CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO

Murillo, Bambini che giocano ai dadi (1670-1675), Monaco, Alte Pinakothek

Murillo, Bambini che giocano ai dadi (1670-1675 Monaco, Alte Pinakothek).

 

Murillo e la rappresentazione dell’infanzia nella pittura spagnola del Seicento.

Il Seicento è stato per la pittura spagnola un periodo di straordinaria fecondità. Mai prima di allora, e difficilmente dopo, la Spagna vide all’opera un così grande numero di maestri, tra i quali Velázquez, El Greco, Ribera e Zurbarán. Proprio quest’ultimo a Siviglia fu sostituito nel corso degli anni cinquanta, nelle preferenze di committenze religiose e laiche, da un suo più giovane ammiratore: Bartolomé Esteban Murillo (Siviglia 1617-1682). Celebrato già in vita per il suo stile delicato e i colori morbidi, Murillo ha subito nei secoli una strana altalena nell’indice di gradimento. Dopo la strepitosa vendita al Louvre per 615.300 franchi, allora la cifra più alta mai pagata per un’opera d’arte, dell’Immacolata Concezione dei Venerabili (1679, Madrid, Museo del Prado) da parte della vedova del maresciallo Soult, la sua fama, che lo portò non senza eccesso ad essere persino accostato a Raffaello, tocca infatti il punto più basso. Nel corso del XX secolo gli studiosi hanno cercato di ridare a Murillo la sua giusta dimensione. Gli sono state riconosciute non soltanto grandi qualità coloristiche, il saper “dominare la luce” e una grazia pittorica che rendeva la sua arte comprensibile e vicina alla gente comune e più umile, ma anche la capacità di approfondire soggetti iconografici in modo originale o del tutto nuovo. Lo dimostrano le numerose Immacolate, ma ancor più le raffigurazioni di bambini, uniche a non conoscere crisi di consensi.
Ultimo di quattordici fratelli, Murillo, rimasto orfano ancora bambino, ebbe a sua volta nove figli dal matrimonio con Beatrice de Cabrera y Sotomayor, di cui soltanto tre gli sopravvissero: Francisca Mari, Gabriel e Gaspar Esteban. Queste circostanze famigliari e la terribile peste del 1649, che quasi dimezzò la popolazione di Siviglia (circa 60.000 furono i morti tra i quali, probabilmente, tre dei primi figli di Murillo), dovettero segnarlo profondamente e spingerlo a interessarsi al mondo dei più piccoli. Siviglia inoltre non seppe più riprendersi il ruolo politico-economico di un tempo, e sì ritrovò in una situazione di reale crisi sociale, nella quale le principali vittime furono proprio i bambini, rimasti spesso orfani. Questi precedentemente li si trovava protagonisti in opere con Gesù bambino e san Giovannino, ovvero in sacre rappresentazioni. I bambini compaiono anche nei “pitocchi” di Ribera, come in Lo storpio (1642, Parigi, Musée du Louvre), in cui però vero protagonista è il “difetto fisico”, tema che fece la fortuna del pittore di Jàtiva (si pensi a Maddalena Ventura del 1631). Il bambino sta tenendo in mano un cartellino con scritto “fammi l’elemosina per amor di Dio”, sorride in modo curioso ed è ritratto dal basso, creando un effetto aulico irreale e paradossale. Con Velázquez, invece, troviamo sempre rappresentati “adulti in miniatura”, così come voleva l’etichetta nelle corti europee del Seicento. In L’Infanta Margherita a tre anni (1654, Vienna, Kunsthistorisches Museum), Il principe Felice Prospero (1659, Vienna, Kunsthistorisches Museum) e Las Meninas (1656, Madrid, Museo del Prado) le ricche vesti, le pose artificiose e le laboriose cerimonie di corte richieste per questi ritratti, ricordano il futuro che spetta a questi bambini, ma non la loro reale condizione. Soltanto la particolare sensibilità del pittore riesce a darci, ad esempio nel dipinto con il figlio di Filippo IV, morto ancora piccolo nel 1661, un’immagine per nulla distaccata ma al contrario commovente.

È con Murillo che si vede dunque, certamente non in modo improvviso, la nascita di un genere incentrato sul mondo infantile e che col tempo sarà declinato in senso “pittoresco”. Un primo passo il maestro sivigliano lo fa con San Diego distribuisce il cibo ai poveri (1645, Madrid, Accademia di San Fernando). In questo dipinto, facente parte di una commissione di undici tele per il chiostro piccolo del convento di San Francesco a Siviglia, notiamo subito una caratteristica che rimarrà anche in seguito: i bambini sono sempre visti con sentimento paterno e carità cristiana. Murillo, infatti, fu anche uomo molto devoto e in quest’opera, dove gli unici a essere veramente attenti alle preghiere del santo, sono proprio i bambini attorno a lui e la donna al centro (la loro madre, una fedele che aiuta il santo nelle sue opere pie, o una rappresentazione della carità?), sembra volerci ricordare il passo del Vangelo Mt 19, 13-15. Molte altre sono le rappresentazioni sacre in cui l’infanzia e il gioco hanno un ruolo per nulla secondario, tra le quali Sacra famiglia con uccellino (1650, Madrid, Museo del Prado) e Natività della Vergine (1660, Parigi, Musée du Louvre). In quest’ultima l’angioletto che gioca con il cagnolino in primo piano sulla sinistra, sembrerebbe in tutto e per tutto un bambino in carne e ossa se non fosse per le ali! In I bambini con la conchiglia (1670 circa Madrid, Museo del Prado), i rimandi al battesimo e alla Passione di Gesù si mescolano sapientemente con particolari più leggeri e giocosi, mentre nella tela con San Tommaso di Villanueva distribuisce i suoi vestiti (1670 circa, Cincinnati, Art Museum) la vicenda del santo che, ancora bambino, dona i propri vestiti, sembra l’occasione per rappresentare un’opera di genere. In una stradina buia la figura del piccolo Tommaso, inondata di luce che si riflette sulla vestina bianca, è circondata dai dei trovatelli intenti a prendergli gli indumenti. Il santo-bambino non oppone alcuna resistenza, tanto che il più piccolo al centro lo guarda con curiosità e autentico stupore. La scena è raffigurata con spontaneità e realismo, tanto da riportare alla mente la situazione in cui purtroppo vivono molti bambini poveri ancora oggi.

