“AL NOSTRO SIGNORE ONORIO SEMPRE AUGUSTO”. Il Dittico eburneo di Probo ad Aosta


Dittico di Probo, 406 d.C., avorio, 30 x 28 x 1 cm. Aosta, Museo del Tesoro della Cattedrale.

 

Nel periodo che vide protagonisti il vescovo Ambrogio e l’imperatore Teodosio I, la società romana mutò profondamente rispetto all’epoca di Costantino durante la quale, invece, l’Impero aveva sperimentato un’importante ripresa politica, sociale e artistica. Schiacciata all’esterno dalle crescenti ondate migratorie, all’interno essa visse una profonda crisi e il rompersi del rapporto per decenni pacifico tra cristianesimo e paganesimo a favore del primo, che fece propria una visione “universalistica e trionfalistica” parallelamente alla sublimazione della figura dell’imperatore.

Esempio di tale temperie culturale è il meraviglioso Dittico di Probo (406 d.C., Aosta, Museo del Tesoro della Cattedrale), dove compare una doppia rappresentazione di Onorio, allora ventiduenne e raffigurato secondo il concetto di maestà che si andava imponendo anche per mezzo delle monete. Figlio dell’imperatore Teodosio, Onorio è, infatti, proposto a figura intera e stante, mentre tiene in un caso il labaro imperiale col chrismón e la Vittoria alata su un globo con palma e corona d’alloro, nell’altro lo scudo e l’asta-scettro: tutti simboli del suo dominio universale e del suo ruolo di condottiero vittorioso a capo delle armate imperiali. Oggetti preziosi come questo dittico in avorio, segni di ostentata ricchezza tipici dell’età Tardo antica, erano commissionati in particolare dai consoli eletti ogni anno per donarli agli imperatori o ai colleghi e agli amici stretti in occasioni e ricorrenze importanti. Erano dunque poche le persone che potevano permetterseli e la loro produzione rimaneva ancora saldamente nelle mani degli stessi artisti che eseguivano dittici con soggetti religiosi legati al mondo pagano. Nella seconda metà del IV sec d. C., infatti, si vide un vero revival pagano. Lo dimostra per esempio il Dittico di Probiano del 400 circa (Berlino, Staatsbibliothek) con la sua cornice a palmette del tutto identica a quella del Dittico con due sacerdotesse che celebrano riti pagani (tardo IV sec. d. C., diviso tra Parigi e Londra) e la chiara volontà dell’artista di creare uno spazio credibile. A più di un decennio, però, dal fallimento della reazione pagana alle politiche di Teodosio (ultimo imperatore tra l’altro a regnare su un Impero unificato), seppure alcuni elementi riconducibili a quella cultura siano scomparsi, rimane ancora vivo anche nel nostro Dittico di Probo il desiderio di recuperare la tradizione classica. Altro aspetto importante da approfondire oltre al contesto storico, giacché ci permette di entrare nel merito dell’opera, è capire se l’artista volesse raffigura l’imperatore romano d’Occidente Onorio quale figura reale o, piuttosto, richiamarne la sua statua. La domanda è stata posta con lucidità già da Ernst Kitzinger, che colse le molte similitudini con il Dittico di Asclepio e Igea (tardo IV sec. d. C. Liverpool, County Museum) dove, appunto, non ci troviamo dinanzi delle semplici rappresentazioni ma le statue delle due divinità. Resta il fatto che il formato lungo e stretto del Dittico di Probo rafforza l’immagine dell’imperator secondo la tradizione statuaria romana, e apprezzabile è l’abilità dimostrata dall’artista nel dare un’interpretazione possente di Onorio, il quale sembra energicamente uscire dal suo spazio per proiettarsi verso di noi.

Proseguendo nella nostra analisi, ora vale la pena concentrarsi sulla committenza, tema sin qui toccato solo marginalmente, ma da cui si apriranno molte questioni centrali per comprendere appieno l’eccezionale valore storico oltre che artistico del nostro manufatto. Innanzitutto il suo nome deriva da Anicio Petronio Probo, membro di una tra le più prestigiose famiglie dell’aristocrazia cristiana romana, eletto console ordinario per la Pars Occidentalis nel 406 d. C. assieme all’Augusto Arcadio. Nello stesso anno il dittico fu regalato a Onorio, ed è plausibile pensare che il dono sarebbe stato fatto direttamente a Ravenna, dove si era trasferita la corte imperiale già dal 402, poiché più facilmente difendibile di Roma. Il nostro committente era figlio di Claudio Petronio Probo, prefetto al pretorio dell’Illirico nel 364, delle Gallie nel 366 e d’Italia e Africa rispettivamente nel 368-375 e nel 383, nonché console nel 371 assieme all’imperatore Graziano. La madre, invece, era Anicia Faltonia Proba «appartenente all’altrettanto celebre famiglia senatoria cristiana degli Anicii» (Lellia Cracco Ruggini 2008), lodata da Girolamo per le proprie virtù (Epistula 130) ma anche accusata da Procopio nel De bello Vandalico (I, 2) di aver aperto le porte di Roma nel 410 ai Goti di Alarico, per porre fine ai tremendi stenti sopportati dalla popolazione assediata. Infine, Anicio Petronio Probo era fratello di Anicio Ermogeniano Olibrio che tenne la carica di consul prior nel 395 accanto a un altro fratello, Anicio Probino, nominato governatore d’Africa tra il 396 e il 397.

