ÉN-THEOS. LA MUSICA E LO SPIRITO. Saul Costa ed Esperienze Audio insieme a Villa Thiene

 

È stata davvero una scommessa vinta, la piccola mostra-evento ÉN-THEOS. LA MUSICA E LO SPIRITO, tenutasi ieri (molti i visitatori nonostante il brutto tempo) e sabato 30 presso Villa Thiene (capolavoro incompiuto del Palladio) a Quinto Vicentino. Protagonisti durante le due giornate sono stati il Polittico-installazione di Saul Costa e le musiche selezionate da Alberto Bozzo di Esperienze Audio. Merito dell’iniziativa va dato in primo luogo all’amico Saul Costa, che da mesi lavorava su questo innovativo progetto, dove una forma artistica antica – e quasi dimenticata – come il polittico, si è lasciata “abbracciare” dalle più moderne tecnologie. Senza dimenticare, ovviamente, il Comune di Quinto Vicentino che ha concesso gli spazi all’ultimo piano di Villa Thiene e dimostrato grande sensibilità, poiché come a breve spiegheremo, l’opera di Saul Costa attinge dal passato per parlare di qualcosa di attuale e che tocca tutti.

 

 

ÉN-THEOS, infatti, cita tre capolavori della pittura veneziana: il Miracolo del saraceno (1562-1566, Venezia, Gallerie dell’Accademia), parte del ciclo di teleri eseguito dal Tintoretto per la Scuola grande di San Marco; il San Sebastiano (San Pietroburgo, Ermitage) e il Polittico Averoldi (1520-1522, Brescia, Santi Nazaro e Celso), entrambi di Tiziano. L’immagine del miracoloso salvataggio campeggia al centro, affiancata dalle due interpretazioni del santo martire Sebastiano, spogliato del crudo attributo iconografico delle frecce, ma non della carica spirituale e del sentimento cristiano del totale abbandono e dono di sé a Dio di cui si fa portatore nelle opere di Tiziano. L’effetto scultorio delle figure in tutti e tre i pannelli è reso possibile da un sapiente uso dei colori a olio, che raggiungono il massimo della loro lucentezza e forza espressiva, come ci spiega Saul, quando l’opera è immersa nel buio totale e illuminata da fasci di luce artificiale. Sabato sera chi ha partecipato all’inaugurazione ha potuto così godere appieno l’installazione, dopo un primo smarrimento (specie per chi da parte di chi si aspettava numerose opere), durante i circa quindici minuti che ne hanno visto il lento disvelamento scandito da una precisa sequenza musicale. A completare il polittico troviamo in basso, a voler ricreare una croce, la raffigurazione di un teschio, eterno simbolo di morte e severo ammonimento contro ogni futile vanità terrena.

 

Tiziano e Bottega, San Sebastiano, 1570 ca. San Pietroburgo, Ermitage.

 

E veniamo così al senso dell’opera, al suo significato più profondo, che non si ferma a un semplice per quanto impeccabile e sentito citazionismo di due maestri amatissimi dal nostro artista vicentino. Tutta l’opera ruota attorno a un messaggio: ogni vita è sacra, merita rispetto e di essere salvata. Saul rileva giustamente, come non si debba dimenticare che quando Tintoretto eseguì i suoi teleri, lo scontro tra la Serenissima e la Cristianità da una parte, l’Islam e i Turchi dall’altra, era ancora al suo apice, a un livello di ferocia spaventoso. Eppure raffigurò il santo veneziano per eccellenza, Marco, mentre soccorre in volo – e al volo, a sottolinearne la celerità dell’azione – un “infedele”, per ricordare che il messaggio di salvezza di Cristo è rivolto a tutti, a prescindere da cultura e religione. Basti notare le innumerevoli occasioni presenti nei Vangeli, in cui Cristo si rivolge a samaritani, prostitute e pubblicani con sguardo misericordioso, scontrandosi al contrario con i farisei o, ancora, la divergenza di vedute tra i primi cristiani sull’opportunità di accogliere o meno i Gentili. Il riferimento alla tradizione cristiana è, dunque, chiaro e imprescindibile, ma alcune scelte iconografiche come la già menzionata assenza di frecce per san Sebastiano permettono di leggere l’opera anche in chiave laica. Qui sta il rimando alla situazione che viviamo oggi, contraddistinta ormai da immigrazioni epocali e milioni di persone che rischiano la vita nella speranza di trovare in paesi lontani un futuro migliore. L’artista ad ogni modo ha voluto evitare ogni facile patetismo, preferendo affidarsi alla lezione dei grandi maestri del passato, alla tradizione cristiana ed elevando i tre sprazzi di arancione cangiante presenti nei tre pannelli a simbolo delle vite che oggi sono salvate in mare, di quei salvagenti che per molti profughi sono l’appiglio per sfuggire a una tragica morte.

Ultimo aspetto che vogliamo sottolineare è che la visione indubbiamente positiva e propositiva dell’opera viene rafforzata proprio dal teschio in basso. Non può sfuggire, difatti, quella luminosa pennellata gialla che lo sovrasta, simbolo della luce divina, della resurrezione o anche in questo caso in una possibile lettura più laica, di come ci sia sempre speranza in questo mondo e che la vita a prescindere vince su tutto.

Il risultato di questo progetto è stato in definitiva ottimo a nostro avviso, e la soddisfazione di chi vi ha lavorato è assolutamente comprensibile come meritato il riscontro dal pubblico. Speriamo che questa esperienza possa toccare altre città, magari non solo del vicentino e che musica e pittura possano dialogare sempre più tra loro, traendo forza da ciò. Perché, come approfondiremo nel blog prossimamente, non sempre è stato così e alle volte persino i maggiori maestri del Rinascimento non hanno saputo cogliere il potenziale della musica in relazione alle altre arti “sorelle”.

