COME UN TRAMONTO D’ESTATE

Mark Rothko, 202 (Arancione e marrone), 1963. Detroit, Detroit Institute of Arts.

Mark Rothko, 202 (Arancione e marrone), 1963. Detroit, Detroit Institute of Arts.

 

Numero 202 (Arancione e marrone) di Mark Rothko

Nel 2015, alla mostra sui Notturni curata da Marco Goldin di cui abbiamo avuto modo di approfondire alcuni pregi e difetti, una delle opere che maggiormente ci ha colpito è stata, non senza un po’ di stupore iniziale, visti i capolavori esposti, Numero 202 (Arancione e marrone). A distanza quasi di un anno quel dipinto ritorna dunque prepotentemente alla memoria, e noi non possiamo che cedere e offrirle finalmente un po’ di meritato spazio nel nostro blog.

Si tratta di una tela di grandi dimensioni conservata nel Detroit Institute of Arts, eseguita nel 1963 dall’artista di origini lettoni Mark Rothko (Dvinsk 1903 – New York 1970), uno dei più importanti rappresentanti dell’espressionismo astratto. Quest’ultima a ragione è stata definita la prima vera forma di espressione artistica prettamente “americana”, se si escludono quelle dei nativi. Fortemente sostenuta dal governo statunitense alla fine della Seconda Guerra Mondiale, affinché potesse competere con la tradizione europea e raggiungere il primato a livello mondiale, essa non si costituita né in una scuola né i un movimento. Gli artisti che la abbracciarono, infatti, seguirono strade molteplici e autonome, anche se talvolta con chiari punti di contatto.

202 (Arancione e marrone) si presenta privo di qualsivoglia riferimento oggettivo, è una pura traduzione della forza espressiva del colore, immagine del desiderio di ritornare all’essenza più primitiva della pittura. Per meglio comprendere la visione di Rothko vale la pena riportare alcuni suoi pensieri: «L’artista arcaico viveva in una società più concreta della nostra […] il bisogno di trascendenza era non solo avvertito da tutti, ma anche ufficialmente riconosciuto. Questo gli permetteva di usare la figura umana o altri elementi tratti dal mondo quotidiano come forme che, in parte o totalmente, entravano nel processo di costituzione di quella strana e improbabile gerarchia di esseri in cui si concretizzava la corrispondenza con una dimensione trascendentale. Noi, al contrario, siamo costretti a nascondere completamente gli elementi e le forme del mondo quotidiano […] per poterci liberare da tutte quelle corrispondenze che non vanno più al di là del mondo materiale e con le quali la nostra società sta progressivamente rivestendo ogni aspetto dell’ambiente che ci circonda» (L. M. Barbero & S. Salvagnini 2008). Da queste parole si comprende la sua volontà, di dare la sensazione di un divenire dentro l’opera stessa, di una sua forza trascendente e religiosa, esclusivamente per mezzo del colore come per alcune tele del contemporaneo Barnett Newman (1905-1970).

Le prime grandi prove affrontate da Rothko nell’ambito dell’espressionismo astratto risalgono al 1949-1950 ma 202 (Arancione e marrone) rientra, nello specifico, tra quelle degli ultimi due decenni. In questo periodo in particolare le sue tele si caratterizzano per un maggior risalto dato al colore, per i numerosi e modulati strati di pittura, dove le «lievi interferenze cromatiche ai margini, assicurano che il colore sembri muoversi, espandersi, provvisto di un’emozionalità propria» (M. Dantini 2007). Queste qualità non sono casuali ma figlie della sua grande ammirazione per alcuni celebri maestri del passato, tra cui vanno assolutamente citati Rembrandt e il più vicino temporalmente Henri Matisse. Il contrasto tra l’arancione e il marrone è elementare, semplicissimo, eppure capace di farci ricordare il bagliore di un tramonto d’estate, una calda serata su una spiaggia del Mediterraneo, il calore di un’amicizia e di un abbraccio. La precisione e la cura di Rothko sono sorprendenti, così come la serietà e la sobrietà con cui ottiene i risultati migliori, che richiedono (sembrerà un’ovvietà ma non lo è affatto) di essere esclusivamente e attentamente osservati in via diretta. Un libro non è in grado di ridare l’effetto immediato che le particolari tonalità di arancione presenti ad esempio in 202 (Arancione e marrone), dopo che le abbiamo “assorbite” per mezzo degli occhi, provocano in noi dal vivo. Uno schermo di computer tantomeno può cercare di riuscire nell’intento, e per questa ragione spesso le opere di Rothko sono ancora incomprese, come lo erano tempo addietro per chi scrive.

Mark Rothko in definitiva ci colpisce per la sua capacità nel dare vita ai colori, che accostati tra loro in un certo modo riescono a trasmetterci alcune emozioni umane fondamentali nella loro forma più pura e limpida, tra cui: tristezza, gioia, estasi, fragilità e malinconia. Alla luce di ciò, si rimane tuttora sgomenti, dinanzi a un’opera così potente e vitale, a pensare alla depressione (dovuta soprattutto alle vicende familiari e ai problemi di alcolismo) che sempre lo attanagliò fino al tragico epilogo del suicidio il 25 febbraio 1970. Ammirando 202 (Arancione e marrone) viene quasi da pensare che tutta la propria forza vitale Rothko l’avesse trasportata su tela, così da poterla condividere con noi, al caro prezzo però, di rimanere alla fine completamente prosciugato.

 

Nota dell’autore: per il riferimento alla mostra sui Notturni curata da Marco Goldin si rimanda alla nostra pubblicazione “Il caffè artistico di Lo. Un anno ad arte da Giotto a de Chirico”.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

L. M. BARBERO & S. SALVAGNINI, Action Painting. La scuola di New York 1943-1959; Art & Dossier n° 250, Firenze – Milano 2008, pp. 30-33.

M. DANTINI, Il decennio informale; in G. FOSSI (a cura di), I grandi stili dell’arte, Firenze – Milano 2007, pp. 1003 e 1006-1007.

W. OLIVER, Mark Rothko; Ginevra – Milano 2007.

M. ROTHKO, L’artista e la sua realtà; Ginevra – Milano 2007.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.markrothko.org/it/mark-rothko-biografia-italiano/