VIRTÙ, RAGIONE E FUNESTI PRESAGI. Il Fregio di Giorgione a Castelfranco Veneto tra astrologia e filosofia

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Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione, Sala del fregio delle arti liberali e meccaniche.

 

(Parte I)

Vivide sono ancora nei miei ricordi, le lezioni di Storia dell’Arte Moderna tenute dal professor Augusto Gentili all’università Ca’ Foscari di Venezia, duranti i primi anni universitari, quando optai, con stupore di amici e compagni di studio, per i suoi due corsi tra quelli a scelta, certo non i più facili. Del grande studioso di origini romane ma innamorato della pittura veneta, mi colpiva – e mi colpisce ancora oggi – il coraggio nel proporre riflessioni nuove, talvolta scomode, fuori dal coro e osteggiate, comunque sempre punto di partenza per dibattiti da cui sono scaturite ulteriori scoperte e letture iconologiche su Tiziano, Veronese, Tintoretto e altri maestri veneti. Un esempio sono le sue parole poco lodevoli per la Tempesta (1507-1508, Venezia, Gallerie dell’Accademia) di Giorgione (1477/1478-1510), in effetti, troppo spesso osannata a sproposito poiché semioticamente “reticente” e piena di rimaneggiamenti. Al contrario dell’artista nativo di Castelfranco Veneto, nella Marca trevigiana, a Gentili interessava molto più un’opera complessa, problematica e sfaccettata come il Fregio (1498-1499 o 1502-1503 circa, Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione) dipinto a chiaroscuro di terra gialla lumeggiata a biacca e con ombreggiature a bistro. Proprio su di esso oggi ci soffermeremo, a voler ripercorrere l’affascinante e – per noi – condivisibile lettura fattane da Augusto Gentili e, idealmente, recuperare quegli entusiasmanti anni universitari.

 

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Giorgione, Fregio, 1498-1499 o 1502-1503 circa, particolare. Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione.

 

Sin dalle sue più remote origini la speculazione filosofica tenta di decodificare e poi spiegare l’universo, in una chiave possibilmente “accettabile” e tranquillizzante (A. Gentili 1988). Se i pensatori iconici, una volta fatti propri i concetti di “uno” e “infinito”, giunsero a inquietanti conclusioni riguardo tutto quello che vi sta nel mezzo, delineando una situazione di “conflitti cosmici” tra contrari che può condurre alla distruzione della realtà conosciuta, i Pitagorici intrapresero una strada ben diversa. Definito l’uno come “archetipo indivisibile” in cui coesistono il pari e il dispari, essi vedevano i contrari non necessariamente come avversi tra loro ma, piuttosto, in un rapporto dialettico e armonioso nonché potenzialmente di complementarietà. Questa breve parentesi introduttiva è assolutamente doverosa prima di affrontare l’enigmatico Fregio, che per molti aspetti anticipa quello che è il capolavoro di Giorgione, ossia I tre filosofi del Kunsthistorisches Museum di Vienna (datato al 1504-1505 è chiamato anche I tre astrologi o le Tre religioni) che il Michiel vide in casa di Taddeo Contarini nel 1525. Senza entrare nel merito basti dire che entrambe le opere riconducono a un ambiente culturale ristretto, cristiano ma legato da vari fili all’ebraismo e al pensiero di Giovan Battista Abioso (di cui parleremo), motivo che starebbe alla base di quell’alone di mistero che circonda Zorzi da Castelfranco, costretto a dover cautamente celare alcuni messaggi contenuti nei suoi dipinti.

