolarsi dei pigmenti, densissimi a ridare il sospiro di un’assolata giornata d’estate, la bellezza di quella terra allo stesso tempo aspra e rigogliosa, sintesi perfetta dell’Italia tutta. Infine, Gufo del 2013 ci ricorda quanto il tema degli animali si stato molto importante nella carriera di Capitani, affascinato dal modo in cui ciascuno di essi possa interpretare sentimenti ed emozioni umane come rabbia, forza, saggezza. Gli animali sono sempre rappresentati singolarmente e si stagliano su un infuocato sfondo rosso dal forte impatto visivo. Gufo non è da meno e i suoi occhioni gialli rafforzano questo contrasto atto a richiamare l’attenzione dell’osservatore. Il dipinto ci appare, inoltre, molto interessante per due aspetti: il primo è che, pur trattandosi di un animale legato alla notte, il suo guardarci ci impone di rimanere “vigili”, forse di “vegliare” sulle storture del mondo e la bruttezza che attenta all’arte; il secondo ci introduce alla sala successiva, poiché riguarda il confronto con le opere di Loffredo da cui possiamo cogliere il diverso modo di interpretare lo stesso soggetto e per certi versi l’arte.

In Gatto del 1970, Gatto del 1975 ed Elefante del 1975 Loffredo dimostra un approccio ben diverso al mondo animale. I due felini e il pachiderma non sono espressione di specifiche emozioni, ma di uno stato animalesco e atavico, avvicinandosi molto, in alcuni casi anche per il tratto, alla pittura visionaria di Mirò. Nei due gatti gli occhi sono entrambi visibili, in un modo decisamente innaturale, ci scrutano, osservano e ipnotizzano riportandoci a uno stadio ferino dell’essere. La pennellata in Loffredo non è mai filamentosa e sottile come in Gufo di Capitani (il quale comunque usa più tecniche secondo soggetto e ispirazione), ma data in modo diseguale, spatolata e a tratti brutale. I bestiari d’altro canto sono tra i soggetti prediletti di Loffredo, che ne richiama a nostro avviso l’essenza originaria che avevano nel Medioevo: non semplici raccolte quanto tentativi di esorcizzare le paure verso ciò che non si conosceva, di domare tramite la parola dipinta animali reali e immaginari. Nella seconda sala sono presenti, poi, due Battisteri rispettivamente del 1970 e del 1990. Sulla scia di Monet, Sisley e altri grandi artisti dell’Otto-Novecento, anche Loffredo ha prodotto la sua “serie”, ovviamente con una sensibilità tutta personale. Influenzate dalle avanguardie novecentiste, entrambe le tele presentano forme geometriche, quasi astratte per il preciso gioco di rettangoli colorati che si fondono tra loro, con la versione del 1990 dominata dal bianco e quella precedente, invece, contraddistinta da un’ampia varietà di rosa, viola e verdi. Volto di donna del 1975 e Figura nello studio del 1991 ci proiettano, infine, nel mondo della mitteleuropa, all’arte tormentata e introspettiva, per non dire psicanalitica di Kokoschka, ben conosciuta da Loffredo. Non dimentichiamo, difatti, che Silvio Loffredo nacque a Parigi nel 1920 ed ebbe una formazione artistica di respiro internazionale prima di approdare a Firenze. Sia in Volto di donna, sia in Figura nello studio rimaniamo affascinati dagli sguardi delle due protagoniste, le sentiamo vive davanti a noi. Al fine di raggiungere tal effetto emotivo Loffredo lascia poco spazio allo sfondo, affinché il nostro sguardo finisca col concentrarsi sul loro, in un caso contornato di un blu cobalto, nell’altro da un rosso che ricorda lontanamente Munch.

Proseguendo arriviamo nella sala dedicata a Gastone Breddo, artista nato a Padova nel fatidico 1915, ma fiorentino d’adozione. La sua sala ci si presenta completamente diversa dalle altre per temi proposti, giacché tutta dedicata a nature morte o in posa, in particolare alla “serie” dei Cartocci, con alcuni splendidi esempi del 1957, 1969 e 1972/1973. Nei dipinti di Breddo molto interessanti sono gli sfondi, quasi abbozzati o comunque spesso dati per ampie campiture. Si tratta di una caratteristica tipicamente toscana, che a ritroso ci riporta a quelli di un Bronzino in ambito ritrattistico, sempre molto essenziali e secondari rispetto alla persona effigiata (a differenza di quanto troveremmo in Tiziano, Lotto o Palma il Vecchio). In mostra le opere di Breddo presentano, dunque, piatti, bottiglie, posate, cartocci e fiori che si stagliano su sfondi dalle tonalità scure ma mai pesanti, sebbene talvolta ferrose come le colline fiorentine e senesi cui l’artista si legò profondamente. Ancora gli sfondi sono chiaramente debitori della lezione del veneziano Giuseppe Santomaso (si pensi a Il muro del pescatore del 1954 o alle sue nature morte), ma non mancano anche dell’essenzialità tipica di Virgilio Guidi. In alcuni casi particolari, però, come Fiori del 1979, Vaso antico del 1968 e Vaso con candela del 1971, tonalità calde e vivaci compaiono inaspettatamente guadagnandosi la scena. Queste tre sono tra le opere che ad ogni modo ci colpiscono di più, per il senso di quiete che trasmettono, la bellezza di quegli improvvisi e pastosi tocchi di rosso, giallo e arancio capaci di accendere le tele, a riprova di quanto Breddo sia stato un degno compagno di De Pisis e Morandi. Citiamo per ultimo Finestra e tavolo del 1970, giacché si tratta di un capolavoro che emana un’emozione particolare, il sapore di cose passate che mai più ritorneranno, una piacevole sensazione che non si può comunicare a parole. La finestra dalle vetrate verdi e azzurre c’invita ad aprirla, a immaginare dietro ad essa un cielo terso, il volto di una persona cara che oramai non c’è più.

