VIRTÙ, RAGIONE E FUNESTI PRESAGI. Il Fregio di Giorgione a Castelfranco Veneto tra astrologia e filosofia

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Giorgione, Fregio, 1498-1499 o 1502-1503 circa, particolare. Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione.

 

(Parte II)

Continuando con la nostra analisi eccoci al secondo medaglione, dove troviamo questa volta il volto di un ebreo, da identificarsi forse, giacché il condizionale resta d’obbligo, con il maggiore profeta dell’Antico Testamento, ossia Mosè o una figura tra suo fratello Aronne, il saggio re Salomone. Secondo un’altra ipotesi di lettura, visto il tipico copricapo indossato dagli ebrei europei nel Tardo Medioevo, potrebbe trattarsi invece, di uno studioso più prossimo all’epoca di Giorgione e in questo caso il nome fatto da Gentili è quello del provenzale Levi Ben Gerson (Gersonide). Vissuto nel XIV secolo, Gersonide scrisse sulla centralità del calcolo e degli strumenti di misurazione per scrutare il futuro e pronosticò per il 1345 conseguenze terribili a causa della congiunzione di Saturno, Giove e Marte nel segno del Cancro.  Assieme al primo medaglione ciò ci dice che i fondamenti scientifici e matematici della vera astrologia sono da ricercare nella cultura araba ed ebraica. Anche qui il volto ritratto è posto tra due iscrizioni veramente interessanti. Quella di sinistra, di cui non si conosce ancora la fonte, recita così: QUI IN SUIS ACTIBUS RATIONE DVCE DIRIVUNTVUR IRAM CELI EFFUGERE POSSUNT (quelli che nelle loro azioni si fanno guidare dalla ragione possono sfuggire all’ira del cielo), mentre la seconda dice: FORTUNA NEMENI PLUS QUAM CONSILIUM VALET (per nessuno la fortuna vale più del senno). Questa riprende un brano tratto da Publilio Sirio (Sententia), «Fortuna hominibus plus quam consilium valet» invertendone, però, il senso originario. Adesso abbiamo finalmente tutti i mezzi per comprendere la prima sequenza del Fregio e così gran parte del suo messaggio. Esso è un monito contro l’ira del cielo che, come vaticinato da Gersonide nel 1345 e più tardi dall’Abioso ad esempio tra l’ottobre del 1503 e il giugno del 1504, quando vede la congiunzione di Saturno, Giove e Marte in Cancro, ancor più se accompagnata da eclissi (si osservi la seconda sequenza) porta tremendi cataclismi. Di fronte alle forze indomabili dell’universo, l’uomo può solo affidarsi alla virtù e alla ragione.

