“SPAVALDI GUERRIERI”

Dopo le feste natalizie ieri sera Il caffè Artistico di Lo ha ripreso ufficialmente la propria attività, con la conferenza tenutasi presso l’Hotel Al Camin di Bassano del Grappa intitolata:

Spavaldi guerrieri. Ritratti di uomini in armi nella pittura veneta del Primo Cinquecento

Resa possibile dalla collaborazione con il nostro amico ed editore Andrea Minchio di Editrice Artistica Bassano,
essa si è concentrata su alcuni capolavori di Tiziano, Giorgione, Carpaccio, Cima da Conegliano, Bartolomeo Veneto e di altri artisti di influenza veneta, confrontati anche con dipinti di grandi maestri del “Manierismo” tosco-emiliano quali Pontormo, Parmigianino e Bronzino.
Ecco un assaggio delle opere analizzate, buona visione!

 

SANT’AGOSTINO NELLO STUDIO DI VITTORE CARPACCIO

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Vittore Carpaccio, Sant’Agostino nello studio, 1503. Venezia, Scuola di San Giorgio degli Schiavoni.

 

Il celebre ciclo eseguito da Vittore Carpaccio (1460/1465-1525/1526) sulle Storie di San Gerolamo per la Scuola di San Giorgio degli Schiavoni a Venezia, neanche a domandarlo tratto dalla Legenda Aurea, da sempre pone il problema del telero dedicato a sant’Agostino. Se da un lato, infatti, il vescovo d’Ippona è indissolubilmente legato a san Gerolamo, col quale è uno dei quattro Padri della Chiesa, dall’altro si tratta pur sempre di qualcosa che rompe con l’insieme del ciclo.

Su tale questione si è espresso in due suoi fondamentali studi Augusto Gentili, che con acume e serietà dimostra come Sant’Agostino nello studio (1503) sia un dipinto affatto funzionale se non in chiave puramente commemorativa, giungendo a identificare il suo volto come un ritratto preciso per quanto senza la prova finale di un riscontro visivo. Di seguito, dunque, alcuni passaggi fondamentali tratti da Carpaccio (1996) e Le storie di Carpaccio (1996) per cercare di svelare il segreto di quel volto illuminato dall’apparizione di Gerolamo.

 

«Se non perdiamo tempo a contare libri e a identificare i bronzetti, rimarrà forse la voglia di chiedersi cosa mai ci stia a fare dentro il ciclo e dentro la Scuola questo quadro perfetto e dissonante. L’alibi narrativo geronimiano, esegeticamente inappuntabile, non riesce a far dimenticare che Gerolamo in figura non c’è, malgrado fossero disponibili tanti altri episodi in cui le sembianze del santo patrono potevano trovare più conveniente risalto: in primo luogo, proprio l’episodio di Gerolamo – e non altri – nello studio; o, in alternativa, quello di Gerolamo nell’eremo. La scelta obbligata dell’ambientazione in interno contraddice radicalmente la ciclica sequenza di esterni. Questo telero è un intruso di gran lusso. C’è una sola spiegazione possibile: a un certo momento i committenti dovevano inserire un ritratto celebrativo […] La manifestazione luminosa di Gerolamo ad Agostino salvò decentemente la logica del ciclo e salvò brillantemente l’esigenza del ritratto. Questa spiegazione non è una novità; è anzi nozione diffusa che nelle vesti di Agostino sia ritratto Bessarione, il cardinale greco che quarant’anni prima aveva contribuito al progetto di crociata, aveva concesso alla Scuola un’importante indulgenza, aveva donato a Venezia la sua splendida biblioteca personale. Nel nostro contesto la sua presenza sarebbe certamente plausibile, anche se ormai fuor d’attualità.»

da A. GENTILI, Carpaccio; Firenze-Milano 1996, pp. 30-31.

 

«…dobbiamo cercare un personaggio che Carpaccio e i suoi committenti non conoscevano prima del 1502/1503; che era vescovo e non cardinale, e non vecchio e bianco come Gerolamo, ma bruno e di mezz’età come Agostino; che era adeguato all’inserimento in uno studio ecclesiastico/umanistico; che era implicato nell’attualità di Venezia […] e nella vicenda istituzionale della scuola dalmata. Questo personaggio è proprio a portata di mano. Si tratta di quell’Angelo Leonino, vescovo di Tivoli e legato apostolico a Venezia, che in data 22 giugno 1502 rilascia a sua volta alla Scuola degli Schiavoni un’indulgenza fondamentale per la conservazione e lo sviluppo di questa istituzione. Non c’è purtroppo riscontro per la fisionomia di Angelo Leonino, e neppure si conosce la sua data di nascita. Soltanto in memorie assai tarde si legge che la sua morte, nel 1517, fu prematura […] Il favore di Leonino nei confronti della fraternita dalmata non può essere messo in dubbio. Due mesi prima di concedere l’indulgenza, il legato aveva autorizzato il dono della reliquia di San Giorgio alla scuola: aveva consentito che la preziosa memoria fosse tolta da una chiesa per essere affidata ad un’istituzione, ancorché devota, di carattere cittadino e nazionale. […] Oltre a quella di eccellente diplomatico, è solitamente attestata la fama di Angelo Leonino come artium et medicinae doctor, cultore di filosofia e delle arti liberali ma soprattutto della medicina: insegnò questa scienza all’università romana e fu medico personale di Alessandro VI e Leone X.»

da A. GENTILI, Le storie di Carpaccio. Venezia, i Turchi, gli Ebrei; Venezia 1996, pp. 88-90.

 

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Vittore Carpaccio, Sant’Agostino nello studio, 1503, particolare. Venezia, Scuola di San Giorgio degli Schiavoni.