Giunti a conclusione vorremmo fare due considerazioni, di cui la prima dedicata a Capitani, protagonista principale della mostra di INIZIO. La sua pittura come si sarà compreso non si vergogna di guardare alla tradizione, al passato, a temi classici come appunto il paesaggio e gli animali. Questo perché la pittura non deve essere un gioco autoreferenziale, ma saper emozionare l’osservatore già dal primo sguardo. Non può in altre parole perdersi in concettualismi, astrazioni e giochini mentali fini a sé stessi e che lasciano il tempo che trovano. In questo ci sentiamo di fare un parallelo con Bill Viola, di cui abbiamo parlato nei giorni scorsi, giacché il videoartista newyorkese, pur cimentandosi con un mezzo differente, condivide con Capitani il valore dato alle emozioni umane, alla natura e a come queste due realtà siano intrinsecamente un tutt’uno così come corpo e anima. Mauro Capitani propone convintamente una visione positiva della natura, con la quale instaura un legame armonioso e simbiotico che ritroveremmo, andando a ritroso, in Giovanni Bellini e in Cima da Conegliano, il quale sappiamo quanto amasse in particolare Conegliano, suo vero “luogo del cuore” dalle verdeggianti colline e dai dolci corsi d’acqua. In quest’aspetto e nella centralità data al colore possiamo di certo cogliere il filo conduttore, non a caso avviato in mostra da Mauro Capitani, che unisce i nostri tre artisti ai maestri veneti del Cinquecento.

La seconda considerazione è che tutti e tre hanno frequentato Firenze, si sono abbeverati a quella cultura artistica e a loro volta l’hanno plasmata, insegnando nel caso di Loffredo (Accademia di Belle Arti) e Capitani (all’Istituto d’Arte) o dirigendo l’Accademia di Belle Arti nel caso di Breddo. Nonostante ciò essi infondono come detto al colore un valore preponderante, la dote di comunicare a pelle e senza mediazioni, di andare dritto nel profondo, di farci toccare l’essenza delle cose, delle persone e della realtà che ci circonda. Insomma, dalla plurisecolare e prestigiosa tradizione toscana, tutti è tre hanno tratto l’interesse per la materia e la realtà, pur partendo talvolta da ambiti molto lontani tra loro, come quello astratto-concreto di Breddo e l’espressionismo di sapore mitteleuropeo di Loffredo. Capitani però, è colui il quale ha saputo valorizzare, probabilmente, la materia con maggiore costanza e caparbietà, attraverso una tavolozza tanto ricca, coinvolgente e calda da essere degna del nostro Jacopo da Ponte. Materia da intendersi anche come convinta adesione al figurativo e grande abilità manuale, la quale non nasce dal caso, poiché frutto di un esercizio continuo col pennello, la penna o la matita, insomma col disegno sempre dominato con maestria. E da buon professore d’arte Capitani sa che un vero artista non può imbrogliare, deve saper usare gli “strumenti del mestiere”, altrimenti finisce con l’ingannare chi poi l’arte la vive nei musei, nelle gallerie, nei luoghi pubblici come in quelli privati. Allo stesso tempo va detto che Capitani non disdegna l’aspetto ludico del fare arte, come ben testimoniano il gioco del Cucco, Le Romagnole e ancora le carte dedicate alla Verissima Smorfia Napoletana, spesso espedienti per citare grandi artisti del passato come Boldini.

Breddo, Capitani e Loffredo in definitiva sono tre artisti che lasceranno senza dubbio un bel segno “nelle terre di Ezzelino”. Non ci resta allora che consigliare di visitare la mostra, augurandoci di rincontrarli presto tutti e tre, perché la vera arte si riconosce da quanto rinfranca corpo e spirito, e siamo certi che i grandi pittori veneti del passato avrebbero ben accolto i nostri tre “Amici del Novecento”.