“UN FIORITO E RASSICURANTE SPLENDORE” (PARTE I)

Giovanni d'Alemagna (e Antonio Vivarini), Sant'Apollonia accecata, 1440-1445. Bergamo, Accademia Carrara.

Giovanni d’Alemagna (e Antonio Vivarini?), Sant’Apollonia accecata, 1440-1445. Bergamo, Accademia Carrara.

 

I Vivarini tra Gotico e Rinascimento in mostra a Conegliano

Il Quattrocento ha visto a Venezia la compresenza di due grandi botteghe di artisti a conduzione familiare: quella dei Bellini, avviata da Jacopo ebbe nel figlio Giovanni la figura di maggior spicco e importanza; quella dei Vivarini, la quale operò per circa un sessantennio. Quest’ultimi ai più ancora oggi forse dicono poco, eppure si trattò di una famiglia che ottenne grande successo per tutto il XV secolo, ricevendo importanti commissioni soprattutto da ordini religiosi riformati ma anche da parrocchie e laici. La mostra di Conegliano (palazzo Sarcinelli, 20 febbraio – 5 giugno 2016), curata da Giandomenico Romanelli, è la prima dedicata a tutti e tre i Vivarini, e ha l’obiettivo non solo di analizzare l’evoluzione artistica interna alla bottega, ma anche di riconoscerne il ruolo centrale svolto nell’arte veneziana.

Il più anziano di questa famiglia, originaria di Padova ma trasferitasi a Murano per lavorare il vetro, fu Antonio (1418 circa – 1476/1484), seguito dal fratello Bartolomeo (1430 circa – post 1491) col quale collaborò ad alcune opere e che condusse la bottega alla morte del fratello maggiore. La terza figura è quella del figlio di Antonio, Alvise (1442/1453 – 1503). Ai tre va poi affiancato il cognato di Antonio Vivarini, Giovanni d’Alemagna, che come dice il nome era di origini tedesche e con il capostipite formò un inscindibile sodalizio, durato fino alla morte nel 1450. Il legame artistico tra i due è stato tale che ancora oggi gli storici dell’arte si trovano in forte disaccordo sul ruolo svolto dal secondo: pittore alla pari di Antonio e a cui ascrivere un crescente numero di opere, a cominciare dal San Girolamo (1444, Baltimora, Walters Art Museum), oppure semplice collaboratore?

Va precisato che la bottega dei Vivarini, sebbene col tempo fosse andata specializzandosi in opere pittoriche e polittici, non smise di lavorare il vetro, tanto da produrre la meravigliosa vetrata della basilica dei Santi Giovanni e Paolo, la più famosa di Venezia, in cui, forse, operarono tutti e tre i familiari. Probabilmente questa eredità “artigianale”, le conoscenze di altri materiali e ambiti artistici permise la felice realizzazione dei tre polittici eseguiti tra il 1443 e il 1444 per la cappella si San Tarasio, nella veneziana chiesa di San Zaccaria. Spettacolari “opere totali”, ricchissime di dettagli e significati teologici, esse ci dimostrano la lodevole capacità di collaborazione dei Vivarini con intagliatori e doratori del legno. Esperti anche nell’uso della pastiglia, costoro all’epoca erano ritenuti ugualmente importanti e, talvolta, persino pagati di più dei pittori. Gli effetti luminosi raggiunti nei tre paliotti in questione, i cui soggetti principali sono la Madonna con il Bambino, la Resurrezione e Santa Sabina, sono frutto di questa perfetta simbiosi, figli dell’esperienze nella lavorazione del vetro di cui furono indubbiamente maestri.

Giandomenico Romanelli (2016) definisce la pittura dei Vivarini «schierata con l’osservanza», per la quale i due maggiori “campioni”, spesso presenti nei loro dipinti, furono Bernardino da Siena (canonizzato nel 1450, appena sei anni dopo la morte) e Giovanni da Capestrano. Costui fu per di più il protagonista della prima opera certa (datata al 1459, firmata e oggi custodito al Louvre di Parigi) del solo Bartolomeo. Ciò è senza dubbio condivisibile, tanto che, come constatato anche dallo stesso Romanelli, seguendo le loro committenze nelle Marche, in Abbruzzo, Puglia e Regno di Napoli oltre che in Dalmazia, sembra di seguire i passi della diffusione delle varie comunità fedeli all’osservanza. Essa si proponeva di contrastare la dilagante corruzione e il decadimento morale, così da avviare un vasto rinnovamento della Chiesa. Il fatto che i Vivarini abbiano affrontato esclusivamente soggetti religiosi, tralasciando quelli storici, narrativi e “profani”, va dunque letto alla luce di questo legame con l’osservanza e, in generale, dei loro committenti e del periodo storico in cui vissero.

Tale approccio permetterebbe di superare i giudizi negativi a loro riservati in passato, causa dello scarso interesse verso questi grandi artisti, soprattutto se confrontati ai Bellini. Mauro Lucco nel 1990 per esempio si esprimeva così: «Di fronte […] alla carica di prestigio e modernità comunque riversata sull’azienda belliniana […] la bottega di Antonio Vivarini non aveva molto da opporre, per mancanza di flessibilità nel prodotto: mai essa era andata al di là dei consueti dipinti d’altare, per quanto lussuosi, mai aveva provato a misurarsi con compiti narrativi […] mai aveva provato la ritrattistica e persino l’affresco sembra essere stato abilità esclusiva di uno dei suoi componenti, Giovanni d’Alemagna […] È il quadro, insomma, di una bottega di stampo medievale, conservatrice nelle sue norme interne […] che inevitabilmente […] si ridusse sempre più nell’arco di qualche decennio, a mercati provinciali, rurali o decentrati, lungo le due sponde adriatiche.». A nostro avviso tale impostazione è da ritenersi ormai superata, e la mostra di Conegliano ha l’indubbio pregio di seguire con convinzione una strada diversa. Non possiamo perciò che trovarci in sintonia con la riflessione fatta dalla Schmidt e ripresa da Marina Massa (2000): «per loro il costante riferimento alla tradizione non implica un’arretratezza culturale, né una mancata partecipazione alle più aggiornate correnti artistiche del tempo, bensì l’uso di un lessico in cui la componente innovativa viene riassorbita entro gli schemi compositivi e stilistici ormai consolidatisi nella tradizione, ma soprattutto nel gusto della committenza».

Una dimostrazione di ciò è il magnifico Trittico dei Padri della Chiesa, eseguito nel 1446 per la Scuola grande della Carità, dove oggi vi sono le Gallerie dell’Accademia di Venezia. Si tratta di un capolavoro assoluto per virtuosismo scenico e innovazioni, giacché la sacra rappresentazione non è suddivisa nei canonici scomparti del polittico medievale, ma si svolge in modo unitario all’interno di un’architettura molto elaborata. Quest’impostazione Antonio e Giovanni d’Alemagna non l’adotteranno più in seguito, ma sarà fondamentale per l’evoluzione artistica di Giovanni Bellini e l’iconografia delle sacre conversazioni nei decenni a seguire. Inoltre non si deve sottovalutare il fatto che, già Antonio avesse compiuto il passaggio dall’arte gotica dei suoi maestri a quella del primo Rinascimento, attenta alla prospettiva e pienamente occidentale nei suoi mezzi espressivi.