CON GLI OCCHI DI ROBERT CAPA

Estratto dall’articolo La guerra raccontata attraverso Robert Capa (in foto) scritto per il n.2 dell’11 novembre 2017 del settimanale Bassano Week .

 

Al Museo Civico di Bassano fino al 22 gennaio 2018 è celebrato il grande fotografo di origini ungheresi.

<<…Sono esposte poi, opere meno famose forse, ma che toccano ugualmente le nostre coscienze, mostrando il lato peggiore dell’umanità: quella che a guerra finita faceva sfilare una donna rasata con il proprio neonato in braccio per le strade di Chartres (18 agosto 1944), schernita dalla folla per la relazione avuta con un tedesco. Chiude il percorso una selezione più intima, dedicata alle amicizie nel mondo della cultura (tra cui Picasso, Matisse, Hemingway, Ingrid Bergman e John Houston), dove scopriamo un Robert Capa sempre innamorato della vita, nonostante le atrocità viste e la mai colmata perdita di Gerda.>>

 

In copertina:
Robert Capa, Motociclisti e una donna percorrono la strada da Nam Dinh a Thai Binh, Vietnam, 25 maggio 1954.

 

Un’interessante analisi sulla discussa foto Morte di un miliziano lealista

ROBERTO CONTINI, Susanna e i vecchioni del Museo Civico di Bassano

Atelier napoletano di Artemisia Gentileschi, Susanna e i vecchioni, 1650 circa, olio su tela, 168 x 112 cm. Bassano del Grappa, Museo Biblioteca e Archivio.

 

Da: Artemisia Gentileschi. Storia di una passione; catalogo della mostra, Milano 2011, scheda n° 45, p. 238.

«… È da chiedersi se questa onorevole replica sia nata in queste vesti oppure sia stata oggetto di amputazioni, in quanto a petto dell’opera morava si accusa la dismissione di una porzione equivalente a circa quaranta centimetri, a sinistra della protagonista. Peraltro, portata a questa più concitata misura, la composizione sembra guadagnarci in coesione formale e ordine, nella pur un po’ soffocante compressione… Tacciare brutalmente di inispirata desunzione una pittura quale questa bassanese, lascito (1973) di Mary Dirouhi Megrditchran, vedova Agostinelli, – pittura peraltro contraddistinta da gran copia di varianti rispetto al putativo archetipo -, non sarebbe asserzione legittima. Nelle sue differenze essa corrisponde perfettamente al modus operandi e alla spavalderia dialettica professata dall’orgogliosa quanto mendace pittrice Artemisia, quando arriva a dichiarare originalità a tutti i costi in ogni dettaglio [missiva del 13 novembre 1649 a don Antonio Ruffo] per ciascuna delle sue creazioni! Si tratta dunque dell’iterazione di un tema e di un’iconografia per le quali la pittrice dovette essersi guadagnata un rimarchevole consenso, nella quale regola della sua intransigente – ma tutt’altro che ferrea – inclinazione etica verso la varietas risulta in linea di massima rispettata.»