Conservato nel salone del piano nobile, eccetto per il profilo di imperatore romano strappato nell’Ottocento per finire incomprensibilmente nella privata abitazione Rostirolla Piccini, il Fregio si divide nelle pareti est e ovest per un totale di quasi 32 m di lunghezza. Probabilmente anche i due lati brevi dovevano essere decorati, ma ad ogni modo noi ci occuperemo in questa sede solamente di quello che si sviluppa nel lato est, poiché l’unico che per la maggior parte degli studiosi è ascrivibile al Giorgione. La parte ovest è quasi certamente opera di bottega o meglio di un epigono di poco successivo, giacché si presenta molto più disordinata e discordante sul piano dei contenuti, con armi, libri, strumenti musicali e di misurazione associati senza alcun preciso criterio né ordine. La struttura del nostro affresco è pentapartita, con le prime due sezione che ricoprono un ruolo gerarchicamente preminente, mentre la parte centrale, che come vedremo è “dissonante” rispetto le altre, si mostra minore sul piano dello spazio, come se la si dovesse affrontare “velocemente per poi proseguire oltre”. Nella descrizione che Dal Pozzolo dà del Fregio, egli scrive che Giorgione vi « svolse una complessa allegoria che esortava ad affrontare le difficoltà dei tempi praticando le virtù sapienziali, astrologiche, belliche e artistiche. Un tema insolito che attesta non comuni frequentazioni umanistiche e che Giorgione costruì immaginando una sequenza di oggetti monocromi posti su una mensola fittizia, intervallati a teste e tabelle con motti latini. L’effetto è quello di una srotolata, lunghissima natura morta ante litteram» (E. M. Dal Pozzolo 2010). Se tale concisa descrizione riassume piuttosto fedelmente il significato del dipinto, Gentili (1999) e D’amicone (2009) propongono, però, una lettura differente del riquadro con le armi come vedremo in seguito. Il Fregio non è comunque, come taluni ancora dicono, una semplice rappresentazione delle arti liberali, poiché contiene un messaggio a tratti spaventoso, debitore delle conoscenze astronomiche del tempo, in particolare del citato Abioso (vissuto a cavallo tra XV e XVI secolo). Di origini campane, egli fu un celebre matematico, medico e filosofo, resse una scuola di astrologia a Treviso e fu l’autore del Dialogus in astrologiae defensionem cum vaticinio a diluvio usque ad Christi annos 1702. Stampato a Venezia nel 1494 questo libro non solo parla dell’Anticristo, ma descrive in modo puntuale gli anni 1503, 1524 e 1702 come assolutamente infausti e catastrofici. Si guardi bene che alla fine Quattrocento e nei primi del Cinquecento i messaggi di questo genere erano diffusissimi, veicolati da testi a stampa, incisioni e sermoni sia laici sia religiosi. Gli astrologi d’altro canto erano tenuti in grandissima considerazione. Salvo coloro che operavano all’interno delle varie corti europee, a tutti gli effetti “ciarlatani” che per ingraziarsi i propri signori davano loro solo “notizie buone”, costoro avevano ottime conoscenze matematiche e astronomiche ed erano stimati personaggi come il nostro Abioso.

Iniziamo allora ad analizzare nel dettaglio il lungo Fregio e ci imbattiamo subito in una serie di libri, aperti o chiusi, taluni appoggiati ad una mensola, chiari riferimenti all’importanza della conoscenza. Passato questo primo riquadro compare il volto di un sapiente, il cui copricapo ci porta in modo inequivocabile in Medio Oriente e nella cultura araba. Costui per lo più è stato interpretato come il «grande padre delle scienze celesti, Tolomeo egizio» (A. Gentili 1999). L’altro nome proposto è quello di Abu Mas’shar (vissuto nel IX secolo in occidente era conosciuto come Albumasar) protagonista assieme a Tolomeo del Dialogus dell’Abioso, che li chiama entrambi in causa per contrastare le «obiezioni preconcette di un “superstizioso sofista”» (A. Gentili 1999). Questo splendido “ritratto” è preceduto da un monito che più terribile non potrebbe essere: UMBRE TRANSITUM EST TEMPUS NOSTRUM traducibile in “il nostro tempo è il passaggio di un ombra” (Sapienza II, 5). Il tema della pochezza del tempo a nostra disposizione e della precarietà di ciò che lasciamo (nulla è più labile e sfuggente di un’ombra), non a caso è accompagnato da una clessidra posta sulla mensola accanto, «il più ansiogeno strumento di misurazione del tempo» (A. Gentili 1999). L’inizio è davvero da cardiopalma, mettendoci subito in allerta, ma la seconda scritta ci dà presto un’alternativa più ottimista: «SOLA VIRTUS CLARA AETERNAQUE HABETUR» (Sallustio, Bellum Catilinae 1, 4) che significa “solo la virtù appare chiara ed eterna”. Questo prezioso insegnamento è seguito da altri libri chiusi e strumenti di misurazione (tavola, riga e compasso) che ci portano alla sequenza successiva. Molto ampia e ordinata essa è composta da: una sfera celeste con costellazioni, segni zodiacali, la falce di luna e il sole antropomorfo; un sestante; una sfera armillare che nel cartiglio-didascalia cita la Sphera mundi, testo di Giovanni Sacrobosco la cui prima edizione veneziane è datata 1478; le figure delle eclissi di luna e di sole; l’immagine di un calcolo geometrico; tre compassi; un bellissimo astrolabio piano con nastrini svolazzanti; una figura geometrica; un regolo a squadra. Interessante notare che l’astrolabio riprende quello presente nel frontespizio dell’Epytoma in Almagestum Ptolomei (edita a Venezia nel 1496), dove l’autore Giovanni da Monteregio (o Regiomontano) siede accanto a Tolomeo abbigliato come un re. Le citazioni dirette o indirette dei due grandi studiosi Giovanni Sacrobosco e Giovanni Regiomontano vanno lette come un consiglio a fondarsi oltre che su buoni strumenti anche su maestri affidabili.

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Giorgione, Fregio, 1498-1499 o 1502-1503 circa, particolare. Castelfranco Veneto, Museo Casa Giorgione.

 

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.italianways.com/il-fregio-di-casa-pellizzari-di-giorgione-nostalgia-di-una-storia-interrotta/

Il Fregio – Castelfranco Veneto