Giunti a questo punto, dopo un’altra breve parentesi dedicata ad alcuni diagrammi planetari, ci imbattiamo nella terza sequenza che, come anticipato, risulta “stonare” rispetto le altre. Si tratta di quella dedicata alla guerra, fonte di disarmonia e rottura, definita da Leonardo da Vinci in modo molto incisivo «pazzia bestialissima» (ed. 1997, par. 173). Le perturbazioni cosmiche provocano conflitti bellici che a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento sono innanzitutto le “guerre d’Italia”, ma anche lotte tra fazioni e sette religiose, carestie e innumerevoli altre sciagure climatiche e sociali. In questa parte, riassunta visivamente dai due trofei d’armi con elmo a visiera e lance per uno e testa leonina bifronte e spade incrociate per l’altro, compare al centro quello che potrebbe essere il busto di Alessandro Magno, condottiero di cui si elogiava la magnanimità (si pensi ad Alessandro Magno e la famiglia di Dario del Veronese). Ai suoi lati ecco altre due tabelle richiamarci a un certo distacco intellettuale e filosofico dagli avvenimenti che hanno interrotto l’armonia dell’universo, indicandoci una visione morale ed etica da seguire. La prima recita FORTIOR QVI CVPIDITATEM VINCIT QVAM QVI HOSTEM SVBTICIT, ossia “è più forte chi vince la cupidigia di chi sconfigge il nemico”, che reinterpreta un brano dei Proverbia di Publilio Siro. La seconda SEPE VIRTVS IN HOSTE LAVDATVR che tradotto significa “spesso nel nemico si loda il valore”. Si tratta di due insegnamenti che vogliono dimostrare la pazzia della guerra, la pochezza del valore dimostrato in battaglia rispetto a quello conquistato con le vittorie interiori, riportando il tutto a un livello di umanità che vede anzi nel nemico, qualità degne di rispetto e riconoscimento. È chiaro che questa sequenza, brusca e breve quasi a “voler proseguire oltre velocemente” (A. Gentili 1999) è un punto nodale dell’intero Fregio, e acquista un significato centrale riassunto perfettamente da Silvio D’Amicone: «nel suo ruolo di avversaria della virtù, la guerra si configura come avversaria tout court e persino come prototipo di ogni avversità possibile: un monito che si guadagna la propria centralità nell’opera perché non vada affatto trascurato» (2009). Conseguenza di tale impostazione è la mancanza nel Fregio di qualsiasi volontà di elogiare le virtù miliari, giacché anch’esse in definitiva allontanano dalla vera sapienza.

A venirci in soccorso per condurci presto fuori dai pensieri e dalle conseguenze funeste prodotte dalla guerra, compare nella stessa sequenza un salterio, che ci introduce, finalmente, alle arti, iniziando da quelle musicali. Gli strumenti visibili sono in ordine: un clavicordo; un liuto; una viella; dei flauti custoditi in una sacca; un archetto; una sonagliera; una ghironda; un secondo clavicordo sormontato da tamburello e cimbali. All’inizio della nostra analisi si è rilevato il gesto assurdo di strappare il busto posto in questo punto, producendo danni irreparabili ai due motti postigli accanto, tanto che su quello di sinistra si possono solo fare supposizioni mentre quello di destra è del tutto incomprensibile. Partendo dal presupposto che l’uomo effigiato sia Orfeo, sul primo (VER […] DU […] MU […] […] A […]) si possono dare più possibilità, legate in senso stretto alla musica o piuttosto riconducibili al tema generale che sottende l’intero Fregio. Nel primo caso si può pensare a un passo dell’Ecclesiasticus, «La parola dolce moltiplica gli amici» (VI, 5) o leggervi «è duro ascoltare la verità, dolce ascoltare la musica» (G. Fossaluzza 2009). Nell’altro ordine d’interpretazione, quello proposto da Gentili per intenderci, le iniziali rimaste potrebbero essere lette così: «a verità conduce il mondo da qualche parte o in qualche modo». A parer nostro questo è l’unico caso, dove la proposta di Augusto Gentili risulta più debole, sebbene possa, in effetti, per vari motivi essere quella astrologica la strada giusta. Di sicuro sarà difficile ottenere un responso definitivo alla luce delle numerosi possibilità d’interpretazione, cui le poche lettere superstiti lasciano spazio. Tale problema, inoltre, mantiene aperto anche il significato degli strumenti stessi, che secondo Gentili è indubbiamente negativo, poiché essi sono privi delle corde necessarie a suonare e possono, dunque, creare solamente un disarmonico frastuono o al massimo un perturbante silenzio.