Altro aspetto davvero interessante dell’opera è che Anicio Petronio Probo non vi si sia fatto rappresentare mentre indice i giochi, né vi abbia fatto celebrare la propria carriera politica come avveniva di norma nei dittici consolari. Anzi, solo protagonista è l’imperatore Onorio, raffigurato con capo nimbato a rimarcare la sacralità del suo potere e vestito con corazza, paludamentum, cintura, spada sul fianco sinistro e diadema di perle (diffusosi da Costantino in poi). Si tratta dell’unico caso conosciuto in cui il console, come accennato, non autocelebra la propria ascesa sociale, e dell’unico che presenta due volte l’imperatore d’Occidente Onorio. Quest’ultimo, tra l’altro, è posto su tutte e due le tavolette sotto il medesimo arco decorato, possibile richiamo al palazzo imperiale, sotto la scritta dedicatoria: «D[omin]o n[ostro] Honorio semp[er] Aug[usto]» (Al nostro signore Onorio sempre augusto). Nelle basi delle due valve, però, c’è in realtà un riferimento al committente, che ricompare dunque due volte: «Probus Famuls [sic] v[ir] c[larissimus] cons[ul] ord[inarius]» (Probo, servitore di [Onorio], di rango chiarissimo, console ordinario). In sostanza è l’imperatore a essere esaltato e non il donatore, qui definito con un semplice “Probus” e la strana definizione di “famulus”, ossia quale servitore di Onorio. L’umiltà che scaturisce dal dittico è stata dagli studiosi associata alla mentalità di matrice cristiana cui apparteneva Probo (cristiano niceno convinto) e alla vittoria conseguita poco prima da Onorio a Fiesole sulle orde barbariche di Radagaiso. Non si sa per certo se questa vittoria sia avvenuta nel 405 o nel 406, a causa delle discrepanze tra le fonti tra cui basti citare il De civitate Dei (V, 23) di Agostino e l’Historia adversus paganos (VII, 37) del suo allievo Paolo Orosio. Il Dittico di Probo voleva esaltare, dunque, la vittoria cristiana su Radagaiso a Fiesole, motivo per il quale gli stessi giochi di norma indetti all’insediamento di un nuovo console erano stati posticipati. Nel raffinato dittico oggi custodito ad Aosta, in definitiva, ci troviamo di fronte all’elogio dell’imperatore vincitore grazie a Dio, in aperta polemica con le usanze pagane seguite altresì da molti senatori cristiani. Ci riferiamo ai riti fulgurali pubblici degli aruspici etruschi, dimostratisi efficaci a Narni contro Alarico e di cui si hanno le ultime tracce nel 408/409 al riproporsi della minaccia gota. Persino papa Innocenzo I a un certo punto permise tale pratica purché Roma fosse salvata, ma solo in segreto, limitazione che la fece decadere del tutto tra i senatori pagani, poiché da essi ritenuta inefficace secondo quella modalità.

In conclusione, sul finire dell’estate del 406, si poté finalmente festeggiare la vittoria di Fiesole su Radagaiso e, perciò, non si erano potuti disputare i giochi tradizionalmente indetti alla nomina dei consoli nei primi giorni di gennaio. Anicio Petronio Probo scelse così di esaltare la vittoria cristiana e fece scrivere sul vessillo con il chrismón retto da Onorio «In nomine / X[h]r[ist]i vincas / semper» (Che tu vinca sempre nel nome di Cristo): non un semplice augurio né una vaga profezia come ritenuto da alcuni studiosi, ma una chiara professione di fede e di speranza nell’aiuto dell’unico vero dio, il Dio dei cristiani.

 


Dittico dei Nicomachi e Symmachi o Dittico con due sacerdotesse che celebrano riti pagani (tardo IV sec. d. C., avorio. Parigi, Musée de Cluny (sinistra) e Londra, Victoria and Albert Museum (destra).