NEL MIO RICORDO, IL BRENTA

Beata Kozak, Nel mio ricordo, il BRENTA, 2015. Bassano del Grappa, Collezione privata.2

Beata Kozak, Nel mio ricordo, il BRENTA, 2015. Bassano del Grappa, Collezione privata.

 

Beata Kozak e lo “sciabordare” dei colori

Sabato 20 febbraio, chi ha partecipato all’inaugurazione del nuovo centro culturale, polifunzionale, libero e indipendente “Start-Bassano”, ha avuto la fortuna di assistere, tra le altre pregevoli proposte, alla performance pittorica di Beata Kozak. Artista di origini ungheresi, adottata dalla città di Bassano del Grappa, Beata Kozak ha accompagnato tutta la durata dell’evento con il suo omaggio al Brenta tra pittura e poesia. Un legame fortissimo quello con le nostre montagne e il nostro fiume che lei descrive come «…Una vaga luce misteriosa, come l’idea in un istante della passione, lo rendeva allegro e profetico di non so di cosa…affinché non si dissolveva in una nebbia vaporosa, nel mio ricordo impossibile il Brenta» (Beata Kozak, Nel mio ricordo impossibile).

Chi scrive non può trattenersi dal dire che è stata un’esperienza unica vedere Beata all’opera per ore e ore, con la pazienza e la perseveranza di un monaco certosino, seguendo i propri ricordi, le musiche meravigliose del maestro Luigi Ferro e l’emozionante video di Dario Vanin. Proprio durante la proiezione del time-lapse realizzato da Vanin – con quasi settemila fotografie – e impreziosito dalla colonna sonora ideata da Luigi Ferro, c’è stato il momento più intenso e indimenticabile.

Mentre dipingeva, Beata Kozak, donna dal sorriso gioioso e contagioso, era incredibilmente concentrata nella ricerca delle tonalità di blu, verde e azzurro che aveva in mente. Il gesto libero del pennello in lei s’incontrava con lo lasciar scorrere dell’acqua sulla tela, che faceva riaffiorare alla mente quello del nostro amato fiume, fonte di vita e di eterna ispirazione. Nulla a che vedere con l’espressionismo astratto di Pollock, sia ben chiaro, il cui modo di dipingere era rude, dionisiaco per non dire “animalesco”, debitore delle tradizioni culturali dei nativi americani. Beata quando dipinge, al contrario, è come se decantasse un componimento poetico, cerca di fissare un “ricordo”, un sentimento o un’emozione senza temere di aprirsi agli altri, con la sincerità propria della grande artista. La performance prevedeva, non a caso, la possibilità di raccogliere alcune sue poesie, sparse in fogli accartocciati, forse a ricordare i ciottoli che il Brenta porta con sé dalla montagna fino a valle, una metafora per dire che lei le aveva portate fin lì e che ora toccava a noi far proseguire il loro viaggio.

Con Beata Kozak è come se i colori acquistassero “musicalità”, «lo sciabordare delle lavandare con tonfi spessi e lunghe cantilene» della celebre poesia di Giovanni Pascoli, perché se Kandinskij ci ha insegnato qualcosa, è che musica e pittura sono arti sorelle.

Nel suo scorrere dalle montagne alla pianura, il fiume Brenta incontra la terra, i sassi, le foglie che cadono dagli alberi ed è altresì popolato da pesci e insetti che contribuiscono, in un’unione magica e misteriosa con i riflessi della luce nelle varie ore del giorno e della notte, a dare infinite tonalità di colore all’acqua. Quelle splendide tonalità, che dimostrano quanto la natura sia un miracolo di bellezza infinita, le ritroviamo tutte Nel mio ricordo, IL BRENTA di Beata Kozak, dipinto che trasmette un sorprendente senso di pace e serenità, lo stesso che dà l’ascolto dello scorrere del fiume in una bella giornata primaverile.

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