I VOLTI NASCOSTI DI VENEZIA. Il ridotto e Il parlatoio di Francesco Guardi a Ca’ Rezzonico


Francesco Guardi, Il ridotto di San Moisè, 1745-1750 ca. Venezia, ca’ Rezzonico.

 

Tra il 1745 e il 1750 Francesco Guardi (Venezia 1712-1793) eseguì due dipinti di carattere sociale, che sono tra i suoi massimi capolavori, ma anche tra i più apprezzati e conosciuti nel mondo dell’arte per questo tipo di soggetto in cui eccelse Pietro Longhi (Venezia 1701-1785). Figlio di un orafo o meglio “gettatore d’argento”, Pietro Longhi, infatti, nel 1741 aveva realizzato i celebri Concertino e Lezione di danza (entrambe alle Gallerie dell’Accademia di Venezia), mentre del 1746 è la Visita a una dama (New York, Metropolitan Museum). Questi tre dipinti sono solo alcuni esempi tra le tante scene d’interni che si potrebbero citare nella produzione longhiana, sufficienti ad ogni modo per avere dei parametri di confronto con le due opere del Guardi che ci accingiamo ad approfondire: Il ridotto di San Moisè e Il parlatoio delle monache di San Zaccaria, ambedue oggi ammirabili a Ca’ Rezzonico (Venezia). A lungo si è dibattutto sulla loro autografia a causa della loro “unicità”, poiché trattasi di due dipinti di altissima qualità cromatica, privi degli effetti “sfaldati” presenti soprattutto negli ultimi lavori di Francesco Guardi, dove aleggia la percezione di una fine prossima della Serenissima. Oggi, comunque, gli storici dell’arte sono per la maggior parte propensi a inserirli nel catalogo di Francesco (così come lo scrivente), anche se, con qualche buona ragione, si può pensare vi abbia messo mano anche il fratello maggiore Giannantonio, nato a Vienna nel 1699.

I due quadri di Francesco rappresentano realtà molto distanti tra loro eppure ugualmente centrali nella vita veneziana dell’epoca, sebbene non riguardino grandi feste come lo Sposalizio del Mare (in occasione della Festa dell’Ascensione nota come “Sensa”) o piazze e luoghi pubblici come San Marco. Partendo dal Ridotto dei Filarmonici a San Moisè, qui raffigurato dal Guardi prima delle modifiche del 1758, esso era una sorta di versione settecentesca del casinò, un luogo molto frequentato dove veneziani e stranieri potevano ritrovarsi a giocare d’azzardo legalmente. Un soggetto, quello del ridotto, che verrà immortalato nel 1757-1760 dallo stesso Longhi, il quale qualche anno più tardi, a dimostrazione del legame tra i due artisti, sarà altresì autore del bellissimo Ritratto di Francesco Guardi (1764, Venezia, Ca’ Rezzonico) dove lo rappresenta atteggiato a maestro accademico. L’apertura di questo luogo adibito al gioco risaliva al secolo prima, per la precisione a quando nel 1638 il governo veneziano concesse l’autorizzazione a Marco Dandolo per aprire il suo palazzo al pubblico, con l’intento di regolamentare un fenomeno con cui tutt’oggi, a distanza di secoli, i legislatori debbono costantemente confrontarsi. A gestirlo, sino alla chiusura per decreto del Senato nel 1774, ci fu sempre una figura appartenente al patriziato e i suoi frequentatori erano tenuti a indossare delle maschere per motivi di “decoro”. L’ambiente, arredato con uno splendido e sontuoso mobilio, è vivace e rumoroso, con donne e uomini intenti a parlare tra loro, suonare strumenti a corda, intrattenersi con un cagnolino, mentre altri sono già al tavolo da gioco o, come si può vedere sulla sinistra, a quello del cambiavalute.

