DIALOGHI SULLA SPIRITUALITÀ. Giacomo Manzù e Lucio Fontana, due visioni del sacro a confronto

 

In queste settimana il Polo Museale del Lazio, con il Patrocinio del Pontificio Consiglio per la Cultura e in collaborazione con il comune di Ardea e la Fondazione Giacomo Manzù, si è fatto promotore di una mostra davvero interessante. Ci riferiamo a Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana (6 dicembre 2016 – 5 marzo 2017), esposizione suddivisa tra i suggestivi spazi della fortezza di Castel Sant’Angelo e il Museo del comune di Ardea, parte della città metropolitana di Roma. Curata da Barbara Cinelli e Davide Colombo, essa si pone in una sorta di continuità con il recente Giubileo della Misericordia, ma come spiegato dai due curatori, sin da subito la volontà è stata quella di fuoriuscire dal pericoloso binario – poiché già indagato più volte – del rapporto tra papa Roncalli e Giacomo Manzù (Bergamo 1908 – Roma 1991). Entrambi di origini bergamasche, ossia di un territorio pervaso da una fede cristiana schietta e semplice, tra loro si creò uno stretto rapporto basato su un comune sentire, che ebbe nel ritratto del Santo Padre commissionato a Manzù nel 1961, opera che lo consacrò come «lo scultore di Giovanni XXIII» (Barbara Cinelli 2017), il suo vero punto d’inizio.

In realtà già negli anni precedenti allo scoppio della seconda guerra mondiale Manzù aveva avviato una profonda riflessione sul tema del sacro, condividendo con Lucio Fontana (Rosario 1899 – Comabbio 1968) un percorso di ricerca alternativo alle principali correnti e rivolto alla riscoperta di «una nuova umanità per l’arte contemporanea» (Barbara Cinelli 2017). I due, che si stimavano a vicenda pur nelle diversità, alla fine della guerra si ritroveranno, dunque, a voler contribuire al rinnovamento spirituale percepito come una necessità nella società italiana, dopo anni di orrori e il vuoto lasciato dalle ideologie. Ecco allora che Manzù nel 1949 lavora per il secondo concorso indetto per le porte di San Pietro e un anno dopo lo imiterà Fontana, partecipando, però, a quello per le porte del duomo di Milano. Le differenze tra i due che si possono cogliere in mostra, attraverso le poche ma indicative opere selezionate, derivano in parte dal confronto tra le “due capitali” d’Italia. Manzù, infatti, seppur con non poche difficoltà arrivasse a terminare il proprio lavoro e si legherà poi alla Santa Sede, mentre Fontana abbandonò quello delle porte milanesi, nonostante lo avesse visto come un’opportunità d’impegno pubblico e civile. Entrambi, ad ogni modo, si trovarono a dover seguire i dettami di una committenza ecclesiastica portatrice di necessità comunicative indissolubilmente connesse a quelle liturgiche, e con collezionisti privati altresì più inclini a una spiritualità tutta umana e moderna. In tal senso emblematiche sono alcune formelle dedicate ai temi centrali della Passione di Cristo come le Crocifissioni e le Deposizioni di Manzù, criticate violentemente nel 1941 dai cattolici più conservatori a causa delle scelte iconografiche troppo distanti dalla tradizione. Scelte comunque stemperate già nei primissimi anni del dopoguerra come dimostrano i gruppi con La Chiesa e la Deposizione, due opere interessanti da confrontare con la Resurrezione (1955 circa) e il Crocifisso (1947-1948) di Lucio Fontana. Quest’ultime due dimostrano quanto anche l’artista di origini argentine naturalizzato italiano avesse riscosso successo in ambito privato, per mezzo della sua capacità creativa e innovativa, tradotta in questi cari in produzioni ceramiche dove l’effetto sfaldato e quasi astratto dà il senso della natura divina di Cristo.

Il dialogo tra due dei più importanti artisti del panorama italiano del Novecento è rafforzato, infine, dalla scelta di esporre le opere di Fontana ad Ardea, lì dove Manzù scelse di vivere e di fondare il Museo nel 1969, poi donato allo Stato. Al contrario trentacinque sculture dal ciclo Cristo nella nostra umanità e alcuni Cardinali dell’artista bergamasco sono visitabili in un luogo simbolo della Chiesa Cattolica, Castel Sant’Angelo, nonostante del ’41 Manzù fosse stato tacciato da alcuni di eresia. Il tempo dimostrò ben altro, e i suoi Cardinali, solenni e ascetici, sono la prova di quanto Manzù seppe interpretare la fede cristiana non secondo dei codici prestabiliti e, perciò, stereotipati, ma una visione originale, di grande impatto visivo e luminoso comunque fedele al messaggio cristiano. Ecco allora che quella scelta fatta nel 1961 di commissionare a Manzù il ritratto di Giovanni XXIII, nonostante alcuni lo guardassero ancora con diffidenza, si rivelò lungimirante. Ad essa, infatti, farà seguito la crescente volontà della Chiesa, per mezzo in primo luogo di Paolo VI e Benedetto XVI, di riallacciare il legame tra il sacro e la contemporaneità, tra l’arte e la fede. Un legame interrottosi in Italia tra Otto e Novecento, ma che in passato ha inciso in modo formidabile nella formazione della nostra cultura, religiosità e capacità creativa.

 

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

B. CINELLI, Dialoghi sulla spiritualità. Il sacro in Manzù e Fontana a Roma e Ardea; in Art & Dossier n° 340, rivista, Firenze-Milano 2017, pp. 32-37.

B. CINELLI & D. COLOMBO (a cura di), Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana; catalogo della mostra (Roma, Museo nazionale di Castel Sant’Angelo e Ardea, Museo Giacomo Manzù, 6 dicembre 2016 – 5 marzo 2017), Milano 2016.

 

RIFERIMENTI IN RETE

http://www.mostramanzu.it/

http://www.polomusealelazio.beniculturali.it/index.php?it/165/eventi/211/manz-dialoghi-sulla-spiritualit-con-lucio-fontana

http://www.artemagazine.it/mostre/item/3048-giacomo-manzu-e-lucio-fontana-dialoghi-sulla-spiritualita

http://www.galleriaborghese.it/mostreVisite2.html

http://pieroeffenews.blogspot.it/2016/12/manzu-e-lucio-fontana-dialoghi-sulla.html