Dopo la musica è la volta della pittura, o meglio dello studio di un pittore con scarse capacità. In apertura, infatti, troviamo un rozzo e sciatto busto di San Giovanni Battista e più avanti su di un cavalletto una donna (faunessa?) con un bambino (Dioniso?). Nel mezzo compare una cassa dalla serratura senza chiave; una custodia decorata per colori; una ciotola con il suo pennellino; un libro aperto con disegni alquanto semplici di prospettiva. Di seguito l’ultimo motto e il busto da identificare con ogni probabilità con «il mitico fondatore dell’arte pittorica» ossia Apelle (si osservino le due iniziali maiuscole “A” e “P”). Chiude il lungo fregio, una sequenza che pare superflua, poiché il tema della pittura è già stato abilmente riassunto poco prima. Secondo Gentili questa parte con scodelline, pennelli legati tra loro, stampi e ritratti vari, potrebbe alludere alle idee dell’Abioso, alla “medicina astrologica” e ricondurre così alla sfera magica legata alla preparazione erboristica. L’incertezza anche in questo caso rimane perché «bisognerebbe avere le chiavi per aprire quella misteriosa serratura» (A. Gentili 1999) per trovare delle risposte.

Alla fine del Fregio rimane proprio un profondo senso di ambiguità e insicurezza.  Se la frase SI PRVDENS ESSE CVPIS FVTVRA PROSPETVM INTENDE (se vuoi essere saggio volgi lo sguardo alle cose future) potrebbe assurgere, difatti, a consiglio per superare le difficoltà, il busto che seguendolo finisce inesorabilmente col guardare un riquadro vuoto indicherebbe l’esatto opposto. Insomma il saggio abbandonato a se stesso dovrà saper affrontare qualsiasi infausto presagio grazie all’arte divinatoria e dovrà altresì riempire da solo quella tabella, grazie alla sapienza acquisita attraverso lo studio, l’applicazione delle arti e l’esempio dei maestri passati. Tutto ciò apre però a nuovi dubbi, perché se bisogna ricercare la verità, come può la pittura «che è arte della simulazione per eccellenza» (S. D’Amicone 2009) esserci utile? Silvio D’Amicone trova un’interessante via di decodificazione, vedendo la pittura come subordinata alla sfera intellettuale, semplice strumento materiale all’interno di una visione che esalta la sapienza astronomica e matematica.

 

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Giorgione, Fregio, 1498-1499 o 1502-1503 circa, particolare. Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

L. DA VINCI, Trattato della pittura; ed. a cura di M. DOTTI CASTELLI, Colognola ai Colli (Vr) 1997, par. 173.

E. M. DAL POZZOLO, Pittura Veneta; Milano 2010, p. 149.

E. M. DAL POZZOLO & L. PUPPI (a cura di), Giorgione; catalogo della mostra (Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione, 12 dicembre 2009-11 aprile 2010), Ginevra-Milano 2009.

S. D’AMICONE, Le arti dell’oracolo; in E. M. DAL POZZOLO & L. PUPPI (a cura di), Giorgione; catalogo della mostra (Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione, 12 dicembre 2009-11 aprile 2010), Ginevra-Milano 2009, pp. 87-112.

G. FOSSALUZZA, Castelfranco, la Marca e Treviso; in L. PUPPI – E. M. MARIA DAL POZZOLO – G. FOSSALUZZA (a cura di), Le vie di Giorgione nel Veneto, Ginevra-Milano 2009, pp. 35-45.

A. FREGOLET, Giorgione; collana Art Book, n° 24, Milano 2006.

A. GENTILI, Da Tiziano a Tiziano. Mito e allegoria nella cultura veneziana del Cinquecento; Roma 1988.

A. GENTILI, Giorgione; Art & Dossier n° 148, Firenze 1999.

M. A. MICHIEL, Notizia d’opere del disegno; ed. critica a cura di T. FRIMMEL, Vienna 1896, ristampa anastatica, Firenze 2000, p. 53.

M. PASTORE STOCCHI, Giovan Battista Abioso e l’umanesimo astrologico a Treviso; in M. MURARO (a cura di), La letteratura, la rappresentazione, la musica al tempo e nei luoghi di Giorgione, Atti del Convegno (Castelfranco Veneto 1978), Roma 1987, pp. 17-38.

G. VASARI, Vita di Giorgione da Castelfranco; in Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti, ed. integrale, Roma 2007, pp. 568-571.