Nel secondo dipinto, invece, siamo catapultati nel mondo delle monache di clausura, che ci si presenta per nulla chiuso e tetro, ma al contrario guizzante di luce, dinamico quanto il precedente. In esso Guardi attua un “gioco di specchi”, raddoppiato dalla grata che separa gli ambienti aperti al pubblico da quelli destinati solo alla vita monastica. È come se l’artista non solo disvelasse un microcosmo nascosto, ma ci invitasse a scambiarci di ruolo con gli “attori” in campo, a prendere direttamente parte alla recita, ciascuno con il proprio ruolo preferito. Il riferimento al teatro del resto è dato da quello – in miniatura – dei burattini che troviamo sulla destra, predisposto per rallegrare gli ospiti, specie i più piccoli, ma allo stesso tempo simbolica parodia del mondo e della sua vanità. Il parlatoio celerebbe, dunque, un messaggio morale – seppur velato – ben comprensibile alla luce del luogo in cui è ambientata la scena, in cui sembra quasi fuori luogo la dama che fa bella mostra di sé al centro. Ella, difatti, con il suo candido e vaporoso abito bianco sembra voler attirare su di sé tutta l’attenzione e bisogna ammettere che ci riesce bene. Osservandone, poi, abito e postura questa elegante nobildonna ci ricord la protagonista della longhiana Lezione di Danza sopra citata, posa sempre al centro del dipinto anche se rivolta in senso opposto.

L’orgine di due soggetti così particolari è da ricondurre alla scelta di Francesco Guardi di rimanere sempre a Venezia, a differenza per esempio dei più quotati Canaletto e Bellotto. La sua tecnica  d’altronde era piuttosto veloce, quasi “nervosa”, e dava vita in genere a opere dal forte impatto drammatico come l’Incendio dei depositi degli oli a San Marcuola (1789-1790, Monaco, Alte Pinakhotek), le quali riscuotevano minor successo tra viaggiatori e collezionisti stranieri. Non a caso solo dalla fine degli anni quaranta del Settecento, con il campo sgombro per le partenze appunto di Canaletto (1746-1754) e Bellotto (1749), oltre alla morte di Marieschi (1743), Francesco si cimenterà nelle vedute. Non proprio con grande successo di critica in ogni caso, se per esempio l’ispettore generale delle collezioni pubbliche veneziane Pietro Edwards, in una lettera indirizzata a Canova, le definisce «scorrette quanto mai, ma spiritosissime», aggiungendo che «di queste vi è adesso molta ricerca, forse perché non si trova di meglio» (Haskell 1993, p. 15). Pietro Edwards, inoltre, nella stessa missiva inviata al grande scultore di Possagno (a quel tempo impegnato a Roma) dà un dettaglio davvero prezioso per gli storici dell’arte. Egli sottolinea, infatti, come Francesco Guardi si avvalesse di tele di poco pregio, motivo che spiega perché molti suoi dipinti versano oggi in cattivo stato di conservazione.

Questo legame strettissimo con la propria città ha fatto sì che Francesco Guardi raggiungesse altissimi risultati nel descrivere con dovizia di particolari, freschezza e arguzia la vita della Serenissima, in primo luogo nel Parlatoio e nel Ridotto del 1745-50 qui analizzati. Tutte qualità che  ci inducono a vedere nelle sue opere delle fonti preziose, ricche di dettagli realistici di rilevante valore storico (si pensi al tema della moda) oltreché artistico. Nei due capolavori di Ca’ Rezzonico, in definitiva, Francesco ha saputo  immortalare come pochi altri l’anima di Venezia nel suo ultimo e sfavillante secolo di vita.

 



Francesco Guardi, Il parlatoio delle monache di San Zaccaria, 1745-1750 ca. Venezia, ca’ Rezzonico.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

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M. FAVILLA & R. RUGOLO, Venezia ‘700. Arte e società nell’ultimo secolo della Serenissima; Schio (Vi) 2011, pp. 198, 201, 2013, 237 e 247.

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S. ZUFFI, Francesco Guardi; in S. ZUFFI (a cura di), La pittura barocca. Due secoli di meraviglie alle soglie della pittura moderna; Milano 2006, pp. 360-361.

 

RIFERIMENTI IN RETE

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