IL SERPENTE (PARTE I)

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Vipere, 1195-1200 ca. Aberdeen, The Aberdeen University Library, bestiario latino, ms 24,    f. 66v.

 

(Parte I)

Tra gli animali che popolano da sempre la produzione artistica, specie durante il Medioevo, cui dedicheremo maggiore attenzione come per i precedenti casi del “leone” e del “lupo”, il serpente è con ogni probabilità quello più ambiguo e controverso. Innanzitutto perché a lungo c’è stata molta confusione già nella semplice catalogazione, tanto che dal Medioevo fino al Cinquecento (secolo dove andrà definendosi il concetto di “insetti”) nei bestiari si potevano trovare associati ai serpenti persino i vermi o i mostri, ossia draghi, basilischi, centauri, grifoni o altri esseri bizzarri che nell’immaginario europeo si credeva popolassero le lontane terre d’Oriente. Ad ogni modo i mostri, prima che nelle enciclopedie s’iniziasse a inserirli in un libro autonomo, chiamato appunto Liber monstrorum, erano sparpagliati tra le varie categorie (quadrupedi, uccelli, pesci e serpenti), creando non poca ambiguità. Ciò vale soprattutto per il rapporto tra serpenti veri e propri, draghi e basilischi, spesso fusi sul piano iconografico in esseri ibridi o, ancora, al caso specifico di Adamo ed Eva che colgono la mela dall’albero della conoscenza, dove talvolta il serpente poteva avere volto di donna. Quest’ultimo è per esempio il caso di Masolino da Panicale, che nella Tentazione dei progenitori (1424-1425), parte del superbo ciclo pittorico eseguito assieme a Masaccio nella cappella Brancacci della chiesa fiorentina del Carmine, optò per questa scelta che denotava una condanna verso la donna, ritenuta talvolta la principale colpevole del peccato originale. Altro elemento contradditorio che contribuì a complicare le cose fu sicuramente quello linguistico, poiché i termini latini serpens e reptilia, cui si aggiunge anguis (che rimanda alla forma snella, sottile), si riferiscono ad animali che strisciano ed erano utilizzati in passato anche per il sauro. In seguito pure nel francese antico (guivre definiva sia il drago sia un essere immaginario metà serpente e metà donna) e nelle lingue germaniche torneranno le stesse ambiguità, così come in Marco Polo quando descrive “un grande serpente con due gambe dinanzi”, dove probabilmente parla di un qualche tipo di alligatore o coccodrillo. Senza proseguire oltre sulla questione linguistica, basti ricordare che ancora nel 1587, nell’Historia Animalium di Konrad Gesner, prima vera opera di zoologia in senso moderno, non vi è una terminologia chiara e accurata.

Andiamo però con ordine, ripercorrendo in questa introduzione alcune delle principali tipologie di serpenti, prima di affrontarne il significato associato a essi nell’arte antica e medievale, fino al Rinascimento. L’esemplare col quale si aprono i capitoli loro dedicati nei bestiari è l’aspide, sebbene non sia la più grande, aggressiva e mortale. Il suo veleno, infatti, non uccide ma addormenta, come fu per Cleopatra che si fece mordere sul petto per cadere in un “sonno eterno”. La cosa interessante è che nella cultura africana ci si serviva dell’aspide per verificare se un figlio fosse legittimo o frutto di una relazione adulterina, nel qual caso avrebbe ucciso il neonato. In India, invece, si cacciava per ottenere il pregiato carbonchio dalla sua testa e a riguardo è curioso l’aneddoto che descrive il metodo migliore per catturarla, ossia tramite la musica, espediente cui il rettile si credeva rispondesse tappandosi le orecchie. Un esempio iconografico di questa immagine simbolica dell’uomo incapace o che non vuole ascoltare la parola di Dio, si trova in una splendida miniatura del bestiario latino (ms Bodley 764, f. 96) conservata alla Bodleian Library di Oxford. Qui l’aspide tiene un orecchio atterra mentre l’altro lo copre con la punta della coda, così da non sentire il canto dell’uomo dinanzi a lei.

Ben più pericolosa e spietata è la vipera, la quale è descritta come avvezza a nascondersi per attaccare all’improvviso la propria preda, tanto che nei bestiari annovera molti nemici, e basti qui citare: l’aquila, il cervo, il maiale che la uccide mentre essa dorme nel proprio rifugio. La cosa più sorprendente, però, ampiamente testimoniata in altre spettacolari miniature dello XII-XIII secolo, è il modo di riprodursi che si pensava avesse la vipera, da cui scaturisce l’aura decisamente negativa che la circonda nei testi medievali giunti sino a noi. Il maschio, infatti, si credeva che durante l’accoppiamento mettesse la propria testa dentro la bocca della femmina andando incontro alla morte, da cui la convinzione che preferisse unirsi con la murena. Terminato il macabro rito, la femmina avrebbe dato alla luce dei piccoli ancor più crudeli, i quali uscendo dal ventre della madre la uccidono. Da notare come nel Physiologus e conseguentemente nella cultura cristiana, la vipera maschio ha volto d’uomo e la femmina di donna, e va da sé che questa specie si macchi di un doppio perverso crimine: parricidio e matricidio. Ben diversa e più docile la biscia, che per succhiare l’amato latte delle mucche (o in caso delle pecore e persino delle cagne) perde il proprio veleno, utilizzato a sua volta per produrre filtri capaci di allontanare animali e mostri feroci. Proseguendo nel nostro elenco, nei bestiari incontriamo finalmente l’anfisbena dotata di due teste (una sulla coda) abili a mordere in ugual misura e che la costringono a muoversi in modo circolare, non sapendo mai quale direzione prendere. In grado, inoltre, di sputare fuoco dai quattro occhi, essa ha sempre caldo ed è una sorta di comandante dei serpenti, poiché quando si muovono in gruppo, è lei a impartire gli “ordini”.

Perfide sono poi: la ceraste la quale usa le corna attorcigliate per tendere trappole agli uccellini, che vedendole spuntare dalla sabbia le scambiano per lombrichi; l’aconzia (il cui corpo è per intero coperto di veleno) solita nascondersi tra gli alberi per avventarsi come un fulmine sulla preda destinata a una morte dolorosissima. Altri serpenti terribili sono la piccola dispas, che per le sue dimensioni risulta quasi impossibile da vedere e con il proprio morso fa morire di sete la vittima, e il leggendario prester, solito nascondersi lungo i sentieri per colpire i pellegrini ignari. Interessante, infine, il modo di agire dello scitale, il quale incanta i malcapitati con la bellezza dei propri colori, gli stessi dell’arcobaleno, al fine di poter attaccare e uccidere senza problemi.

Ovviamente qui ci siamo limitati ad alcuni esempi, sufficienti comunque a porre l’accento su come la molteplicità di specie abbia dato in passato adito a leggende e credenze pittoresche e spesso spaventosi. Negli stessi bestiari, tuttavia, dove abbiamo visto elencati i peggiori vizzi possibili, non si mancava di riconoscerne anche la grande intelligenza. Significativo è il caso del Bestiario Ashmole, dove si sottolinea come l’uomo, ugualmente al serpente che lascia il veleno nella tana prima di bere, deve abbandonare le tentazioni prima di attingere all’acqua santa e ascoltare la parola di Dio. Si tratta di un chiaro insegnamento sull’importanza di distinguere il Bene dal Male.

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Masolino da Panicale, Tentazione dei progenitori, 1424-1425. Firenze, Chiesa del Carmine, cappella Brancacci.