ORLANDO FURIOSO 500 ANNI. Ultimi giorni a Ferrara per visitare la mostra che fa rivivere il capolavoro dell’Ariosto


Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, Ferrara G. Mazzocchi, 1516. Londra, The British Library.

 

Oltre un anno di attesa per vedere l’agognata mostra Orlando furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi (Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 24 settembre 2016 – 8 gennaio 2017) e l’unico pensiero che ci ha accompagnato sin dai primi passi fino all’uscita è stato: «Ne è valsa la pena!». Perché i due curatori Guido Beltramini e Adolfo Tura sono stati decisamente all’altezza delle aspettative, riuscendo nel quasi impossibile compito di eguagliare la passata mostra padovana su Pietro Bembo (dove ad affiancarli c’era stato anche Davide Gasparotto). Ancora una volta, infatti, non solo il riscontro di pubblico e critica è stato tale da far prorogare la mostra al 29 gennaio, dando la possibilità a molti altri visitatori di ammirarla – e perché non riammirarla salvo un paio di miniature ritornate nel frattempo a casa per motivi conservativi -, ma i due noti studiosi e curatori sono riusciti a far dialogare magicamente le arti tra loro. Letteratura, scultura, pittura, gli arazzi e le produzioni di armi e armature in mostra sono come un’orchestra sinfonica che suona all’unisono, con l’unico intento di celebrare il capolavoro di Ludovico Ariosto a 500 anni dalla sua prima edizione: l’Orlando furioso.

Nel caso di Pietro Bembo la difficoltà risiedeva in quel nome, forse poco noto ai più ma che dava allo stesso tempo ampio margine di manovra, spazio a ricerche, intuizioni e riflessioni sul concetto di Rinascimento avendo come fulcro centrale la sua collezione d’arte. Nel caso di Ludovico Ariosto, il cui romanzo riparte lì da dove si era fermato l’Inamoramento de Orlando di Matteo Maria Boiardo, invece i curatori hanno dovuto prendere le mosse da un libro preciso. L’Orlando furioso, inoltre, nelle due successive edizioni ha subito varie modifiche per mano dello stesso Ariosto, variazioni anche importanti specie nella terza del 1532, con conseguenti mutamenti di significato e riferimenti.

 


Olifante detto ”Corno di Orlando”, XI sec. circa, avorio. Tolosa, Musée Paul-Dupuy.

 

Già dalla prima sala (le sezioni in totale sono sette) si è catapultanti nel mondo delle corti e dei cavalieri, grazie al bellissimo Ritratto di gentiluomo di Bartolomeo Veneto. Subito dopo, nella seconda, ecco comparire: la cruenta eppur spettacolare Battaglia di Roncisvalle in un arazzo dell’ultimo quarto del Cinquecento; l’Olifante detto Corno di Orlando, in realtà prodotto forse in Italia meridionale e comunque nell’XI secolo; un bronzo, un’incisione su rame e un disegno rispettivamente di Bertoldo di Giovanni, Antonio del Pollaiolo e Ercole de’ Roberti, tutti raffiguranti scene di battaglia; un disegno di Leonardo da Vinci di medesimo soggetto. Nella stessa sala, però, a colpire è soprattutto il Grande elmo con cimiero della metà del Trecento. Si tratta del più antico rimastoci completo, pezzo dunque rarissimo che fa rivivere le giostre ancora in voga nel primo Cinquecento e che con le sue grandi corna in cuoio argentato e dorato (parte rimovibile poiché inutile in battaglia) fa tuttora salire un brivido freddo sulla schiena di chi lo guardi. Altri pezzi affini sono la Sella da parata con le armi di Ercole I d’Este (dopo il 1474, in legno, osso e cuoio) e l’armatura a piastre completa con guardastanca proveniente dal Musée de l’Armée di Parigi (datata al 1510-1515 circa). Proseguendo si incontrano due capolavori di Pisanello e Andrea Mantegna, rispettivamente il Ritratto di Lionello d’Este del 1441 e Minerva che scaccia i Vizi dal giardino delle Virtù (1497-1502), accanto ad una lettera di Isabella d’Este che cita per la prima volta il lavoro su cui era impegnato l’Ariosto; una Lira da braccio con motivi antropomorfi e quasi erotici; il Lancelot du Luc, ossia un esemplare del più celebre romanzo cavalleresco medievale. Nella stessa sezione si trova una piccola saletta dedicata al teatro tra Ferrara e Roma, dove svetta il Ritratto di Tommaso Inghirami detto Fedra (1510 circa) capolavoro di Raffaello nel quale il noto prelato, nonché poeta e oratore, è raffigurato quasi come un santo nel suo studiolo. Raffaello non ha mancato di richiamare i difetti fisici dell’Inghirami, come il fisico corpulento e lo strabismo, quest’ultimo, tuttavia, sapientemente dissimulato utilizzando l’espediente di rivolgere lo sguardo verso l’alto a destra. L’attenzione ai dettagli presente nel dipinto conferisce vivacità e forza espressiva al ritratto, esaltandone l’aura da grande umanista.

