Il Leone

Resurrezione dei leoncini, 1200-10 circa, Londra, British Library, bestiario latino, ms Royal 12 C XIX, f. 6.

 

Iniziamo questa nuova rubrica con l’animale che i bestiari medievali definivano “rex bestiarium” o “rex animalium”: il leone. La sua fortuna crebbe soprattutto dal XII secolo e, infatti, va subito precisato che nell’Europa settentrionale prima era stato l’orso a detenere lo scettro di animale della foresta, simbolo per eccellenza di divinità e culti pagani in culture diverse da quelle greco-latina e orientali. Il leone comunque non era l’animale esotico che spesso siamo portati a credere. C’era il ricordo dei giochi di epoca romana, la possibilità ancora in età medievale di vederne uno a qualche fiera itinerante e le circa centocinquanta citazioni presenti nella Bibbia. Infine non dobbiamo dimenticare l’enorme mole di sue rappresentazioni in chiese, palazzi e stemmi nobiliari.

Nel mondo antico il leone era il guardiano della tomba, specialmente in ambito egiziano, e della città (si pensi alla Porta dei leoni a Micene) ma anche l’antagonista per eccellenza di eroi mitologici e biblici quali Eracle, Davide, Sansone e Daniele. In età Barocca lo ritroveremo poi “sconfitto da Amore”, nelle rappresentazioni allegoriche del motto virgiliano (Ecloghe, 10, 69) “Omnia vincit amor”. Una fortuna altalenante dunque, che oscilla nei secoli da un’associazione a valori soprattutto negativi via via sostituiti da altri invece positivi. Questo lo dimostra perfettamente l’esegesi biblica, la quale decretò il successo del leone nell’immaginario collettivo medievale e quindi anche di oggi. Nonostante, infatti, nell’Antico Testamento il leone compaia spesso come segno di sventura e pericolo (ad esempio in Sal 22, 22; Is. 30, 6; Prv 22, 13), in molti altri passi tra cui Prv 30, 30 e 28, 1, 2Sam 1, 23, Ap 5,5 e Gn 49,9, vediamo al contrario l’esaltazione delle sue doti. Nel IV secolo la posizione di sant’Agostino, il quale detestava qualunque bestia feroce, e di chi vedeva nella lotta contro il leone un’immagine di quella contro Satana, risultava già “minoritaria”, tanto che Ambrogio, Origene e Rabano ricollegavano il «signore degli animali» ad Adamo e Cristo. Le principali fonti antiche sul leone, che riportano anche credenze erronee e talvolta curiose, erano: Aristotele, con la sua Historia Animalium; la Naturalis Historia di Plinio. Il testo più importante in assoluto però, per il suo carattere allegorico, la ricchezza di citazioni bibliche e perché fu il primo a trattare esclusivamente il leone in senso positivo, fu il Physiologus (II-IV secolo). Quest’opera, rappresentò dunque la fonte primaria per i bestiari medievali e lo strumento della Chiesa per soppiantare la figura dell’orso.

Nel Physiologus il leone è associato direttamente a Cristo. Come Gesù cela la propria natura divina in quella umana, così il leone cancella le proprie tracce con la coda. Il leone è persino paragonato direttamente a Dio, perché come il Padre perdona i peccatori, così il leone risparmia i propri avversari sconfitti. Il terzo elemento di paragone che vogliamo ricordare, è la tradizione medievale secondo la quale, i leoni erano capaci di ridare vita il terzo giorno ai propri cuccioli nati morti, chiaro riferimento alla Resurrezione. Questa credenza veniva spesso rappresentata in pregevoli miniature, come ad esempio la Resurrezione dei leoncini del 1200-10 circa (Londra, British Library, bestiario latino ms Royal 12 C XIX, f. 6), mentre eruditi della fama di Alessandro di Neckam (1157-1217) cercarono di darne persino una spiegazione “scientifica”.

L’animale violento, accostato al peccato e all’arroganza, è diventato così nel tempo un simbolo di coraggio, di forza (è simbolo della tribù più potente in Israele, quella di Giuda) e della stessa Resurrezione, cuore della fede cristiana. Conseguenza di questo radicale cambiamento, fu che tutte le caratteristiche negative precedentemente attribuite al leone passarono al leopardo, animale dal tipico manto fulvo e a macchie.

Infine il leone non è solo il simbolo dell’evangelista Marco e, per trasposizione, di Venezia ma anche di fedeltà e riconoscenza. In questa luce lo ritroviamo: nell’iconografia di san Girolamo, spesso rappresentato mentre libera da una dolorosa spina la zampa dell’animale, fattosi incredibilmente mansueto; nell’antico racconto Androclo e il leone, tramandatoci da Aulo Gellio (Noctes Atticae 5, 14); in celebri testi letterali medievali quali l’Yvain ou Le Chevalier au Lion di Chrétiens de Troyes (1180-1190 circa) e il successivo romanzo alto-tedesco di Hartmann von Aue, Iwein (1203 circa).

Ancora oggi, numerosi modi di dire (“sentirsi come un leone” e “avere il coraggio di un leone”) e la presenza del leone nei gagliardetti di società sportive o su prodotti d’abbigliamento, ci ricorda il fascino, la reverenza o il timore atavico che questo meraviglioso animale, oggi leggermente declassato a “re della savana”, ha sempre esercitato sull’uomo.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

GIORGI, Santi; Milano 2002, pp. 150-155 e 236-240.

MARZATICO – L. TORI – A. STEINBRECHER, Sangue di drago e squame di serpente; Ginevra-Milano 2013.

OBERMAIER, Potere e sovranità, coraggio fedeltà. L’immagine del leone nel Medioevo e la sua tradizione antica e cristiana; in F. MARZATICO – L. TORI – A. STEINBRECHER, Sangue di drago e squame di serpente; Ginevra-Milano 2013, pp. 212-225.

PASTOUREAU, Bestiari del Medioevo; Torino 2012, pp. 56-69.

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