In Bambino che si spulcia (1654-1650, Parigi, Musée du Louvre), incontriamo questo genere pittorico rappresentato per la prima in modo completamente autonomo e originale, non palesando alcuna influenza diretta da parte di altri artisti. Si tratta di un’opera particolarmente interessante in quanto, rispetto a quelle più tardi conservate ad esempio a Monaco di Baviera, tratta in modo toccante e sincero il tema dell’infanzia abbandonata. Il bambino si sta togliendo i pidocchi in una stanza spoglia. Le vesti stracciate, i piedi sporchi e i pochi gusci di gamberi e frutti, capolavori di natura morta, ci raccontano di una vita fatta di solitudine e privazioni. Eppure, con un uso sapiente della luce derivatogli dal Ribera, Murillo dà alla scena un senso di dignità e speranza. Con Bambini che mangiano uva e meloni (1650-1655, Monaco, Alte Pinakothek) ci troviamo in una sorta di passaggio dall’opera precedente, di carattere drammatico, a quelle successive. La mancanza di punti di riferimento, similmente a quanto visto nel dipinto del Louvre, dà la possibilità a Murillo di concentrare la luce sui due bambini. Ora però l’atmosfera nell’insieme si presenta più giocosa e serena, con i due intenti a mangiare della frutta molto probabilmente rubata. La capacità di Murillo di dare naturalezza alla scena, trova il suo apice nel ragazzo di sinistra: la fame è tanta che continua a mangiare il suo grosso grappolo d’uva mentre si volta per scambiare un compiaciuto sguardo d’intesa con l’amico.

Bambino con cane (ante 1660, San Pietroburgo, Hermitage) segna il passaggio definitivo a una rappresentazione “pittoresca” dell’infanzia, dove la denuncia sociale e il dramma dei bambini abbandonati lasciano definitivamente il posto agli aspetti ludici e scherzosi tipici di quell’età. La scena è molto semplice, ma allo stesso tempo vivace e allegra. Il bambino indica al cane con la mano destra la cesta vuota, come a dirgli che purtroppo non ha nulla nemmeno per sé stesso. Questo divertente dialogo tra bambino e cane lo ritroviamo in Bambini che mangiano da una casseruola (1670-1675, Monaco, Alte Pinakothek). Ora però il fedele cagnolino non riceve alcuna attenzione alla sua richiesta di cibo, poiché il bambino sulla destra è tutto preso nel guardare divertito il proprio amico. Quest’ultimo è colto in un gioco che tutti almeno una volta hanno provato da bambini: far cadere il cibo in bocca dall’alto. Infine Bambini che giocano ai dadi (1670-1675, Monaco, Alte Pinakothek), oltre a riproporre dei poverelli, che però, come nella precedente opera, hanno ai proprio piedi ogni ben di Dio, ci mostra una vera scena ludica, in cui due dei tre piccoli protagonisti stanno spensieratamente giocando ai dadi (con le mani ci indicano i punteggi fatti). Sulla sinistra ritroviamo il binomio bambino-cagnolino con una nuova riuscitissima variante. Il piccolo, infatti, questa volta non è distratto dai propri compagni di giochi e nemmeno dal grosso pezzo di pane che sta mangiando (il dettaglio della bocca piena è un capolavoro di realismo), ma dalla nostra presenza, o meglio da quella del pittore, osservatore discreto e amorevole.

Comprendiamo così il perché di questa evoluzione da parte di Murillo: le dolorose vicende famigliari, la situazione sociale nella città andalusa e la grande devozione sua e dei sivigliani, lo condussero a rappresentare il lato bello e da difendere dell’infanzia, con il suo desiderio di gioco, di allegria e il senso di meraviglia anche di fronte alle piccole cose. Questi dipinti, a nostro avviso, non sono quindi semplicemente pittoreschi ma dei veri capolavori di sensibilità, capaci di dare serenità a una città impoverita e sconvolta dalla peste. E magari un po’ di nostalgia anche a noi oggi, verso un’età che persino Leopardi definì l’unica veramente felice.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

I. CANO RIVERO, Zurbarán (1598-1664); Fondazione Ferrara Arte 2013.

F. CAPPELLETTI, Zurbarán; Firenze-Milano 2013.

G. ANTONIO GAYA NUÑO – M. CORDERO, Murillo; I Classici dell’Arte, vol. 73, Milano 2012.

M. MARINI, Velázquez; Firenze-Milano 1994.

ALFONSO E. PÉREZ SÁNCHEZ – G. MANCINI, Ribera; I Classici dell’Arte, vol. 76, Milano 2012.

N. SPINOSA ORESTE FERRARI, Ribera; Firenze 1992.

S. ZUFFI (a cura di), La pittura barocca; Milano 2006.

One thought on “CON GLI OCCHI DI UN BAMBINO”

Comments are closed.