 


Vincenzo Catena, Giuditta con testa di Oloferne, 1525 circa, olio su tavola. Venezia, Fondazione Querini Stampalia.

 

Nella sezione successiva protagonista assoluta è l’immagine del cavaliere grazie a opere di Cosmè Tura, Albrecht Dürer, Marco Zoppo, Antonio Lombardo, Antonio Averlino detto il Filarete, Vincenzo Catena e della bottega di Andrea della Robbia. Unico dubbio rimane sull’attribuzione del Ritratto di condottiero al Giorgione, tra l’altro poco approfondita nel catalogo che comunque è davvero apprezzabile per ricchezza di saggi e immagini. A chiudere questa parte la Spada detta di Boabdil (fine XV sec.), erroneamente ritenuta la vera spada dell’ultimo emiro di Granada, pezzo superbo che ci ricorda come nei due fronti contrapposti (cristiani e musulmani), i cavalieri condividessero gli stessi ideali di onore, coraggio e simili legami con il mondo delle corti.

Nella quinta, invece, si entra nel campo del “meraviglioso”, molto presente nell’Orlando Furioso, con opere di Paolo Uccello, Piero di Cosimo e il pregevole Teseo e il Minotauro del Maestro dei cassoni Campana, dove la cultura italiana e quella fiamminga si fondono in una magistrale trasposizione del mito greco ai primi anni del Cinquecento. E ancora libri e carte geografiche di eccezionale valore storico, dove si possono osservare le scoperte geografiche posteriori al 1492 e ai primi sbarchi nelle Americhe. In seguito la mostra ci porta dentro il testo letterario e la sezione si chiude non a caso con la maga buona, Melissa, in un bellissimo dipinto di Dosso Dossi del 1518 circa. Senza svelare tutto nell’ultima sala basti dire che ci sarà da rimanere estasiati davanti al fantasmagorico arazzo sulla Battaglia di Pavia con la cattura del re di Francia, alla spada un tempo – questa si con certezza – brandita dallo stesso re Francesco I di Francia, a Il baccanale degli Andrii di Tiziano Vecellio.

 


Dosso Dossi, Melissa, 1518 circa, olio su tela. Roma, Galleria Borghese.

 

Quella di Ferrara non è una “mostra”, né tanto meno una fredda esposizione di opere d’arte riunite per attirare pubblico. Essa è un autentico ed emozionante viaggio nella cultura ferrarese del primo Cinquecento, un’ammirevole analisi dei continui confronti che si potevano instaurare tra le arti, i testi letterari o filosofici e gli eventi storici da cui è nato il capolavoro dell’Ariosto. Per chi è solito visitare le mostre di Palazzo dei Diamanti, infine, non passerà inosservato l’allestimento curato nei minimi dettagli cosicché da permettere la migliore fruizione delle singole opere e momenti di vero stupore, da noi riscontrati a questi livelli solo nella passata mostra su Zurbarán.

 

BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE

G. BELTRAMINI, Un gioco di specchi. Il patrimonio visivo di Ariosto nell’Orlando furioso a Ferrara; in Art & Dossier n° 336, rivista, Firenze-Milano 2016, pp. 62-67.

G. BELTRAMINI & A. TURA (a cura di)Orlando Furioso 500 anni. Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi; catalogo della mostra (Ferrara, Palazzo dei Diamanti, 24 settembre 2016 – 8 gennaio 2017), Ferrara 2016.

 

RIFERIMENTI IN RETE
http://www.palazzodiamanti.it/1434