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“SPAVALDI GUERRIERI”

Dopo le feste natalizie ieri sera Il caffè Artistico di Lo ha ripreso ufficialmente la propria attività, con la conferenza tenutasi presso l’Hotel Al Camin di Bassano del Grappa intitolata:

Spavaldi guerrieri. Ritratti di uomini in armi nella pittura veneta del Primo Cinquecento

Resa possibile dalla collaborazione con il nostro amico ed editore Andrea Minchio di Editrice Artistica Bassano,
essa si è concentrata su alcuni capolavori di Tiziano, Giorgione, Carpaccio, Cima da Conegliano, Bartolomeo Veneto e di altri artisti di influenza veneta, confrontati anche con dipinti di grandi maestri del “Manierismo” tosco-emiliano quali Pontormo, Parmigianino e Bronzino.
Ecco un assaggio delle opere analizzate, buona visione!

 

BUON PONTE DELL’IMMACOLATA DA LO!


Murillo, Immacolata concezione dei Venerabili, 1679, olio su tela, 270 x 190 cm. Madrid, Museo Nacional del Prado.

 

Murrillo e L’Immacolata Concezione dei Venerabili (Immacolata Soult)

In occasione del ponte dell’Immacolata, il nostro blog vuole rendere omaggio a un’artista del quale in passato abbiamo già potuto ammirare le qualità, tramite un suo dipinto che possiamo definire senza ombra di dubbio una tra le più celebri raffigurazioni di questo tema mariano. Ci riferiamo all’Immacolata Concezione dei Venerabili (1679) di Bartolomé Esteban Murillo (1617-1682) divenuta nell’Ottocento una tra le opere più lodate da critici, collezionisti e soprattutto devoti per la sua indiscutibile bellezza. Si osservi a tal proposito la dolcezza del volto di Maria, la quale è circondata da una schiera di giocosi angioletti colti in infinite pose, in un cielo vaporoso che dall’azzurro si accende mirabilmente di luce divina. Il titolo Immacolata Concezione dei Venerabili, probabilmente, è dovuto al fatto che il dipinto fu commissionato a Murillo per l’Ospedale dei Venerabili sacerdoti della sua città, ossia Siviglia. Apprezzata nel 1831 da Honoré de Balzac cui ricordava la gioia del primo amore, la tela deve molta della propria fama fuori dai confini spagnoli per la favolosa asta del 1852, che la vide protagonista della più alta aggiudicazione mai realizzata fino allora. In quell’occasione, infatti, arrivarono nelle tasche della vedova Soult (il maresciallo che aveva in precedenza espropriato l’opera) 615.300 franchi, al termine di una contesa cui parteciparono alcune delle più importanti figure e istituzioni dell’epoca, come lo zar di Russia, Isabella II di Spagna, il Louvre e la National Gallery londinese. Il dipinto dopo una serie di passaggi di mano fu scambiato, infine, nel 1941 con il Governo francese (che prese il Ritratto di Marianna d’Austria del Velázquez) così che oggi si può ammirare al Prado di Madrid.

Come detto ci troviamo di fronte al dogma dell’Immacolata Concezione, in altre parole del concepimento verginale di Maria. Per il mondo cattolico, Maria è stata chiamata da Dio a mettere al mondo Gesù prima ancora della creazione dell’universo e, perciò, non è stata macchiata dal peccato originale. Proclamato da Pio IX, relativamente tardi nel 1854, dopo che nel 1661 già papa Alessandro VII ne aveva inserita la festività con la bolla Sollicitudo omnium ecclesiarum, questo dogma in realtà è rimasto al centro di dispute teologiche sin dai primi secoli del cristianesimo, dividendo maculisti e immaculisti. Al primo gruppo appartennero, gusto per citarne alcuni d’indicativi, sant’Agostino, Tommaso d’Aquino e altri illustri teologici e ordini come quello domenicano, mentre il secondo iniziò ad avere maggiore forza solo nel XIV sec. (escludendo Inghilterra e Francia, dove si diffuse prima) con il pensiero di Duns Scoto e il crescente appoggio dei Frati Minori. I due schieramenti, se così possiamo chiamarli, in realtà furono a lungo molto fluidi e vi furono santi come il veneratissimo Antonio da Padova che, per esempio, con difficoltà potremmo annoverare tra gli uni o gli altri alla luce dei suoi scritti mai definitivi sulla questione.

Murillo interpreta il dogma dipingendo Maria giovanissima e soave, mentre rivolge con umiltà il volto verso l’Altissimo tenendo le mani strette al petto. Per alcuni dettagli come l’angioletto in alto a destra, si è intravista una possibile influenza dal Ratto di Europa di Tiziano, che Murillo avrebbe potuto ammirare a corte nel 1658, ma di certo la dinamicità leggiadra della scena anticipa il gusto stilistico tipico del Rococò. In definitiva si tratta di un capolavoro assoluto, dov’è svelata l’autentica devozione del pittore di Siviglia verso la Vergine nonché la sua attenzione da noi in passato analizzata nei confronti dell’infanzia, vista con il tenero sguardo di un padre amorevole. Essi, infatti, non portano alcun simbolo mariano con sé, ridotti soltanto alla veste bianca e blu di Maria e alla mezzaluna ai suoi piedi di giovannea memoria, intenti come sono a sostenere le vesti della stessa e a seguirne lo slancio verso l’alto.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

G. ANTONIO GAYA NUÑO – M. CORDERO, Murillo; I Classici dell’Arte, vol. 73, Milano 2012.

M. MARINI, Velázquez; Firenze-Milano 1994.

S. ZUFFI (a cura di), La pittura barocca; Milano 2006.

 

RIFERIMENTI IN RETE

CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO