LA MADONNA MORELLI DI GIOVANNI BELLINI

 


Giovanni Bellini, Madonna Morelli, 1485-1490, tavola, 84,3 x 65,5 cm. Bergamo, Galleria dell’Accademia Carrara.

 

Un capolavoro di metà carriera

Con un po’ di “ritardo” da parte dello scrivente, giungiamo finalmente a dedicare dello spazio a Giovanni Bellini (soprannominato Giambellino) in occasione del cinquecentenario della sua morte, avvenuta la mattina del 29 novembre 1516 come annotato nei propri Diarii da Marin Sanudo. Nel 2016 sono state dedicate a Bellini, dopo la morte sepolto nel cimitero della veneziana chiesa dei Santi Giovanni e Paolo, innumerevoli mostre, conferenze e giornate di studio in tutta Italia e soprattutto a Venezia. Era, perciò, più che doveroso occuparsi di lui in questo scorcio d’anno, prima che il blog andasse in ferie per le festività natalizie. Anche perché non lo nascondiamo: Bellini è da sempre il nostro pittore preferito e, forse, proprio per la reverenza nei suoi confronti non lo abbiamo mai trattato prima.

Lo facciamo ora tramite un’immagine dedicata alla Madonna col Bambino, tema dai più talvolta tralasciato e ritenuto ripetitivo, se non noioso. In realtà tale iconografia, specie con il più talentuoso della celebre bottega avviata dal capostipite Jacopo, “padre della pittura veneta”, può celare un’infinità di significati e livelli di lettura. L’opera da noi scelta in particolare è la Madonna Morelli (Bergamo, Galleria dell’Accademia Carrara), giacché si tratta di un capolavoro assoluto eseguito da Giovanni a metà carriera circa. In quel periodo il suo linguaggio si era ormai pienamente sviluppato verso una pittura luminosa, una concezione armoniosa della natura e del rapporto col divino.

 

Le vicende conservative

Le vicende della tavola, firmata nel cartellino in basso “IOANNES BELLINUS / P.”, nonostante siano piuttosto complesse, a oggi appaiono ben tracciate. Nel 1648, come riporta il Ridolfi, essa si trovava ad Alzano Lombardo, da cui anche il nome di Madonna di Alzano. Due decadi più tardi il parroco del luogo la ricorderà, dandoci nuovi dettagli, nella chiesa di Santa Maria della Pace, sopra l’altare della Concezione dov’era protetta da una copertura di cristallo.

Dalle ricerche storiche e grazie alle due copie (1555 e 1567) eseguite da Giovanni Battista Moroni, si è appreso, però, che la tavola era arrivata in territorio bergamasco già un secolo prima. Infatti, risalendo ai vari passaggi, si è giunti con ragionevole sicurezza a ritenere Alessio Agliardi il committente dell’opera, da cui il terzo titolo di Madonna Agliardi. Costui fu un architetto e ingegnere idraulico che aveva intessuto legami sia col noto condottiero Bartolomeo Colleoni sia con il doge Agostino Barbarigo. Spesso a Venezia, dunque, Agliardi avrebbe commissionato la tavola durante il suo soggiorno del 1484 per poi portarla con sé a Bergamo dove la erediterà, plausibilmente in via diretta e non per tramite del marito Francesco Vertova, Moroni Lucrezia Agliardi Vertova.

 

Fonte d’ispirazione per Moroni e Cima da Conegliano

Gli adattamenti del Moroni sono segni della fama raggiunta dal dipinto del Bellini, che a seguito della crescente devozione popolare sarà donato nel 1579 alla chiesa di Alzano per adornare la cappella di Pietro Camozzi-Gherardi. Anche sul piano stilistico l’opera ebbe vasto successo, pur non essendoci copie di bottega, come dimostra Cima da Conegliano, il quale dal 1496 circa inizierà a trarne chiaramente ispirazione per alcune sue Madonne (si guardino, per esempio, quelle conservate nei musei di Gemona e Cardiff). Nel 1810 ci fu la soppressione di Santa Maria della Pace e il sacerdote Giovanni Battista Noli di Alzano acquistò il dipinto per la sua collezione d’arte. La Madonna col Bambino di Giovanni Bellini dal Noli passerà nelle mani di Giovanni Morelli (da cui appunto il titolo Madonna Morelli) che, infine, la donerà all’Accademia Carrara nel 1891.

 

La cronologia dell’opera

Se i vari spostamenti di cui il quadro fu protagonista sono ormai noti, anche la datazione è da qualche tempo posta con una certa sicurezza tra il 1485 e il 1490, nonostante Morelli lo datasse al 1496-1498. Questo perché vi sono precisi elementi stilistici in comune con la Madonna degli Alberetti (1487, Venezia, Gallerie dell’Accademia) e il Trittico dei Frari (1488, Venezia, Santa Maria Gloriosa dei Frari), colti tra gli altri da Peter Humfrey (2008).

 

La Madonna Morelli: un dipinto per la devozione privata d’ineffabile bellezza

Riguardo alla composizione, nondimeno, si può notare come la posizione della Vergine sia vicina piuttosto a quella assunta nella Madonna dei cherubini rossi (1485-1490, Venezia, Gallerie dell’Accademia).

Maria, invero, non è parallela alla superficie pittorica, ma con Gesù bambino va a creare un angolo, dando così un maggiore senso di profondità; come a voler aiutare l’osservatore nella meditazione. In tutte le Madonne col Bambino del Bellini scopriremmo non esserci il committente, da immaginare in preghiera dinanzi la tavola, di qua del parapetto; espediente che rafforza tutt’oggi in noi il senso di coinvolgimento spirituale.

Illuminanti sono ancora oggi, in tal senso, le parole di un grande studioso di Giambellino, Augusto Gentili, il quale scrive: «Nei quadri di devozione privata di Giovanni Bellini il donatore non c’è mai. Siamo allora chiamati a pensarlo necessariamente davanti al quadro, primo e privilegiato spettatore: il quadro diventa specchio, supporto visivo di un processo di identificazione che modella sulle sante figure la figura quasi sempre a noi ignota del committente, con le sue pretese erudite, le sue aspirazioni ascetiche, le sue voglie di risarcimento» (Augusto Gentili 1998). Altro aspetto, dopo l’assenza del committente, che normalmente accomuna le immagini della Vergine col Bambino del Bellini è il clima malinconico e di tragica attesa per la Passione di Cristo.

 

Il confronto con la Madonna Lochis

Basti in questa sede citare la Madonna Lochis (1470-1475) custodita sempre presso l’Accademia Carrara di Bergamo. In essa vediamo Maria completamente assorta in cupi pensieri mentre il Bambino si agita irrequieto come se, compreso dallo sguardo della Madre quale sarà il suo destino per salvare l’umanità intera, spaventato volesse umanamente fuggirne. Il terzo elemento è il sesso stesso del Bambino, posto in bella vista o “malamente” celato. Frutto non d’irriverenza, esso ha un chiaro intento teologico: rivelare – e così ricordare all’osservatore – la natura umana di Cristo, chiamato a patire davvero il martirio prima della risurrezione. Ciò è vero soprattutto riguardo alle prime versioni, dove Gesù è adagiato sopra un sarcofago/altare.

 

Un cambiamento di “stile”

E qui ritorniamo alla nostra Madonna Morelli, poiché si discosta non poco da quelle dei primi anni di attività, caratterizzate come accennato da forte pathos e atmosfere tutt’altro che gioiose. In essa in primo luogo non vediamo il sesso del Bambino il quale ci si presenta biondo e riccioluto, dal corpo rotondo e sano mentre guarda la Madre in un tenero ed emozionante intreccio di sguardi, che va a rafforzare il senso di serena contemplazione.

La Passione in sostanza appare finalmente lontana dai pensieri di Maria, tanto che la pera sostituisce la mela, a proporre la Madre di Dio quale novella Eva e tramite cui rivolgersi per la redenzione. I corpi delle due figure sacre in secondo luogo sono simili a due solidi geometrici attorno ai quali si sviluppa lo spazio. Il manto blu di Maria, impreziosito dalla bordatura dorata e dal bellissimo velo trasparente che esce da sotto, è usato dal maestro proprio in funzione di un preciso effetto volumetrico.

 

Un ruolo nuovo della natura

La natura stessa, amena, armoniosa, di straordinaria bellezza, ruota di conseguenza attorno alle due figure di Maria e Gesù che mantengono – in parte – il significato spirituale ricoperto nelle icone bizantine. Il paesaggio sembra così partecipare appieno al clima di quieta tranquillità, aiutando ad allontanare ogni triste presagio di morte e sofferenza. Siamo, in definitiva, difronte a quella resa paesaggistica che ha reso Bellini uno dei più grandi pittori di tutti i tempi!

Proseguendo su questa strada, per comprendere il ricercato gusto per il dettaglio espresso dal Bellini nella Madonna Morelli, bisogna guardare alla lezione dei principali pittori fiamminghi del XV secolo. Anchise Tempestini, in piena sintonia col Robertson, riguardo al nostro dipinto usa la definizione di «minuto paesaggio, di gusto vaneckyano». Sempre Tempestini aggiungenge trattarsi, secondo noi a ragione, di «uno dei capolavori più alti di Giovanni, un dipinto che costituisce un punto di arrivo della sua carriera».

 

Alcuni giudizi fuori luogo

Incomprensibili appaiono, perciò, alcuni giudizi dati in passato da altri storici dell’arte, che hanno criticato proprio il pregevole paesaggio di sapore nordico. Osservandolo più da vicino, esso sulla destra presenta un’inespugnabile fortezza, simbolo mariano per eccellenza. Sulla sinistra, invece, il nostro sguardo incontra una cittadina sulla quale svetta il campanile della chiesa. Il borgo è circondato da acque calme, lussureggianti distese di prati e boschetti. Qui incontriamo pescatori, pellegrini in riposo e uomini che vanno a caccia in un clima di generale armonia, quasi di nuovo Eden.

 

Bellini: un pittore capace di rinnovarsi sempre

Giunti a conclusione della nostra analisi possiamo definire, senza paure di smentite, Giovanni Bellini un pittore capace di declinare il tema della Madonna col Bambino in modi sempre nuovi e originali. Bellini fu un artista profondo e abile nell’andare in contro alle necessità religiose del committente, al suo desiderio, talvolta, di dimostrare a sé stesso e pochi eletti il proprio patrimonio di conoscenze teologiche ed erudite. Ultimi esempi in tal senso che vorremmo richiamare, poiché utili elementi di paragone con la Madonna Morelli, sono: la Madonna del prato (1505 circa, Londra, National Gallery); la Madonna col Bambino di Brera (1510). Senza soffermarci troppo, ci preme notare solo quanto il paesaggio sia andato a evolversi e arricchirsi di dettagli simbolici sempre diversi. Causa di ciò, possiamo ipotizzare, furono le richieste particolari di chi si rivolse a Giovanni Bellini, ma anche della sua stessa continua evoluzione e crescita artistica.

La Madonna Morelli in definitiva rappresenta un punto di passaggio fondamentale nell’arte di Bellini. Ciò è condivisibile sia per la qualità tecnica raggiunta negli effetti luministici e nelle impeccabili trasparenze, sia per l’originale composizione e le nuove implicazioni teologiche. Tutti elementi che la rendono un’opera d’ineffabile bellezza, capace, come si può immaginare, di emozionare Alessio Agliardi tanto quanto emoziona noi oggi.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

E. M. DAL POZZOLO, Pittura Veneta; Milano 2010.

A. GENTILI, Giovanni Bellini; Art & Dossier n° 135, Firenze 1998.

P. HUMFREY, scheda n° 28; in M. LUCCO & G. C. F. VILLA (a cura), Giovanni Bellini, catalogo della mostra (Roma, Scuderie del Quirinale, 30 settembre 2008 – 11 gennaio 2009), Milano 2008, pp. 232-233.

M. LUCCO & GGIOVANNI C. F. VILLA (a cura), Giovanni Bellini; catalogo della mostra (Roma, Scuderie del Quirinale, 30 settembre 2008 – 11 gennaio 2009), Milano 2008.

A. TEMPESTI, Giovanni Bellini; Milano 1998.

GIOVANNI C. F. VILLA (a cura di), Cima da Conegliano. Poeta del paesaggio; catalogo della mostra (Conegliano, Palazzo Sarcinelli, 26 febbraio – 2 giugno 2010) , Venezia 2010.